Ottanta miliardi di dollari, oltre cinquecento chilometri di cemento, decenni di cantieri. È il prezzo che l’Indonesia ha deciso di pagare per tenere il mare fuori dalla costa nord di Giava, dove vivono più di centocinquanta milioni di persone e si produce oltre metà del PIL nazionale. Il problema è che il mare, lì, è solo metà della storia: l’altra metà sta sotto i piedi, e nessun muro marino la ferma.
Il progetto si chiama Giant Sea Wall e i lavori dovrebbero partire a settembre 2026, dalla punta occidentale di Banten fino a Gresik, nell’est dell’isola. Una diga costiera lunga come l’Italia, da Milano a Reggio Calabria, con grandi lagune di contenimento dietro la barriera per raccogliere lo scarico dei fiumi. Il presidente Prabowo Subianto l’ha presentata come un imperativo nazionale: la difesa della spina dorsale economica del paese.
Un muro marino contro il nemico sbagliato
Ad aprile 2026, su Science Advances, un gruppo guidato da ricercatori della Columbia Climate School e di Virginia Tech ha pubblicato la mappa più dettagliata mai fatta del fenomeno che divora Giava. Usando radar satellitari e clustering automatico, hanno misurato la subsidenza, cioè lo sprofondamento del terreno, lungo l’intera costa nord. In cifre: il terreno sprofonda tra 1 e 15 centimetri l’anno. Per dare una scala, il mare globale sale di poco più di tre millimetri l’anno.
Qui arriva la cifra che andrebbe incorniciata negli uffici di chi firma il progetto. Entro il 2050, lungo gran parte della costa, fino all’85% dell’innalzamento relativo del mare non sarà colpa del mare: sarà la terra che affonda. Oltre tre quarti del litorale, nei prossimi venticinque anni, vedrà un rischio alluvioni guidato dalla subsidenza, non dalle onde. La causa principale la conosciamo da decenni. Si pompa acqua dalle falde sotterranee perché a milioni di persone l’acqua serve, e il sottosuolo svuotato si compatta e scende. A Giacarta la parte nord è scesa di due metri e mezzo in dieci anni.
Un muro marino, per quanto colossale, lavora sull’asse orizzontale: tiene fuori l’acqua che spinge da fuori. La subsidenza lavora sull’asse verticale, e sposta verso il basso anche il fondale su cui il muro stesso poggia. Si protegge una città mettendole intorno un argine, mentre quella città continua a sprofondare dentro l’argine. L’acqua che entra dal cielo e dai fiumi resta lì, in un catino che si abbassa ogni anno. Le lagune di contenimento, senza depurazione e pulizia dei fiumi, rischiano di diventare fossati a basso ossigeno dietro la diga. Lo scrivono gli stessi accademici indonesiani che chiedono un’altra strategia.
Scheda Studio
Pubblicazione: Leonard O. Ohenhen, Manoochehr Shirzaei et al., “Land Subsidence on Java Island and Its Contributions to Relative Sea Level Change”, pubblicato su Science Advances (2026). DOI: 10.1126/sciadv.aec0172.
Chi paga il muro, e chi paga il resto
Ottanta miliardi è più del doppio di quanto è costato progettare Nusantara, la capitale nuova di zecca che l’Indonesia sta tirando su nel Borneo proprio perché Giacarta affondava.
La cifra del muro marino non esce tutta dal bilancio pubblico: Giacarta ha bussato alla porta di Cina, Giappone, Corea del Sud, Emirati, cercando un modello consortile pubblico-privato. La sola prima fase nella baia di Giacarta è stimata tra 8 e 10 miliardi. E sul lungo periodo c’è la domanda che nessun comunicato ama: la manutenzione di cinquecento chilometri di barriera, per decenni, chi la firma?
Le organizzazioni della società civile indonesiana, intanto, non festeggiano. Temono che il muro marino alimenti l’estrazione di sabbia per i cantieri, degradi le mangrovie che oggi fanno da scudo naturale, e tagli fuori le comunità di pescatori. Il lavoro sul campo dei ricercatori, in tre villaggi del Kendal nel Giava centrale, racconta una dinamica scomoda: strade rialzate, muretti anti-alluvione che spostano l’acqua sulle case più basse vicine, contributi statali da circa duemila dollari che non bastano a sollevare un’abitazione, e famiglie povere che rinunciano quando capiscono quanto devono metterci di tasca propria. L’acqua salata, intanto, è entrata in terreni agricoli che prima le maree risparmiavano. Difendere un pezzo di costa, qui, significa spesso spostare il danno qualche chilometro più in là.
Allora il muro marino è inutile?
No, non è che il muro marino sia inutile per definizione. La modellistica recente mostra che strutture offshore possono ridurre l’altezza delle mareggiate, in certi punti. Ma in questo caso specifico è possibile costruirne uno che funzioni davvero? Perché questo progetto funziona solo se, contemporaneamente, si regola e si fa rispettare il divieto di pompare le falde, si puliscono i fiumi, si progetta l’opera insieme alle comunità che ci vivono.
Senza queste riforme, il muro più lungo del mondo diventa la cosa più costosa che si possa costruire sopra un terreno che continua a scendere. È come comprare un ombrello gigantesco mentre il pavimento di casa ti frana sotto.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: cantieri dal 2026, prima fase (baia di Giacarta) entro i primi anni 2030, opera completa a 500 km solo dopo decenni: realisticamente verso il 2050-2060, sempre che i finanziamenti reggano.
Quello che serve perché regga è meno spettacolare del muro: fermare l’estrazione idrica dalle falde, fornire acqua potabile alternativa a decine di milioni di persone, depurare i fiumi prima che le lagune diventino stagni. A beneficiarne per primi saranno i porti, le zone industriali e Giacarta, in quest’ordine, perché lì si concentra il PIL. I villaggi di pescatori del Kendal compaiono più in basso nella lista, se compaiono. Il muro si vede da satellite, le falde svuotate no: ed è esattamente questo lo squilibrio che rende un’opera da ottanta miliardi più facile da annunciare che da far funzionare.
Per inquadrare il problema da vicino, avevamo già messo a confronto gli approcci urbani di San Diego, Milano e proprio Giacarta nel clima che cambia, città molto diverse che provano risposte molto diverse. Sullo sfondo resta il tema grande, quello dell’innalzamento del livello del mare nello scenario climatico peggiore, che ai ritmi attuali rischia di trasformare ogni difesa costiera in una rincorsa. E ogni tanto, dalle Nazioni Unite, arriva il promemoria che il tempo per agire sul clima è meno di quanto i preventivi lascino intendere.
Un’isola si difende dal mare costruendo un anello di cemento intorno a sé, mentre continua a scendere verso il centro della Terra di qualche centimetro l’anno. Da qualche parte, in un villaggio del Kendal, qualcuno sta ancora alzando il pavimento di casa di venti centimetri, con i suoi soldi, per guadagnare due o tre anni.
Poi si vedrà.
