Henrik Lund e dieci colleghi delle università di Aalborg, LUT, Manchester e Zagabria hanno pubblicato su Energy un paper che tocca un nervo scopertissimo: il costo del nucleare, calcolato col metodo standard, sottostima sistematicamente quello che il sistema paga davvero per integrarlo. Hanno proposto un nuovo indicatore e l’hanno applicato alla Danimarca proiettata al 2050. Risultato? Il mix eolico offshore più solare costa 46 €/MWh, il nucleare 100. Una differenza del 53%. E le ipotesi usate, dicono gli autori, sono ancora generose verso il nucleare.
Cambia il metro, cambia il numero
L’LCOE, il “Levelized Cost of Energy”, è il righello con cui da decenni si confrontano centrali nucleari, parchi eolici e fotovoltaici. Misura quanto costa produrre un megawattora “in uscita dalla centrale”: investimento, manutenzione, combustibile, vita utile. Un numero pulito e portatile, perfetto per le slide dei comitati ministeriali. Il problema è che ignora una cosa minuscola: il sistema in cui quell’energia deve infilarsi.
Lund e Christian Breyer (co-autore, professore alla LUT University in Finlandia) hanno sviluppato un secondo indicatore, l’SLCOE (system-based LCOE), che aggiunge i costi di integrazione: bilanciamento della rete, accumulo, riserva di potenza, espansione delle linee, accoppiamento settoriale. Quest’ultima parola fa la differenza: significa collegare la produzione elettrica al riscaldamento, ai trasporti, all’idrogeno, all’industria. In un sistema integrato, l’eolico che soffia di notte non si butta via, scalda case o ricarica auto.
Quando confronti l’LCOE classico col nuovo SLCOE, in un sistema climaticamente neutro al 2050, il quadro cambia: il nucleare arriva a 100 €/MWh, il mix offshore-solare a 46. L’eolico onshore non entra nel mix vincente, perché in Danimarca le condizioni offshore sono troppo favorevoli. Il Fraunhofer in Germania era arrivato a numeri compatibili, ma con un metodo diverso. Lund formalizza la cosa: il righello che usavamo era incompleto.
L’inghippo spiegato facile
Immaginate di comprare un’auto. Guardi il listino: modello A costa meno del modello B. Firmi. Poi scopri che il modello A richiede una strada privata per essere guidato, un meccanico full-time in garage e un assicurazione che copre i danni solo se piove esattamente ogni martedì. Il modello B, invece, si integra col traffico esistente, condivide i pezzi di ricambio con metà delle auto in circolazione e il meccanico lo trovi sotto casa. Questo è più o meno quello che succede quando confronti il costo del nucleare con quello di sole e vento usando il vecchio indicatore LCOE, il Levelized Cost of Energy. Un numero comodo, usato da banchieri e politici, che ti dice quanto costa produrre un megawattora “in uscita dalla centrale”. Quello che non ti dice è quanto costa farlo entrare nel sistema senza far saltare tutto.
Il dettaglio finanziario che fa esplodere i conti
Ecco il cuore vero del paper. L’IEA, nei suoi World Energy Outlook 2023 e 2024, stima il costo overnight del nucleare europeo al 2050 attorno a 4.500 €/kW. Sembra ragionevole. Ma per arrivare al numero finale, l’IEA applica al nucleare un tasso di sconto dell’8%, mentre alle rinnovabili ne applica uno tra il 3 e il 5%. Motivo: il nucleare è considerato un investimento ad “alto rischio progettuale”, l’eolico no. Il differenziale di sconto compensa l’incertezza di costruzione. È prassi.
Lund traduce la cosa in una grandezza confrontabile: applicare l’8% ai 4.500 €/kW dell’IEA produce lo stesso onere annuo che applicare il 5% a 10.000 €/kW. Per il WEO 2024, la cifra equivalente è 11.200 €/kW. Il righello si allunga, e il costo del nucleare raddoppia rispetto alla cifra ufficiale. Non perché qualcuno abbia barato: perché l’8% di sconto, applicato a un capitale che si rivede dopo dodici anni di cantiere, vale così. Sono cifre allineate ai costi reali delle centrali di Hinkley Point C in UK, Olkiluoto in Finlandia, Flamanville in Francia, dove i costi finali hanno superato del 100% le stime iniziali.
