Mio zio ha 71 anni, fuma da quando ne aveva 16 e va dall’urologo solo se lo trascina mia zia. È esattamente il tipo di persona per cui è stato pensato questo test delle urine per la vescica che si fa a casa, senza mettere piede in un ambulatorio: il tipo di persona che rimanda i controlli finché non è troppo tardi. Magari con un barattolo sul lavandino un pensiero in più se lo fa.
Il test, denominato Galeas, è stato sviluppato presso l’Università di Birmingham con finanziamenti da Cancer Research UK ed è stato successivamente concesso in licenza all’azienda diagnostica Nonacus. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista European Urology Oncology.
Il test delle urine per la vescica e il numero che conta davvero
La cifra sbandierata è il 90%: nove tumori alla vescica su dieci individuati correttamente. Suona quasi come un esame di routine, uno di quelli che si fanno per scrupolo. Ma il 90% di sensibilità non dice cosa succede al restante 10%, quello che il test non vede.
E soprattutto non dice quante persone sane riceveranno un falso allarme. Persone mandate poi a fare esami invasivi per niente. Negli studi di screening di massa, anche una specificità del 90% genera migliaia di falsi positivi. Il tumore alla vescica resta comunque raro rispetto al numero di persone testate. È matematica di base, non è pessimismo: se testi centomila persone e solo poche centinaia hanno davvero il tumore, anche un buon test produce più allarmi falsi che veri.
Non è una novità assoluta, comunque. Ne avevamo già parlato sei anni fa su queste pagine, quando un test simile prometteva di anticipare la diagnosi di dieci anni. Di quella promessa, per ora, non è arrivato molto sul mercato: il passaggio da laboratorio a farmacia di quartiere resta il punto dove questi annunci si arenano di solito.
Chi ci guadagna, per ora
I primi a beneficiarne, se il test arriverà davvero sul mercato, saranno i pazienti già in follow up dopo un tumore trattato. Gente che oggi si sottopone a cistoscopie ogni pochi mesi, un esame scomodo quanto suggerisce il nome. Per loro un test non invasivo cambierebbe la qualità della vita, anche solo per il numero di volte in cui evitano lo studio medico.
Meno chiaro è il discorso screening di popolazione, quello per cui i titoli sui giornali si accendono. Lì la storia dei falsi positivi pesa: e pesa anche il costo, perchè un test genetico del genere non costerà quanto una striscia reattiva da farmacia.
Dal laboratorio al bagno di casa: la strada che manca
Realisticamente servono 4-6 anni prima che un test così arrivi come prodotto certificato per uso clinico diffuso, non solo per pazienti già in sorveglianza. Gli ostacoli: validazione su popolazioni ampie e diverse, approvazione regolatoria (in Europa marchio CE diagnostico, negli USA via FDA), e la gestione dei falsi positivi su larga scala. Il dettaglio che ridimensiona l’entusiasmo: lo studio pilota ha coinvolto poche centinaia di persone, non i milioni necessari per uno screening nazionale.
Mio zio, probabilmente, continuerà a fare l’esame urine di controllo che gli passa il medico di base, quello vecchio e poco sofisticato ma già collaudato. Il barattolo nuovo, quello con dentro il futuro della diagnosi precoce, per ora resta un’etichetta su una scatola che non è ancora arrivata in farmacia.