All’alba, da qualche parte su un altopiano a quattromila metri, un mandriano conta i suoi animali uno per uno: è un gesto antico e lento, che si ripete da secoli uguale a se stesso. A qualche migliaio di chilometri di distanza, in un laboratorio cinese, qualcun altro conta gli yak clonati appena nati. Sono undici.
Prima uno. Poi, per confermare che la procedura reggeva, altri dieci. La notizia arriva da BGR, che la presenta come la dimostrazione che la clonazione animale ha smesso di essere una materia da romanzo e ha cominciato a essere materia da… Allevamento.
Cosa sappiamo davvero sugli yak clonati
Sappiamo poco, e vale la pena dirlo subito invece di riempire il vuoto con aggettivi. Il numero, Ve l’ho detto, è undici. Il luogo è la Cina. Lo yak è un animale che sull’altopiano tibetano esiste in due versioni molto diverse fra loro: quella selvatica, protetta e rara, e quella domestica, allevata da sempre per latte, carne e lana.
Sono due mondi che si somigliano solo nelle fotografie. Il primo è un affare da parchi nazionali e da convenzioni internazionali, il secondo è un’economia che dà da vivere a milioni di persone in zone dove quasi nient’altro cresce. Confonderli, nel titolo di un articolo, funziona benissimo.
Qui comincia la parte interessante. La stessa fonte che intitola il pezzo parlando di una specie in pericolo, nella prima riga del testo scrive che la clonazione sta avvenendo per una ragione molto specifica. E non è la conservazione. Le due affermazioni convivono nello stesso articolo a dieci parole di distanza, e non si guardano negli occhi.
Non attribuirei la cosa a malizia del singolo giornalista: è il modo in cui la biotecnologia animale si presenta al pubblico da almeno vent’anni. La parola “estinzione” apre le porte. La parola “produttività” le chiude.
Undici copie non fanno una popolazione
Mettiamo pure che l’obiettivo dichiarato sia salvare una specie fragile. C’è allora un ostacolo di aritmetica genetica che nessun laboratorio al mondo ha ancora aggirato: un clone riproduce un patrimonio genetico che esiste già, non ne crea uno nuovo. Undici esemplari ottenuti da un numero ridotto di donatori aggiungono individui a un censimento, non aggiungono variabilità genetica a un gruppo.
Un clone somiglia più a una fotocopia che a un argine. Una mandria “fotocopiata” resta vulnerabile esattamente alle stesse malattie, agli stessi parassiti e agli stessi collassi ambientali che hanno messo in difficoltà l’originale. Se la fragilità di una popolazione nasce dalla consanguineità, moltiplicare la consanguineità non sembra la carta più brillante del mazzo.
Dove invece la clonazione funziona benissimo, e qui nessuno ha bisogno di travestimenti nobili, è nella zootecnia. Hai un maschio che produce discendenti eccezionali in termini di resa o resistenza al freddo estremo, e lo duplichi. In pratica, trasformi un animale fortunato in un catalogo. Sull’altopiano, dove il margine tra una stagione buona e una pessima è sottile, un riproduttore affidabile vale moltissimo.
Va detto che la parte tecnica, in questo caso, non è banale. Uno yak gestisce il freddo e l’ipossia meglio di qualsiasi bovino di pianura, e proprio per questo risponde in modo suo a procedure messe a punto altrove. Portare undici gravidanze a termine in quelle condizioni significa che qualcuno, in laboratorio, ha sbagliato parecchie volte prima.
Il mercato che paga e quello che spera
Per capire dove stiano i soldi veri conviene guardare l’archivio. Nel 2019 raccontavamo qui su FuturoProssimo il primo gattino clonato in Cina, pagato 35.000 dollari, circa 32.000 euro, da un proprietario che non si rassegnava a un lutto. Un anno fa abbiamo ripreso il filone dei cloni di lusso per celebrità, con tutti gli entusiasmi e i fallimenti annessi.
E pochi giorni fa abbiamo scritto dei cani clonati del programma Warhound del Pentagono, finanziato con 200 milioni di dollari, poco più di 184 milioni di euro.
Follow the Money, amico lettore! Animali da compagnia, animali militari, animali da reddito: la clonazione va dove c’è un acquirente con un budget. Le specie selvatiche davvero in pericolo, chissà perché, statisticamente un acquirente con un budget non ce l’hanno quasi mai. No, neanche un ente pubblico, proprio no.
Il che non rende il lavoro cinese sugli yak inutile, intendiamoci. Anzi. Padroneggiare il trasferimento nucleare su un bovide d’alta quota, con gestazioni lunghe e madri surrogate difficili da gestire, è una competenza tecnica seria. Quella competenza, un giorno, potrebbe davvero servire a una popolazione selvatica ridotta ai minimi termini.
Solo che quel giorno non è oggi, e dirlo adesso serve soprattutto a far sembrare più gentile un’operazione che forse gentile non ha bisogno di essere.
Da undici esemplari a una mandria: i tempi realistici
Una ricaduta concreta sugli allevamenti d’altopiano è ipotizzabile su un orizzonte di 5-10 anni, non prima. Gli ostacoli sono noti e ostinati: i tassi di successo del trasferimento nucleare restano bassi e costosi, le madri surrogate ad alta quota complicano ogni passaggio, e la salute a lungo termine dei cloni va osservata per anni prima di qualsiasi conclusione.
I primi a trarne vantaggio saranno gli allevatori con capitale e accesso ai centri di ricerca, non le comunità pastorali più isolate. Un particolare ridimensiona tutto il resto: nessuno ha ancora spiegato quanto costi un singolo yak clonato.
C’è sempre la sensazione, familiare a chi segue questa roba da un po’ (tipo 20 anni, per parlare di una persona a caso), che la lingua corra sempre più veloce della biologia. Si annuncia la salvezza di una specie e si consegna un miglioramento di filiera. Entrambe le cose sono legittime.
Confonderle, un po’ meno.
Darwin diceva che non sopravvive il più forte ma il più adattabile (no, in realtà non lo disse mai: la frase gliel’hanno appiccicata addosso decenni dopo): comunque, da allora la ripetiamo tutti con grande convinzione. Gli undici yak clonati nati in Cina sono “adattabili per decreto”, e identici per progetto.
Il mandriano dell’altopiano, intanto, continua a contare i suoi animali uno per uno: nessuno dei suoi è una copia. Per ora.
