A Cernusco sul Naviglio un cane dorme sotto il portico di una farmacia, perché c’è ombra e la padrona del negozio gli lascia una ciotola d’acqua sul gradino. Intanto, a Bengaluru in India, qualcuno conta: 310mila cani randagi nella sola città, e l’Animal Birth Control (il programma che li sterilizza e li rimette in strada) copre il 40% dei quartieri.
A Delhi, l’agosto scorso, la Corte Suprema ha provato a chiuderli tutti nei rifugi. Poi ci ha ripensato. Perchè lo so? Arch Daily ne ha scritto la settimana scorsa, in un lungo saggio che racconta come l’architettura debba imparare a vedere gli animali come partecipanti dello spazio urbano. L’articolo è bellissimo, veramente, quasi commuove, ma arriva nel momento sbagliato.
Lo dico subito, così leviamo il dubbio: il taglio del pezzo mi piace. Da anni mi diverto a osservare le rondini che hanno scelto il cornicione della mia casa al mare (un casotto anni Sessanta, niente di che) e a chiedermi se l’architetto, all’epoca, avesse messo in conto che quella rientranza sarebbe diventata il dormitorio di una colonia. Spoiler: no. Però la rientranza c’è, e le rondini pure. E questa, in pratica, è la tesi di Ananya Nayak nel saggio che vi dicevo: la città è già un ambiente multi-specie, è ora che questa cosa diventi strutturale.
Quando c’erano le torri dei piccioni
Per qualche secolo, in Iran, costruivano edifici interi per ospitare i piccioni: si chiamano Kabootar Khaneh, sono torri cilindriche con migliaia di nicchie di mattoni cotti, e servivano a produrre guano per i meloni della città di Isfahan. Nelle bird house ottomane (quei piccoli palazzi in miniatura aggrappati alle facciate di moschee e biblioteche) l’idea era simile, ma con un’estetica da reggia barocca per uccelli. L’ecologia faceva naturalmente parte dell’amministrazione del territorio: le specie convivevano con noi perché l’architettura non le escludeva. I muri più spessi, le varie nicchie, i colonnati per l’ombra e l’aria fresca: tutto era già “habitat” per uomini e animali.
Poi è arrivato il Novecento, e abbiamo imparato a costruire diversamente: niente nicchie e cornicioni, per dire. Le specie che coabitavano con noi da millenni sono finite negli spazi residuali (i lotti vuoti dietro i condomìni, i tubi di scarico eccetera). Nayak racconta bene questo passaggio, e cita un dato che fa effetto: oltre il 75% dei cani del mondo, sui circa ottocento milioni stimati, sono randagi. Si, avete capito bene: i cani randagi non sono “ai margini” della società canina. SONO la società canina.
Il dettaglio che il saggio non dice
Come vi scrivevo, il saggio di Arch Daily porta come esempio principale proprio i cani randagi indiani, raccontati come “residenti stabili“, il che è una realtà. Le stime più recenti, citate dal State of Pet Homelessness Index e da diverse analisi accademiche, parlano di circa 62 milioni. E quanti episodi di morso? Tanti. 3,7 milioni nel 2024: circa diecimila al giorno, di cui duemila nella sola Delhi. Le morti per rabbia, secondo l’OMS, sono ventimila l’anno in India.
L’11 agosto 2025 una sezione della Corte Suprema indiana ha preso un’iniziativa suo motu, dopo una prima pagina del Times of India intitolata “Città infestata dagli animali randagi, i bambini ne pagano il prezzo”, e ha ordinato la cattura e il ricovero permanente in canili di tutti i randagi di Delhi. Dieci giorni dopo, un collegio diverso ha smontato l’ordine: i cani tornano nel loro territorio dopo sterilizzazione e vaccino, come prima, però vanno create zone dedicate per chi li alimenta. Stessa Corte, due politiche opposte nello stesso mese. E la convivenza, per come sono fatti i luoghi, resta complicata.
Disegnare per chi è già qui
Tornando alla tesi di ArchDaily: ha ragione lo stesso. Le facciate sigillate fanno male a tutti: agli uccelli, agli insetti impollinatori, ai pipistrelli che mangiavano zanzare, e anche a noi che ci ritroviamo pieni di zanzare. Le strategie che cita il saggio esistono e funzionano: tetti per impollinatori, corridoi verdi, zone umide riportate in città come infrastruttura e non come ornamento, ponti-praterie sopra le autostrade. Il campus dell’Indian Institute of Science a Bengaluru, che il saggio cita giustamente, è un’oasi di biodiversità nel mezzo di una delle metropoli che cresce più in fretta al mondo, e funziona perché per decenni nessuno l’ha frammentato.
Il punto è un altro, e lo dico da divulgatore che ha visto un po’ di rivoluzioni urbane andare e venire: multi-specie non è un’etichetta unica. C’è la specie con cui i bambini di Delhi non possono giocare in cortile, e c’è il piccione che ti caga sul motorino. Per il piccione basta una cornice intelligente; per il cane no. E questa è la parte che il saggio elude con eleganza: progettare per gli animali urbani significa anche, prima di tutto, mettersi d’accordo su quali animali e in che densità. Altrimenti finisce come a Delhi, dove la Corte Suprema fa e disfa nello stesso agosto, e il dibattito politico si polarizza tra chi vuole svuotare le strade e chi vuole tenerle come sono.
Cosa fare, allora
Il taglio giusto, mi sembra, è quello che ha sempre tenuto in piedi le città storiche: convivenza progettata, non spontanea. Le torri dei piccioni iraniane erano un sistema, non un’utopia ecologista. Avevano una funzione vera. Per cui il punto non è se progettare per altre specie ma capire, ogni volta, per quale specie e fino a che soglia. Se non lo decide il progettista, lo deciderà un tribunale alle tre del mattino, con un comunicato stampa accanto e i bambini al pronto soccorso. La differenza, alla fine, la fa solo chi tiene in mano la penna.
Comunque, il cane sotto il portico della farmacia a Cernusco è ancora lì. La padrona è entrata e uscita due volte, gli ha riempito di nuovo la ciotola. È una di quelle cose, la dolcezza, che non troveremo mai nei progetti di urbanistica.