Indovina indovinello, chi è che prevede la produzione di massa per la prima metà del 2027 (con 30 milioni di pezzi stimati nel giro di 18 mesi), un processore MediaTek esclusivo e basato su una versione custom del Dimensity 9600 e nessuna app, ma solo agenti AI che eseguono compiti al posto tuo? Esatto, lo smartphone di OpenAI. E come lo sapete? Avrete sicuramente anche voi, come me, sbirciato Ming-Chi Kuo, lo stesso analista che di solito anticipa Apple, e che due settimane prima diceva una cosa diversa: produzione di massa nel 2028. Poi ha aggiornato la stima, per questione di quattrini (poi vi dico più avanti).
Il piano dello smartphone OpenAI, per come lo descrive Kuo, è piuttosto ambizioso (al punto che mi sentirei di smentirlo in parte, sulla fiducia). Sostituire l’App Store con una serie di agenti AI che ascoltano cosa vuoi fare e lo fanno attingendo a modelli on-device per le cose veloci e ad uno store di agenti per quelle complesse. Niente icone da toccare in sequenza? Niente sistema operativo nel senso classico? No, sul serio: un agente AI sarebbe il sistema operativo? Datemi tempo per metabolizzare la cosa, tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”, diceva Elio.
Cosa c’è dentro il telefono OpenAI
L’hardware del “prossimo iPhone” è disegnato attorno al carico di lavoro dell’AI, non attorno al consumatore di app. (Per i meno esperti: saltate tutto questo elenco fino al punto) Dai rumori, il dispositivo sarebbe dotato di doppia NPU per gestire compiti AI a strati, RAM LPDDR6, storage UFS 5.0 (per ridurre i colli di bottiglia di memoria che oggi rallentano l’inferenza on-device), un ISP potenziato per HDR e percezione visiva in tempo reale, sicurezza basata su pKVM e inline hashing per proteggere dati e modelli.
In pratica un telefono che capisce in fretta cosa hai detto e cosa stai guardando, senza dover sempre chiamare il cloud. Questo almeno sulla carta.
Il chip dovrebbe, come detto, arrivare da da MediaTek: una scelta che due settimane fa sembrava condivisa con Qualcomm. Ora pare esclusiva. Anche Luxshare, il polo manifatturiero cinese che assembla AirPods e una quota (sempre crescente) di iPhone, è dentro il progetto come partner di co-design e produzione. Detto in altri termini: la stessa supply chain di Cupertino sta costruendo il dispositivo che dovrebbe insidiare Cupertino. Le contraddizioni nell’era dei semiconduttori sono fatte così.

La fretta sospetta del calendario
Qui c’è una cosa che secondo me vale la pena di leggere due volte, e che voglio portare alla vostra attenzione. A fine aprile, Kuo scrive: produzione di massa dello smartphone OpenAI sarà nel 2028, specifiche e fornitori finalizzati tra fine 2026 e inizio 2027. Una settimana fa, lo stesso Kuo aggiorna la stima: produzione di massa anticipata alla prima metà del 2027. Una scivolata di un anno intero, in due settimane, sullo stesso prodotto. Ma siamo sicuri che si può fare?
Sottolineo: anticipare la produzione di un anno significa cambiare radicalmente i tempi industriali. È una decisione che si prende perché serve qualcosa di mostrabile a qualcuno, in fretta. Il “qualcuno”, in questo caso, sono gli investitori che dovranno valutare quanto vale OpenAI quando si quoterà in borsa nella seconda metà di quest’anno.
Tre progetti hardware in parallelo
A marzo, Fidji Simo (allora capo applicazioni di OpenAI) ha detto ai dipendenti di smetterla con i “side quest”, progetti secondari che distraggono. E allora via Sora, chiusa la divisione “OpenAI for Science” e focus su coding e imprese. Tuttappost. Appena un mese dopo, ad aprile, che ti scopri? Che OpenAI ha tre programmi hardware in corso: lo smartphone con MediaTek e Luxshare, il dispositivo “non-telefonico” con Jony Ive (acquisito per 6,4 miliardi di dollari, primo prodotto previsto a fine 2026), e gli auricolari di cui Chris Lehane ha parlato a inizio anno. La parola “focus” nel frattempo ha cambiato significato.
OpenAI sta ripetendo la mossa di Apple, ma al contrario. Apple ha costruito i suoi chip su misura del software che già aveva. OpenAI prova a costruire l’hardware su misura di un agente AI che ancora non funziona davvero come dovrebbe. La logica è simile, la sequenza è invertita. E il rischio è quello classico di chi vuole tutto subito: se gli agenti AI mangiano davvero il software, allora l’investimento ha senso. Se non lo mangiano, hai costruito un telefono senza app.
Trenta milioni di unità su due anni, intanto, sono pochissimo. Apple vende 235 milioni di iPhone all’anno. Per essere una concorrente del telefono dominante, OpenAI dovrebbe arrivare a 300-400 milioni di unità annuali (un target che arriva al 2029 secondo le stime più ottimistiche). I trenta milioni del biennio 2027-2028 sono un test, giusto? Certo, anche Simon era un test, nel 1992: però lui durò sei mesi sul mercato.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 2-4 anni per il primo dispositivo, 6-8 anni perché diventi una categoria significativa (se mai lo diventerà).
Servono tre cose, e nessuna delle tre è scontata: agenti AI affidabili a sufficienza per essere l’unica interfaccia (oggi non lo sono), un ecosistema di sviluppatori che scriva per “agenti” invece che per “app” (oggi non esiste), e un prezzo che non spaventi.
I primi acquirenti saranno tester paganti del Nord America, sviluppatori e curiosi. Il mercato di massa, semmai arriverà, è dopo il 2030. Il sospetto è che il telefono serva più alla narrativa che al consumatore: e gli investitori, di solito, lo capiscono prima dei consumatori.
Resta una delle mie domande piccole e fastidiose: l’azienda che scrive il manuale sulla superintelligenza ha davvero bisogno anche di vendere telefoni?
La risposta è probabilmente sì. Per gli stessi motivi per cui ha bisogno di tutto il resto.