A 4 e 5 anni, mentre altri bambini rincorrono un cane in giardino, c’è chi passa il pomeriggio a coccolare un gatto sul divano. Una ricerca spagnola durata vent’anni suggerisce che quel dettaglio, apparentemente innocuo, si accompagna a più ansia e più difficoltà comportamentali. I ricercatori non sanno ancora dire perché.
Il progetto si chiama INMA (Infancia y Medio Ambiente) e nasce all’inizio degli anni 2000 per studiare gli effetti dell’inquinamento sullo sviluppo dei bambini. Con il tempo si è allargato ad altri fattori ambientali, incluso quello che ogni famiglia italiana conosce bene: tenere un animale in casa. Per capirne di più, l’analisi ha osservato quasi 1.900 coppie madre-bambino seguite dalla gravidanza fino agli 8 anni, in sette diverse aree della Spagna.
Cosa hanno misurato davvero
I genitori hanno compilato questionari comportamentali quando i figli avevano 7-8 anni: sintomi emotivi, problemi di condotta, iperattività, difficoltà con i coetanei, comportamento prosociale. Gli epidemiologi guardavano due categorie precise. I comportamenti internalizzanti (ansia, tristezza, il disagio che il bambino trattiene dentro) e quelli esternalizzanti (regole infrante, scontri con gli altri).
Circa un quarto delle famiglie aveva sempre avuto un animale, di solito cane o gatto. E qui arriva il dato che spiazza chi si aspettava la solita storia buona sugli animali che aiutano i bambini a crescere: avere un gatto, ma solo a 4-5 anni, si associava a un aumento sia dei problemi internalizzanti sia di quelli esternalizzanti. Gli altri animali, invece (conigli, rettili, anfibi), sembravano fare l’opposto: un effetto protettivo, con meno rischio su entrambi i fronti.
Cani e uccelli, nel mezzo, non mostravano nessuna associazione significativa. Solo il gatto, da solo, si distingue in negativo: un dato piccolo per dimensione statistica, ma abbastanza netto da finire pubblicato.
Il lavoro di González e colleghi
Pubblicazione: Llúcia González et al., “Pet ownership and children’s mental health”, pubblicato su World Journal of Pediatrics (2025).
Le ipotesi, e quanto reggono
I ricercatori stessi ammettono di annaspare un po’ sulle cause.
Prima ipotesi: gli animali “piccoli” come roditori e rettili sono evolutivamente più distanti da noi. Richiederebbero legami emotivi più leggeri, più facili da gestire per un bambino di 4 anni. Meno investimento, meno frustrazione.
C’è poi una seconda ipotesi più terra terra: il gatto, a differenza del cane, non trascina fuori casa nessuno. Niente passeggiate, niente giochi all’aperto, niente di quell’attività fisica che di per sé abbassa l’ansia.
Infine l’ipotesi biologica, quella che fa più rumore mediatico: la toxoplasmosi. Un parassita che passa proprio dai gatti e colpisce circa un terzo della popolazione mondiale, con effetti documentati su cognizione e umore.
Nessuna di queste tre strade è dimostrata. Lo studio è osservazionale: misura correlazioni, non cause. E le stesse autrici lasciano cadere, quasi di passaggio, il dettaglio che complica tutto.
I gatti “sono spesso scelti da famiglie con figli che già hanno condizioni di salute mentale”, scrivono, “proprio per le loro basse esigenze di cura.” In altre parole, potrebbe non essere il gatto a creare il problema. Potrebbe essere il problema a portare in casa il gatto.
Quanto conta, in pratica, questo studio
Chi in questi giorni si sta chiedendo se prendere un gatto per il proprio bambino può stare tranquillo. L’effetto misurato è piccolo, limitato a una finestra d’età precisa (4-5 anni), senza conferme negli altri follow-up dello studio. Non è un verdetto contro i gatti.
Piuttosto è un promemoria: la retorica del “pet che fa bene ai bambini”, ripetuta per decenni quasi senza verificarla, non vale allo stesso modo per ogni specie. Forse nemmeno per lo stesso bambino in momenti diversi della sua vita, un po’ come succede per altre abitudini date per scontate sullo sviluppo infantile, che la ricerca comincia a rimettere in discussione.
Le ricercatrici concludono parlando di “relazione complessa” tra possesso precoce di un animale e salute mentale del bambino. Vero, ma detto così suona anche un po’ come chi, messo alle strette, ammette di non saperne abbastanza.
Il che, in fondo, è la cosa più onesta che potessero scrivere. Miaooo.