Centocinquantamila richieste in due mesi. Poi sono arrivati a duecentocinquantamila. Tutti vogliono comprare luce solare di notte: una luce che ancora non esiste, perché il satellite che dovrebbe produrla è ancora a terra. Si chiama Earendil-1, è il primo specchio orbitale di Reflect Orbital, e ad aprile dovrebbe partire da una rampa di SpaceX.
Diciotto metri per diciotto e sedici chili di peso: quando si aprirà a 600 chilometri d’altezza, rimanderà a terra un fascio di luce che, secondo i modelli della stessa azienda, sarà fino a quattro volte più brillante della luna piena.
Il piano completo è più ambizioso: 4.000 satelliti entro il 2030, 50.000 entro il 2035, in orbita eliosincrona sulla linea giorno-notte. Gli investitori che sostengono il progetto aumentano, anche l’aeronautica militare USA ha aggiunto 1,25 milioni di dollari di contratto SBIR: e sul tavolo della Federal Communications Commission americana c’è la richiesta di licenza per la prima missione dimostrativa. Insomma, ragazzi, ci avviciniamo: nel mondo la luce del sole sarà “on demand” di notte. Oppure no. Vediamo.
Come funzionano gli specchi orbitali
Il principio è quello di un eliostato spostato in cielo. Un foglio di mylar riflettente, della stessa famiglia di materiali usati come isolamento multistrato sui veicoli spaziali, viene tenuto in tensione da una struttura ad origami che si dispiega in orbita.
Il satellite sta sempre sul confine fra la parte illuminata e quella in ombra del pianeta. Cattura la luce del sole quando sotto è notte e la rispedisce a terra su un’area circolare di circa cinque chilometri di diametro.
L’idea ha un “padre nobile”, se mi passate il termine: già negli anni Venti del Novecento il pioniere dei razzi Hermann Oberth ipotizzava specchi spaziali per illuminare città e rotte navali. La Russia ci ha provato sul serio nel 1993 con Znamya-2, uno specchio da venti metri sganciato dalla Mir che produsse un fascio brevemente visibile in Europa, prima che il programma fosse abbandonato. La startup californiana di Ben Nowack (ex SpaceX) e Tristan Semmelhack (ex Zipline) riprende l’idea con materiali leggeri e sopratutto ora che i costi di lancio in orbita sono letteralmente crollati rispetto al passato.
I numeri che non mi tornano
Qui le cose si fanno interessanti. Reflect Orbital vende il progetto come soluzione per estendere le ore produttive degli impianti fotovoltaici. Eppure, nei calcoli pubblicati dalla stessa azienda, l’aumento di produzione previsto per un parco solare in California meridionale è dello 0,75%. In Germania arriva all’1,4%. Stiamo davvero parlando di lanciare migliaia di satelliti per spostare il fotovoltaico tedesco di un punto e mezzo percentuale? Mi pare strano.
C’è poi il problema della velocità. Un satellite a 625 chilometri di quota viaggia a 7,5 km al secondo. Sopra un punto specifico ci resta non più di 3-4 minuti, poi sparisce: per garantire un’ora di luce continua a un singolo bersaglio servono migliaia di passaggi coordinati. Ben Nowack, in un’intervista, ha parlato di 250.000 satelliti come obiettivo finale. Più di tutti gli oggetti tracciati oggi in orbita terrestre messi insieme. Non lo so Rick…
Scheda tecnica — Earendil-1
- Specchio: 18 × 18 metri di mylar (≈325 m²), 16 kg di peso.
- Orbita: eliosincrona, ~600 km di quota.
- Fascio a terra: ~5 km di diametro, fino a 4 volte la luna piena al centro, visibile fino a 60 miglia di distanza per scattering atmosferico.
- Lancio previsto: aprile 2026 con Falcon 9. Documenti FCC e modelli di luminosità verificabili sulla pagina ufficiale Reflect Orbital e nell’analisi pubblicata da Scientific American.
