Copiare un file dal telefono al computer richiede un secondo: l’originale resta dov’è e la copia funziona allo stesso modo. Il mind uploading, cioè il caricamento di una mente su un computer, promette lo stesso gesto per un cervello. A marzo 2026 la startup Eon Systems ne ha presentato una versione in miniatura: un moscerino della frutta che, nel computer, cammina e si pulisce.
Il mind uploading del moscerino: cosa ha fatto Eon Systems
Eon Systems è partita da FlyWire, la mappa completa dei circuiti di un moscerino adulto pubblicata su Nature nel 2024. Dentro ci sono 139.255 neuroni e oltre 50 milioni di sinapsi, che nella simulazione di Eon muovono un corpo virtuale.
Un connettoma elenca chi è collegato a chi, un po’ come lo schema elettrico di una casa, che mostra i fili senza la corrente. Per questo il modello usa neuroni molto semplificati e, stando alle descrizioni pubblicate, nessun apprendimento: il moscerino virtuale ripete ciò che il cablaggio gli consente.
Nel 2021 Futuro Prossimo raccontava il connettoma congelato e messo su un computer e citava, per il moscerino, 20 milioni di sinapsi. Cinque anni dopo la mappa è completa e muove un corpo, ma un cervello umano ha 86 miliardi di neuroni. Il moscerino cammina, e nessuno sa dire se ci sia qualcuno a camminare.
Perché un cervello umano è un’altra scala
Facciamo due conti: per un mind uploading umano servono circa 617.000 volte i neuroni del moscerino. Il pezzo di cervello umano più grande mappato finora misura 1 millimetro cubo, mezzo chicco di riso. Lo hanno ricostruito Harvard e Google nel 2024: dentro ci sono 150 milioni di sinapsi, e i dati pesano 1.400 terabyte.
Un cervello adulto contiene circa 1,3 milioni di quei millimetri cubi: il conto sale a circa 1,8 miliardi di terabyte (stima fatta a spanne). Anche il topo resta lontano, perché il progetto MICrONS ne ha mappato nel 2025 lo 0,2%.
Resta da procurarsi un cervello da leggere, e Nectome ne ha conservato uno intero di maiale (preprint di marzo 2026, senza revisione tra pari). A Erlangen fettine di ippocampo di topo hanno ripreso a scambiarsi segnali dopo essere stato a -196°C. Per 1,5 chili di cervello umano, invece, nessuno ha ancora dimostrato nulla.
Il mind uploading produce una persona o un’eco?
Per rispondere al dilemma del mind uploading servirebbe una teoria della coscienza che regga, e la scienza ne cerca ancora una. Nel 2025 il Cogitate Consortium ha messo alla prova su Nature due teorie rivali: quella dell’informazione integrata e quella dello spazio di lavoro globale. I volontari erano 256, osservati con la risonanza magnetica o con la magnetoencefalografia, e in 34 casi con elettrodi dentro il cranio. Ciascuna teoria ha mancato almeno una previsione importante.
In altre parole, manca lo strumento che dovrebbe dire se una copia sia qualcuno, e nessun esperimento distingue ancora un’eco convincente da una persona. João Pedro de Magalhães, dell’Università di Birmingham, sostiene che una copia perfetta resterebbe un’altra entità. La tradizione filosofica di Derek Parfit ritiene che, a parità di ricordi e di carattere, alla copia non manchi nulla di ciò che conta per la sopravvivenza.
Resta la sostituzione graduale, un neurone alla volta, che ha un punto di partenza solido. Uno studio del 2006 su PNAS, basato sul carbonio 14 dei test atomici, ha trovato che oltre il 99% dei neuroni della neocorteccia adulta nasce prima della nascita. Le molecole cambiano di continuo, i neuroni restano gli stessi, e nessuno ha mai provato a rimpiazzarli con parti artificiali.
Cosa funziona già: leggere il cervello invece di copiarlo
Dove la ricerca avanza davvero è sulle interfacce cervello-computer, che leggono l’intenzione di parlare e lasciano stare i ricordi. A giugno 2026 Nature Medicine ha raccontato il caso di un uomo di 45 anni con la SLA. Per quasi 2 anni ha usato un impianto nella corteccia motoria del linguaggio per parlare con la famiglia e lavorare a tempo pieno.
L’espansione cognitiva, tanto evocata nei discorsi sull’immortalità digitale, oggi coincide con un fatto più modesto: restituire la parola a chi l’ha persa. I limiti si leggono nei numeri dello stesso studio, dove solo il 53,3% delle frasi usciva giusto al primo colpo. I fili attraversano ancora la pelle, e il sistema legge il parlato tentato, mai i pensieri.
Il paziente T15 e le sue 3.800 ore a casa
Pubblicazione: Nicholas Card e colleghi (BrainGate2), “Long-term independent use of an intracortical brain-computer interface for speech and cursor control”, pubblicato su Nature Medicine (giugno 2026). DOI: 10.1038/s41591-026-04414-6.
Dati chiave: il partecipante, uno solo, ha usato 4 matrici da 64 elettrodi per oltre 3.800 ore a casa, senza ricercatori presenti. Ha comunicato 183.060 frasi a 56 parole al minuto, con il 99,2% di parole corrette in un vocabolario di 125.000 parole.
Le previsioni, azzardate ma firmate
Diciamolo: sul mind uploading restano scommesse. Previsione firmata il 2 novembre 2026: entro il 2031 almeno un’interfaccia per la parola come quella di BrainGate otterrà il permesso di essere venduta in Europa o negli Stati Uniti. Entro il 2033 arriverà la mappa completa di un cervello di topo, e verso il 2040 un topo virtuale guidato dal proprio connettoma saprà orientarsi in un labirinto.
Quanto manca a un cervello umano nel computer
Orizzonte stimato: tra il 2070 e il 2100 per un’emulazione umana credibile, se mai arriverà.
Servono una mappa di 86 miliardi di neuroni e un modello del singolo neurone molto più fedele di quelli attuali. I primi a usarne i frutti saranno i laboratori che provano farmaci su cervelli virtuali di topo, e chi con un’interfaccia riavrà la parola. Il limite che ridimensiona resta uno: nessuna prova dice che simulare tutti i circuiti produca un’esperienza.
Copiare un file produce due file identici, e nessuno si chiede quale sia l’originale. Il giorno in cui il mind uploading arriverà (se arriverà), ci saranno probabilmente due versioni della stessa persona.
E, lasciatemi fare una battuta, un solo conto in banca.