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Energia

Vi racconto la nascita delle nazioni elettriche

Dopo Hormuz una nazione che compra energia a carichi ne importa anche i rincari, e c'è chi ha deciso di produrla in casa.

Tralicci dell'alta tensione in fila in un campo di erba secca sotto un cielo azzurro. Nazione elettrica
Foto: Juan / Pexels

Finora la forza di una nazione si è misurata in barili e metri cubi di gas, cioè in energia comprata un carico alla volta, e pagata al prezzo del giorno. Dopo il blocco di Hormuz, a marzo, qualcuno ha cominciato a fare un altro conto: chi produce corrente in casa propria compra una volta la macchina, che sia un pannello o una turbina, e poi la usa per anni. Per Jan Rosenow e Maria Mendiluce, che firmano l’analisi su Time, i paesi che lo hanno capito per primi diventeranno “nazioni elettriche” (loro le chiamano electrostates, “Elettrostati”, ma temevo che Google avrebbe fatto strage di questa parola chiave, accettate questa piccola nota di redazione ahah).

Cosa cambia per una nazione quando il carburante resta in mare

Quando le navi dirette verso lo Stretto si sono fermate, i paesi che importano energia come carburante hanno scoperto che col barile si compra anche ogni scossone di prezzo. Il conto è arrivato nel giro di pochi giorni, con tutte le conseguenze che conoscete, anche in Italia.

Chi aveva già in casa pannelli e turbine ne è uscito meno esposto, e magari nel suo caso la discussione è scivolata dalle bollette alle fabbriche. Dove costruirle e chi produrrà le tecnologie che muovono l’economia è diventata una questione di sicurezza oltre che di prezzo.

C’è poi una questione di sprechi che di solito resta fuori dai titoli. Bruciare carburante in un motore o in una caldaia butta via circa due terzi dell’energia che entra, quasi tutta sotto forma di calore. Motori elettrici e pompe di calore fanno lo stesso lavoro con una frazione di quell’ingresso.

La Commissione europea stima che il suo obiettivo al 2040 possa far risparmiare all’Unione fino a 260 miliardi di euro l’anno di fossili. Il barile si ricompra ogni mese, il pannello si compra una volta ogni vent’anni, e a prezzi sempre minori.

La Cina è in testa, con più della metà della corrente ancora a carbone

L’Electrification Competitiveness Index è un lavoro della We Mean Business Coalition su 16 paesi (Mendiluce, tra l’altro, guida proprio quella coalizione). Mette la Cina davanti a tutti per diffusione: fabbrica più dell’80% delle celle, cioè i mattoncini con cui si costruiscono le batterie. E la quota di elettricità nei suoi consumi finali è raddoppiata dal 2005. Il 54% della sua corrente, però, nasce ancora dal carbone, e il piano è sostituirlo con energia pulita.

Chi elettrifica, intanto, deve comprare batterie e apparecchi da pochi produttori: è la dipendenza che prende il posto di quella dal carburante.

Gli altri vanno ciascuno per la propria strada. Gli Stati Uniti puntano sul petrolio e sul gas di casa propria, e più di 2 terawatt tra generazione e accumulo aspettano di allacciarsi alla rete. La Francia vuole portare l’elettricità dal 27% al 38% dei consumi finali entro il 2035. Il Canada vuole raddoppiare la sua offerta entro il 2050, e Bruxelles dichiara addirittura (Booooom) di voler diventare il primo “elettro-continente” del mondo.

Perfino l’Etiopia, dove la corrente raggiunge circa il 60% della popolazione, vede già una rapida adozione di auto elettriche.

Cosa misura l’indice sui 16 paesi

Pubblicazione: analisi della We Mean Business Coalition su 16 economie, presentata il 27 ottobre 2026 e ripresa da Time.

Dati chiave: l’indice incrocia la diffusione delle tecnologie elettriche con le politiche che le sostengono. Il punteggio mediano delle condizioni abilitanti è 67%, quello di diffusione e mercato è 45%, quindi nella maggior parte dei paesi le norme corrono più del mercato.

Bruxelles vuole il 46% di elettricità, ma da 10 anni sta al 23%

Il traguardo europeo è raddoppiare entro il 2040 la quota di elettricità nei consumi finali, fino al 46%. Oggi quella quota è ferma intorno al 23% da un decennio.

Facciamo due conti: da qui al 2040 servono circa 1,6 punti percentuali l’anno, contro uno scarto vicino a zero negli ultimi 10. Alla COP31 di Antalya, a novembre, la presidenza punterà a portare la quota mondiale da circa il 20% al 35% entro il 2035. Sono circa 1,7 punti l’anno, e all’Europa tocca un passo dello stesso ordine di quello chiesto al pianeta intero.

Il freno sta nei conti delle imprese. In Gran Bretagna l’elettricità industriale costa più di 5 volte il gas a parità di energia, e le fabbriche tedesche e britanniche aspettano anche l’allaccio alla rete. A luglio abbiamo raccontato come le elettriche cinesi hanno vinto partendo 20 anni prima, e sull’Europa che si prepara a stringere la cinghia c’è lo speciale su AccelerateEU.

Il pannello sul tetto di un capannone di provincia, con rispetto parlando, se ne frega di Hormuz. Intanto fa corrente un giorno dopo l’altro, mentre la nave del carburante aspetta in rada. Una nazione elettrica sarebbe fatta di migliaia di oggetti così, che una volta montati non chiedono carburante a nessuno.

E io ci vorrei vivere, in una nazione così.