Il cervello di un maiale è stato congelato con tutte le sue connessioni neurali intatte: neuroni, sinapsi, molecole, tutto. Il team di Nectome, azienda di San Francisco specializzata nella conservazione della memoria, ha pubblicato su bioRxiv i risultati di un protocollo pensato per essere compatibile con la morte assistita. La procedura inizia entro 14 minuti dall’arresto cardiaco: una cannula nell’aorta, il sangue sostituito da aldeidi che bloccano l’attività cellulare, poi crioprotettori al posto dell’acqua. Il cervello raggiunge -32°C in uno stato vetroso, conservabile (in teoria) per sempre. Ora Nectome vuole proporlo a pazienti terminali in Oregon.
Come si congela un cervello senza romperlo
La tecnica si chiama criopreservazione stabilizzata con aldeidi, e il concetto è meno elegante di quanto il nome suggerisca. Pochi secondi dopo l’arresto cardiaco si espone il cuore, si inserisce una cannula nell’aorta ascendente e si avvia il lavaggio. Via il sangue, dentro una soluzione di aldeidi: sostanze chimiche che creano ponti molecolari tra le cellule. Un po’ come mettere delle manette microscopiche a ogni sinapsi, bloccandola nella posizione esatta in cui si trovava un attimo prima. Poi arrivano i crioprotettori, che sostituiscono l’acqua nei tessuti ed evitano la formazione di cristalli di ghiaccio durante il raffreddamento. A -32°C la soluzione diventa vetrosa: il cervello si trasforma in una specie di scultura biologica trasparente, stabile nel tempo.
Il team guidato da Borys Wróbel ha testato il protocollo su maiali Yorkshire (cervello e sistema cardiovascolare simili a quelli umani). I primi tentativi, con la perfusione avviata circa 18 minuti dopo la morte, mostravano danni cellulari evidenti. Riducendo l’intervallo a meno di 14 minuti i risultati sono cambiati: i campioni della corteccia esaminati al microscopio mostravano membrane intatte, mitocondri visibili e sinapsi perfettamente conservate.
Lo studio
“Ultrastructural preservation of a whole large mammal brain with a protocol compatible with human physician-assisted death” — Aurelia Song, Anna LaVergne, Borys Wróbel (Nectome Inc.) — bioRxiv, 7 marzo 2026. Preprint, non ancora sottoposto a peer review.
Nectome ha congelato un cervello di maiale preservando ogni neurone. Ora vuole offrire la stessa procedura a malati terminali umani.
Il piano: congelare il cervello dei malati terminali
Il titolo di questo paragrafo vi ha già messi sulla giusta via. Avete capito bene, Nectome non vuole congelare cervelli di maiali a tempo indeterminato: vuole congelare cervelli umani. Il protocollo è stato progettato per essere compatibile con il suicidio medicalmente assistito, che è già legale in Oregon e in altri stati americani.
L’idea è questa: un paziente terminale sceglie il momento della propria morte, assume il farmaco prescritto da un medico indipendente e, subito dopo il decesso legale, il team di Nectome interviene chirurgicamente per avviare la conservazione.
Wróbel lo spiega con una franchezza che lascia poco spazio all’ambiguità: i pazienti donerebbero cervello e corpo alla ricerca scientifica, nella speranza che un giorno qualcuno riesca a leggere le informazioni conservate e ricostruire la persona. Continuare a vivere, dice. Il team ha già verificato la fattibilità chirurgica della procedura su un cadavere umano donato alla scienza.
Congelare il cervello è una cosa. Rianimarlo è un’altra
Attenzione, perché qui serve un bel bagno di realtà. Congelare il cervello con questa tecnica significa fissarlo chimicamente con sostanze tossiche: l’organo è morto, preservato ma morto. Un po’ come quei “fiori stabilizzati” che si vedono in giro. Come ha sottolineato Joao Pedro de Magalhaes dell’Università di Birmingham, si tratta sostanzialmente di un’imbalsamazione sofisticata. Nessuno oggi sa come invertire il processo, e nessuno sa se sarà mai possibile farlo. La “rianimazione” resta un concetto puramente teorico.
La scommessa di Nectome si fonda su un’ipotesi precisa: che il connettoma (la mappa completa delle connessioni tra neuroni) contenga tutte le informazioni necessarie per ricostruire una mente. Pensieri, ricordi, percezioni, personalità: tutto scritto nella geometria delle sinapsi. Mappare il connettoma di un topo, finora, ha richiesto sette anni di lavoro per una porzione ridotta del cervello. Il cervello umano contiene circa 86 miliardi di neuroni e qualcosa come 100 trilioni di connessioni sinaptiche.
Si, ma se funzionasse davvero?
Anche ammettendo che un giorno si riesca a scansionare un cervello congelato e a ricostruirne digitalmente la mente: quella mente sarebbe la stessa persona?
De Magalhaes non ci crede. Una copia perfetta della mia mente, dice, resterebbe comunque un’entità diversa. Il problema dell’identità personale dopo la morte non lo risolve nessun crioprotettore.
Quando la morte diventa una questione di biologia definizioni
Lo studio di Nectome tocca un nervo scoperto. Come ha osservato Brian Wowk della 21st Century Medicine, dichiarare qualcuno morto sulla base dell’arresto cardiaco è sempre stata una prognosi di irreversibilità formalizzata, non un confine metafisico netto. Il fatto che sia possibile conservare la composizione molecolare e strutturale di un cervello dopo periodi significativi di arresto circolatorio rafforza un’idea scomoda: la differenza tra vita e morte è più sfumata di quanto ci faccia comodo pensare.
Nectome si sta preparando a invitare i primi pazienti terminali in Oregon. Arriveranno, passeranno qualche giorno con la famiglia, poi assumeranno il farmaco e il team interverrà. Un po’ come organizzare il proprio funerale con un’appendice chirurgica e la speranza (remota, costosissima, forse vana) che qualcuno tra cento o trecento anni sappia fare qualcosa con quello che resta. Il mind uploading resta fantascienza, per ora.
Insomma: congelare il cervello oggi è possibile. Conservarlo intatto, anche. Sapere se dentro ci sia ancora qualcuno, no. E forse la vera domanda non è se riusciremo a riportare indietro queste persone, ma se avremo il coraggio di ammettere che non sappiamo nemmeno cosa stiamo conservando.