Il referendum sul nucleare torna sul tavolo italiano, e stavolta lo annuncia un ministro. Dal palco del Festival dell’Economia di Trento, Luca Ciriani, ministro dei Rapporti con il Parlamento, ha detto che un nuovo voto popolare sull’atomo “inevitabilmente si farà”. Lo dice riferendosi al disegno di legge del governo, fermo alla Camera da ottobre 2025, che riaprirebbe la porta al nucleare dopo quarant’anni e due referendum.
“Discuteremo anche su questo”, ha aggiunto, “però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quelle che secondo noi sono le strade da percorrere”.
Ciriani non è il solo. Il giorno prima, sempre a Trento, Gilberto Pichetto Fratin aveva detto di dare “per scontato che qualcuno si metterà a raccogliere le firme” contro la legge, definendo il referendum “espressione massima della democrazia”. E Paolo Scaroni, presidente di Enel, ha rilanciato: il nucleare deve diventare “una fonte prioritaria” del consumo energetico italiano, per non dover più importare. Tre voci, lo stesso spartito: si tornerà a votare. Su cosa esattamente si voterà, è la parte che resta in ombra.
Referendum nucleare: si vota sull’idea, non sull’oggetto
Il disegno di legge presentato a ottobre 2025 non costruisce centrali: conferisce al governo una delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare produzione e uso di energia da “fonte nucleare sostenibile” secondo la tassonomia europea. Insieme, la fabbricazione e il riprocessamento del combustibile, lo smantellamento degli impianti vecchi, la gestione delle scorie e la ricerca sulla fusione. Non è ancora un cantiere: piuttosto, è un quadro normativo. Le centrali “di nuova generazione” che Ciriani spera di “piantare nel nostro Paese” (ha detto proprio “piantare”, il verbo è suo, e fa un certo effetto applicato a un reattore) per ora vivono in due posti: in un testo fermo in commissione e in Nuclitalia, la società costituita a maggio fra Leonardo, Ansaldo Energia ed Enel per fare scouting delle tecnologie disponibili. Il suo presidente, Ferruccio Resta, dice che la parte di selezione internazionale “è ormai chiusa” e che si stanno analizzando i dati.
Quindi, per sintetizzare come farebbe una AI, in 3 punti (perché, non si può più?): un referendum su un’energia che il Paese non produce ancora, prodotta da impianti che nessuno ha ancora scelto, e su un terreno legale che nessuno ha ancora definito.
Ma non c’era stato già un referendum sul nucleare? E uno ancora prima? Il governo, va detto, ha una tesi pronta sui due voti passati: secondo l’esecutivo le domande del 1987 e del 2011 riguardavano tecnologie obsolete, come “paragonare una bicicletta a una Ferrari”, e alcune sentenze della Consulta consentono al legislatore di non considerarsi vincolato se il contesto tecnologico è cambiato. Resta il fatto che le sentenze non impediscono ai cittadini di raccogliere firme. Da lì l'”inevitabilmente”. Tutto legittimo. Se le condizioni cambiano, giusto interpellare di nuovo il popolo, non ci vedo nulla di sbagliato.
La domanda che a Trento non ha fatto nessuno
C’è un dettaglio che nel dibattito relativo al referendum sul nucleare compare di rado, e mai dai palchi. Una centrale ha bisogno di uranio arricchito. L’Italia non lo produce, e il club dei paesi che lo esportano si conta sulle dita di una mano: in cima alla lista, da anni, c’è la Russia. Gli stessi Stati Uniti, che di reattori ne hanno quasi cento, non ne arricchiscono abbastanza per sé e una quota la importano da Mosca, almeno finché le leggi recenti non cambieranno gli equilibri. Scaroni dice che vuole il nucleare “per non dover importare”. L’idea ha un suo fascino, finché non si guarda da dove arriverebbe il combustibile.
Sul resto, la cronaca recente è già scritta altrove. Sul ddl e sui fantasmi dei due voti passati ne avevamo parlato quando il piano italiano per il ritorno al nucleare prese forma. La tecnologia su cui Nuclitalia sta facendo scouting sono in larga parte i piccoli reattori modulari, e su quelli vale la pena ricordare due cose già dette: che la corsa agli SMR ha un interesse militare evidente, e che moltiplicare i reattori moltiplica le superfici da sorvegliare. Dettagli che un referendum sul principio difficilmente affronterà.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 12-20 anni per la prima centrale operativa, ammesso che il percorso non si fermi prima. La “prima luce nel 2027” promessa in passato dal ministro Pichetto riguarda la sperimentazione, non una centrale che alimenta case.
Cosa serve: una legge approvata, una tecnologia scelta (gli SMR commerciali maturi quasi non esistono ancora), siti individuati e accettati dai territori, e una filiera del combustibile che non dipenda da chi “non vorremmo”. Chi ne beneficerà per primo non saranno le bollette domestiche, ma l’industria energivora che ha spinto per la svolta. Il referendum, se si fa, arriverà molto prima di qualunque kilowattora.
Resta una simmetria curiosa. Nel 1987 a spingere al voto fu Chernobyl, nel 2011 Fukushima: due disastri, due paure concrete. Stavolta a spingere non c’è un reattore che esplode, ma una bolletta che sale. L’Italia si appresta a chiedersi per la terza volta la stessa cosa, con la differenza che le due volte precedenti sapeva esattamente su cosa stava votando. Adesso un po’ meno.
E comunque, prima ancora di “piantare” centrali, qualcuno dovrà spiegare ai cittadini di Trento, e a quelli di tutti gli altri posti dove le centrali andrebbero davvero, che cosa stanno votando di preciso.