La deforestazione in Brasile è scesa del 20,6% nel 2025. Significa 985.000 ettari persi: il dato più basso da quando MapBiomas tiene il conto, cioè dal 2019. Il Presidente Lula, che a ottobre insegue il quarto mandato, ha già messo i grafici in cornice.
Il report è uscito oggi, e tutti e sei i biomi brasiliani hanno fatto meglio dell’anno prima: dietro queste cifre, però, ci sono alcune cose da sapere.
Il numero che Lula porta in campagna
Il dato, l’ho detto, è di MapBiomas: si tratta di un consorzio di università, ONG e aziende tecnologiche che dal 2019 mappa la deforestazione brasiliana via satellite. L’anno scorso il Brasile aveva perso 1,24 milioni di ettari, quest’anno 985.000. Marcos Rosa, coordinatore tecnico di MapBiomas, lo lega all’aumento di controlli e sanzioni in tutti i biomi: una correlazione diretta, ha detto all’AFP. In Amazzonia il calo è ancora più netto, -23,5%.
Lula aveva promesso deforestazione zero entro il 2030 nel 2022, appena eletto. La traiettoria adesso sembra dargli ragione: nel 2024 il calo era stato del 32,4%, nel 2025 un altro -20,6%. A ottobre va alle urne per il quarto mandato e l’ambiente è uno dei pochi capitoli dove può presentarsi senza inciampare troppo. A novembre scorso, ricordiamolo, ha pure ospitato la COP30 a Belém, in piena Amazzonia.
Cosa c’è dentro quel 20,6%, e cosa no
Qui la lettura si fa più interessante. Il rapporto MapBiomas misura la deforestazione in senso stretto: taglio, rimozione, conversione. Gli incendi sono contati a parte, in un report separato. E il 2024 era stato un anno record per i roghi in Amazzonia: 44 milioni di acri bruciati, prima causa di perdita di foresta primaria nei tropici quel periodo. Il 2025, finita la nefasta stagione di El Niño, è andato molto meglio sul fronte fuoco: -78,5% di area bruciata secondo Rainforest Foundation US. Il che vuol dire che il confronto 2025-2024 parte da una base molto gonfiata sul lato roghi, e quel risparmio non entra nei conti della deforestazione “ufficiale”.
Poi c’è la geografia del calo. L’Amazzonia scende del 23,5%, sì, e fa titolo. Ma il bioma più colpito anche quest’anno è quello del Cerrado, la savana a sud, che da sola fa più della metà della deforestazione totale brasiliana. È lì che si concentra la frontiera agricola, quella della soia e del bestiame, e nel Cerrado il 66% dei tagli del 2024 era avvenuto con permesso. Autorizzato, cioè. La deforestazione legale, fatta a norma, non rientra nelle statistiche.
E non è roba da poco: l’agricoltura rappresenta il 99% delle perdite di vegetazione nel 2025, dice MapBiomas. Cambiano i governi, ma la pressione di chi vuole convertire foresta in pascolo o coltura resta esattamente dov’era.
Cinque alberi al secondo
Si, esatto: anche con il -23,5% di deforestazione, in Amazzonia continuano a cadere cinque alberi al secondo. È questo il ritmo. Solo mentre leggete questa frase, ad esempio, ne sono caduti una trentina. Mentre Lula faceva il discorso alla COP30, qualche centinaio. Il calo è reale, e le politiche di tutela hanno effetto verificabile. Purtroppo, però, è bene sapere che si parte da numeri così alti che anche un quinto in meno suona come un’inezia.
Lo stesso Lula, peraltro, non è coerente fino in fondo. Ha appoggiato il completamento della BR-319, l’autostrada che taglia la foresta tra Manaus e Porto Velho, contro il parere della sua stessa ministra dell’Ambiente Marina Silva e nonostante uno studio dica che potrebbe quintuplicare il disboscamento entro il 2030. E poi c’è il progetto di trivellazioni petrolifere alla foce del Rio delle Amazzoni, che gli ambientalisti gli rimproverano da mesi. Il presidente che combatte la deforestazione e quello che firma l’autostrada sono la stessa persona. In politica capita.
Scheda Studio
Rapporto: MapBiomas Alerta, “Annual Deforestation Report 2025”, pubblicato da MapBiomas il 27 maggio 2026. Consorzio di università, ONG e aziende tecnologiche brasiliane, attivo dal 2019 con monitoraggio satellitare.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-10 anni per capire se il trend regge, e dipende soprattutto da chi vince le elezioni di ottobre.
La promessa di deforestazione zero entro il 2030 è ambiziosa per definizione: significa azzerare in cinque anni quello che ora vale ancora 985.000 ettari l’anno. Probabile che il Brasile arrivi vicino al traguardo, non sopra.
E intanto un altro studio del Potsdam Institute uscito a maggio dice che basterebbe un altro 5% di taglio per portare l’Amazzonia sotto la soglia critica di transizione a savana. Il margine si è chiuso prima del previsto.
Il -20,6% è un numero che vale. Non vale come si pensa a prima vista, perché esclude gli incendi e perché parte da numeri 2024 più alti del normale, ma vale. Significa che la sorveglianza satellitare funziona, che gli agenti federali assunti da Lula stanno facendo il lavoro, che le sanzioni mordono. È un risultato di amministrazione, non di propaganda.
Che poi sia abbastanza per fermare la transizione a savana di cui parla Potsdam, è un’altra domanda. La risposta, sospetto, non dipende da Lula.