Dove abitava un romano qualunque, senza villa e senza giardino? In un’insula, il condominio dell’epoca: un palazzo di 4-6 piani con le botteghe sulla strada e le stanze in affitto sopra. Le insulae romane ospitavano la maggioranza di una città da circa 1 milione di abitanti: e come si stava?
Ve ne dico una, tanto per cominciare a farvi un’idea: nell’epigrafe funebre di un ex schiavo, Ancarenus Nothus, si legge quanto, con soddisfazione, il defunto faccia notare che nella tomba almeno l’affitto non si paga più.
Nel condominio romano più si saliva, meno si pagava
Per farla breve: le botteghe occupavano il piano terra, le stanze in affitto stavano sopra, e a ogni rampa di scale le condizioni peggioravano. A Roma l’ultimo piano toccava a chi non poteva permettersi il primo. Senza ascensore, salire significava fatica e rischio (e gli ascensori, sempre a proposito del “futuro di ieri”, erano ancora lontani).
Nel condominio romano, molte famiglie dividevano una sola cella (parola latina che indica anche la cantina). Gli inquilini dei piani alti l’acqua corrente la vedevano di rado: secondo Britannica le pompe riuscivano a portarla soltanto negli appartamenti bassi, e il resto si andava a prendere alla fontana pubblica. Cucinare in casa? Un azzardo, e quindi il pasto caldo si comprava nelle bettole. Roma, d’altra parte, era la Caput Mundi anche in quello che oggi chiamiamo “Street Food”.
Crolli, incendi e un proprietario con fiuto
Le insulae sono (qui parlo al presente, perché ancora oggi ne apprezziamo i resti) fatte di calcestruzzo romano, una miscela di calce e cenere vulcanica che, come scrivevamo a dicembre 2025, si autoripara con l’acqua salata.
Costruire in fretta e verso l’alto, però, diventò presto una forma diffusa di speculazione. Secondo Plutarco, Marco Licinio Crasso comprava a poco i palazzi danneggiati dagli incendi, li rifaceva e con questo sistema si era preso un bel pezzo di Roma. Cicerone, anche lui un “padrone di casa”, scrisse in una lettera che 2 botteghe erano crollate e le altre si crepavano.
Peggio delle crepe, comunque, c’era il fuoco. Con fiamme da cucina e lampade a olio dentro case di legno, in vicoli stretti e senza norme antincendio, ogni isolato era una miccia pronta ad esplodere. Augusto creò i vigiles, i pompieri di Roma. Dopo il Grande Incendio del 64 d.C. Nerone (proprio lui!) impone strade più larghe, materiali ignifughi, portici antincendio e limiti d’altezza.
Il vaso da notte e la responsabilità del capofamiglia
Dove le latrine erano in comune (e i vasi da notte stavano in camera), alcuni inquilini li svuotavano scendendo le scale, altri dalla finestra. Il diritto romano se ne occupò con l’actio de deiectis vel effusis, l’azione per le cose gettate o versate.
Per ottenere un risarcimento, il passante colpito si rivolgeva all’occupante dell’alloggio: a lanciare poteva essere stato un ospite o uno schiavo, rispondeva comunque il capofamiglia.
Giovenale ne ricavò una battuta intrisa di “black humour”: chi esce a cena senza aver scritto il testamento è uno sciocco.
Ostia, dove l’insula quasi convince
A Ostia, il porto di Roma, molti edifici resistono ancora. È una sorta di darwinismo: le costruzioni peggiori sono sparite per prime, quindi l’archeologia conserva soprattutto le cose migliori.
Sui i conti gli storici si dividono: per alcuni solo lo 0,1% dei Romani godeva di ville con giardino, per Ersin Hussein, dell’Università di Warwick, il 3% circa viveva in una domus. Una forbice di 30 volte (conto mio), anche se ville e domus non coincidono del tutto. I cataloghi del IV secolo contano circa 44.000 insulae contro meno di 2.000 case private, ma per i Romani il termine indicava anche l’isolato intero, quindi il numero dei palazzi veri resta una stima.
A settembre 2023 avevamo raccontato il cantiere della Jeddah Tower, pensata per arrivare a 1 km d’altezza, circa 48 volte il limite di Augusto (1.000 diviso 20,7, calcolo mio).
Nel condominio romano salire costava fatica e quindi si pagava meno. Con l’ascensore la classifica dei piani si è rovesciata: chi compra un attico paga oggi il privilegio di godere una vista migliore, e ovviamente di non fare le rampe a piedi. O tempora, o mores!