Mirai Robotics ha presentato il suo primo drone marino: cinque metri, scafo a guida autonoma, con applicazioni di sorveglianza costiera (poi ne riparliamo più avanti). La startup ha sede in Puglia, è guidata da Luciano Belviso (già fondatore di Blackshape), e ha un team di quindici ingegneri tra Italia, Svizzera e Germania. In autunno arriverà il fratello maggiore, da dieci metri, pensato per missioni ISR persistenti. Il timing non è casuale: l’Europa sta riscrivendo i suoi budget di difesa marittima, e i droni di superficie sono diventati la voce di spesa che cresce più in fretta.
Belviso lo dice in un’intervista al Sole 24 Ore: «Con Mirai vorremmo costruire una nuova leadership europea nell’ocean economy». Poi, nello stesso pezzo, elenca le quattro priorità europee del settore. Sono: monitorare la superficie dei mari, monitorare ciò che si muove sott’acqua, monitorare il fondo marino, individuare mine ancorate. Ocean economy, certo. Ma con i sonar accesi.
Cosa sa fare il prototipo da cinque metri
Lo scafo già in acqua è pensato per applicazioni costiere. Il drone marino riceve un target (per esempio: pattuglia quest’area), poi decide da solo dove spostarsi, evita ostacoli, si occulta quando serve. Ha sonar attivi: pur non essendo un sottomarino, può monitorare il fondo: telecamere e link dati restituiscono immagini in tempo reale di tutto quello che si muove sopra e sotto la superficie. È, in altre parole, un sensore galleggiante con un cervello a bordo.
Il modello da dieci metri, ancora in fase di procurement, è dichiaratamente pensato per persistent ISR (intelligence, surveillance, reconnaissance): missioni lunghe, autonome, in mare aperto. Belviso prevede la presentazione in autunno e il prototipo entro dodici mesi. La produzione, per ora, è affidata a cantieri terzi: l’internalizzazione arriverà dopo. Per intenderci, il riferimento esplicito del CEO al modello americano (aziende che già costruiscono con sistemi interamente robotizzati) chiarisce dove sta il punto di arrivo, e dove sta il punto di partenza.
Ed è qui che vale la pena fermarsi un momento.
Il problema delle proporzioni
Il mercato dei droni marini non è una nicchia tranquilla in cui Mirai entra per prima. Rheinmetall ha appena avviato ad Amburgo, nel cantiere Blohm+Voss, la produzione in serie del modello K3 Scout: si parte da duecento unità l’anno, l’obiettivo dichiarato è farne mille. Fincantieri, attraverso la controllata statunitense, costruirà la classe Spectre per la US Navy in collaborazione con la californiana Saildrone. Saildrone, peraltro, ha già navigato per 800.000 chilometri con la sua flotta di USV.
Mirai entra in questo campionato con quindici ingegneri e un round pre-seed. Non è una critica: è una cifra che fotografa pesi e misure attuali. La leadership europea è uno slogan onesto a livello di intenzione e ambizioso a livello di tabella di marcia. Perché, se non si fosse capito: il know-how aeronautico di Belviso è solido, l’ecosistema pugliese fra Taranto e Grottaglie esiste davvero, ma costruire mille scafi autonomi in serie è un’altra industria. Lo è oggi, lo sarà maggiormente domani: scommettiamo?

Il vestito civile della difesa
Mirai parla di ocean economy e di infrastrutture marine. Ed è tutto vero: l’elenco dei clienti potenziali include Eni ed Enel, le piattaforme energetiche e i cavi sottomarini sono effettivamente vulnerabili. Ma il driver reale del mercato europeo, oggi, è un altro. La Legge di Bilancio 2025 ha stanziato 3,2 miliardi per i sistemi unmanned. Il programma E5 LEAP (Polonia, Germania, Francia, Italia, UK) lavora a droni autonomi a basso costo. La NATO chiede agli Stati membri di alzare la soglia di spesa.
Belviso lo dice esplicitamente, va detto:
«ci auguriamo che la difesa non sia l’unico campo di utilizzo dei nostri droni e sistemi».
La frase, letta al contrario, è la realtà. Come abbiamo già visto con Lamprey di Lockheed Martin, l’autonomia marina nasce militare e prova a vestirsi civile. Mirai parte dallo stesso punto, in un Paese più piccolo, con meno capitale e (questo va riconosciuto) un debito industriale più leggero da gestire.
Posizione interessante, ma non comoda.

Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 2-4 anni per il debutto operativo del 5 metri in pattugliamento costiero, 4-6 anni per il 10 metri in missioni ISR persistenti. Internalizzazione produttiva e scala industriale: oltre.
Il prototipo da cinque metri esiste già: la prima questione è ottenere certificazioni e contratti pilota con Marina, Guardia Costiera o operatori energetici come Eni. Per il dieci metri serve prima costruirlo. Poi servono cantieri propri, perché la dipendenza da terzi è il collo di bottiglia che separa una start-up tecnologica da un fornitore di difesa credibile. I primi clienti saranno istituzionali, italiani ed europei. La componente civile (monitoraggio ambientale, ispezione cavi, supporto offshore) arriverà dopo, e dipenderà più dal prezzo unitario che dalla tecnologia.
Resta la domanda di fondo. Mentre gli Stati Uniti progettano sciami da migliaia di unità, l’Europa risponde con startup nazionali da quindici ingegneri ciascuna. Forse è la strada giusta, distribuita e flessibile. Forse è quello che si può fare con i budget che abbiamo.
In ogni caso, dal porto di Bari, qualcosa si muove. E senza nessuno a bordo.