Costo del nucleare, cosa il paper non ha contato (e che peggiorerebbe ulteriormente il quadro)
Gli autori sono espliciti: il loro 53% è una stima conservativa. Hanno escluso tre voci scomode. Lo stoccaggio definitivo delle scorie ad alta attività, che in Europa è stimato in 422-566 miliardi di euro. Il costo opportunità dei dieci-quindici anni di cantiere durante i quali le rinnovabili non vengono installate. E i costi sociali e sanitari, che però (va detto) restano fuori dalla maggior parte dei modelli energetici.
Una nota a margine sul solare: l’IEA stima il fotovoltaico utility-scale a 480 €/kW nel 2050. Breyer fa notare che oggi, nel 2026, i prezzi reali sono già attorno a 400 €/kW. Il vantaggio modellato sottostima quello reale. Vabbè.
Scheda Studio
- Titolo: SLCOE – system-based LCOE for comparing energy technologies in different systems
- Autori principali: Henrik Lund (Aalborg University), Christian Breyer (LUT University) e altri 9 ricercatori
- Pubblicazione: Energy, vol. 353, 140880, aprile 2026 (Elsevier, open access CC-BY)
- DOI: 10.1016/j.energy.2026.140880
- Caso studio: Danimarca al 2050, simulato con software EnergyPLAN, su tutti i settori (elettricità, riscaldamento, trasporti, industria)
- Risultato chiave: SLCOE nucleare 100 €/MWh, SLCOE mix eolico offshore + solare 46 €/MWh (-53%)
L’Italia non ha ancora deciso “con che righello” misurare il costo del nucleare
L’eco italiana di questi numeri è particolare. Il governo ha annunciato una roadmap per il ritorno al nucleare con SMR e AMR, con l’idea di arrivare a 8 GW installati entro il 2050 e coprire l’11% del fabbisogno elettrico. La stima del costo del nucleare da SMR italiani è attorno a 107 €/MWh. Cingolani, ad di Leonardo, parla di SMR ad acqua di terza generazione avanzata non prima del 2030 e Advanced Modular Reactors di quarta generazione dal 2040 in poi. Pichetto, ministro dell’Ambiente, è più ottimista ed ipotizza primi moduli operativi dal 2035.
I numeri di Lund applicati a quel piano dicono una cosa scomoda. Anche assumendo che gli SMR italiani entrino in funzione nel 2035 al costo previsto (e già su questo i precedenti internazionali sono tutti negativi), restano più costosi di un sistema integrato basato su rinnovabili e flessibilità di domanda. Senza contare che a livello globale le installazioni di solare procedono a una velocità che il nucleare non ha mai raggiunto: la Cina nel 2025 ha aggiunto 300 GW di solare in un anno. Che famo?
Il righello sbagliato non rende sbagliato il muro. Rende sbagliata la stanza.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-10 anni perché l’SLCOE diventi metro standard nei piani energetici nazionali; 15-20 anni perché si vedano effetti reali sulle scelte di investimento.
Il problema non è la matematica del paper, è che gli indicatori energetici hanno un’inerzia istituzionale enorme: l’IEA continuerà a pubblicare LCOE per anni, perché il suo pubblico (banche, governi, fondi) è abituato a quel righello. L’SLCOE entrerà prima nei modelli accademici, poi forse nei piani di TSO come Energinet, infine nei processi decisionali pubblici. Chi ne beneficerà per primo: i Paesi del Nord Europa con sistemi già flessibili. L’Italia, che ha appena scelto di puntare sul nucleare, ha tempi diversi: il dibattito pubblico arriva quando le decisioni sono già prese.
Per tutti gli avvocati, i tirocinanti e gli allievi dell’Atomo: il paper non dice “il nucleare è male”. Dice una cosa più tecnica: se misuri solo il costo di produzione, stai misurando una stanza guardando il pavimento. Quando includi il sistema, gli affitti cambiano, e per parecchio. Il costo del nucleare calcolato così resta un’opzione possibile, ma raramente l’opzione più economica. Soprattutto in un futuro in cui auto elettriche, pompe di calore ed elettrolizzatori chiederanno alla rete di essere fluida, non rigida. Lund lo dice col tono asciutto degli ingegneri danesi: il modo in cui abbiamo confrontato le tecnologie energetiche per quarant’anni va aggiornato. Non è uno slogan, qui nessuno sta facendo la guerra e risse non ne vogliamo. Portate i vostri dati con calma e chiarezza, se ce ne sono.
È bene che si sappia una cosa, però: si tratta di una legittima correzione metodologica ma l’effetto, se la correzione passa, è politico. A buon intenditor, poche parole.