Gli astronomi, intanto, alzano il telefono (e la voce)
Alejandro Borlaff, astrofisico del NASA Ames Research Center, ha già pubblicato delle simulazioni: mostrano che le scie satellitari rovineranno fino al 96% delle immagini di alcuni telescopi orbitanti nel prossimo decennio. Reflect Orbital aggiunge un livello in più: non sono neanche satelliti “opachi”, ma specchi pensati apposta per essere brillanti.
Samantha Lawler, astronoma all’Università di Regina, ha definito il progetto “spaventoso dal punto di vista astronomico”. L’American Astronomical Society e DarkSky hanno pubblicato una scheda tecnica chiedendo l’intervento del regolatore.
L’azienda risponde su due fronti. Primo: il fascio è “altamente localizzato”, coprirà 5 km per pochi minuti, non aree continue. Secondo: dopo ogni passaggio sul target, lo specchio si inclina via dalla Terra per ridurre la luce dispersa. Il test di Earendil-1 è anche “una valutazione di impatto ambientale”, dicono. Da svolgersi, però, dopo il lancio.
Sull’impatto delle megacostellazioni sull’astronomia abbiamo già scritto qui parecchio: il fatto è questo, una rete di 50.000 specchi è un ordine di grandezza diverso da Starlink.

Specchi orbitali, chi paga e chi resta col naso all’insù
Il listino prezzi è già abbozzato: circa 5.000 dollari l’ora di luce per chi firma contratti annuali da almeno mille ore con un singolo specchio. Per eventi spot serve coordinare più satelliti, costa di più. Ai parchi solari l’azienda propone una formula a condivisione dei ricavi sull’energia extra prodotta.
Sul sito di Reflect Orbital ci sono anche scenari per “serate indimenticabili” in eventi aziendali e spazi urbani, oltre alle applicazioni per soccorsi in zone di disastro e operazioni notturne. Il primo cliente serio, come spesso accade, è già militare: l’aeronautica USA.
Quando ne avevamo parlato per la prima volta, due anni fa, la costellazione prevista era di 57 satelliti. Adesso siamo a 4.000 entro cinque anni e 50.000 entro nove. La scala di ambizione è cresciuta più velocemente della scala dei test.
Sotto, quaggiù, ci sono anche altri inquilini. Le specie notturne, che orientano i ritmi biologici sull’alternanza luce-buio. Le persone con il sonno fragile. E naturalmente gli astronomi dilettanti, gli ultimi che ancora vedono qualche stella senza dover prendere un volo per il Cile. Reflect Orbital dice che eviterà le aree sensibili. Il punto, attenzione, è che la decisione su cosa è “sensibile” la prende lei, un’azienda californiana, e la valida un regolatore americano, mentre il cielo che si modifica è (sarebbe) di tutti.
Specchio orbitale, quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: il satellite dimostrativo sarà in orbita entro fine 2026 (probabile, se la FCC autorizza). Una costellazione operativa che produca davvero luce utilizzabile a un parco solare? 7-12 anni, e con tre asterischi.
Cioè? Tre cose che devono succedere, e nessuna è scontata. Una: lo specchio deve dispiegarsi e puntare con la precisione promessa, dopodiché altri 3.999 devono fare lo stesso senza scontrarsi. Due: la regolamentazione internazionale, oggi inesistente per oggetti riflettenti deliberati, deve nascere e fissare limiti di luminosità. Tre: i clienti devono accettare di pagare 5.000 dollari l’ora per uno 0,75-1,4% di produzione extra, oppure l’azienda deve trovare il vero mercato (eventi premium, militari, illuminazione urbana).
Il primo a beneficiarne sarà ovviamente chi paga: difesa USA, grandi utility, organizzatori di eventi corporate. Per il fotovoltaico domestico, il calcolo non torna nemmeno con la calcolatrice della Reflect Orbital.
Per millenni la notte è stata una delle cose che proprio non si poteva “corrompere”. Ora c’è una lista d’attesa di 250.000 persone che vogliono provare a farla vestire da giorno. Ad aprile sapremo se il foglio di mylar si apre come deve: il resto, lassù, lo decideranno sedici chili di plastica argentata e una commissione federale americana.