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Low-carb o low-fat per il cuore? Per Harvard né l’una né l’altra

Riassunto: La dieta che protegge il cuore non è quella che taglia i carboidrati né quella che taglia i grassi. È un'altra, più scomoda.

A split-composition editorial illustration showing two contrasting dinner plates side by side on a clean kitchen table. On the left, a vibrant, colorful plate featuring grilled salmon, sliced avocado, steamed broccoli, walnuts, and olive oil — warm natural lighting emphasizing fresh textures and colors. On the right, a dull, shadowy plate with processed bacon strips, industrial cheese slices, and fried chicken — muted tones and harsher lighting. Both plates have identical small labels reading "LOW-CARB" attached with a toothpick, emphasizing the irony. In the background, a faint anatomical heart illustration subtly divides the two worlds. Photorealistic style with editorial magazine aesthetics, top-down perspective, shallow depth of field, Mediterranean food photography mood.

Prendete due persone che dicono di “stare a dieta low-carb”. Una mangia salmone, avocado, noci, broccoli al vapore. L’altra sostituisce la pasta con bacon, formaggi industriali e pollo fritto senza pane. Statisticamente, sono nella stessa categoria di studio. Cardiovascolarmente, sono in due universi opposti.

È più o meno il quadro che esce dal nuovo, enorme studio di Harvard pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology: ben 198.473 persone con oltre trent’anni di follow-up, una sola variabile davvero decisiva per la salute del cuore. E non è quella che ci aspettavamo di vedere in cima.

Non è la quantità di carboidrati. Non è la quantità di grassi. È la qualità del cibo che usi per costruire la dieta, quale che sia l’etichetta che le hai messo addosso.

Trent’anni a litigare per il motivo sbagliato

Il gruppo guidato da Zhiyuan Wu alla Harvard T.H. Chan School of Public Health ha messo insieme tre coorti storiche della letteratura nutrizionale americana: la Nurses’ Health Study, la NHSII e la Health Professionals Follow-up Study. In totale, come detto, 198.473 persone seguite tra il 1986 e il 2019, per un follow-up cumulato di oltre cinque milioni di anni-persona. Il dato è massiccio, della tipologia che di solito chiude le discussioni invece di aprirle.

I ricercatori non hanno classificato i partecipanti solo per “quanto” mangiavano in macronutrienti, ma anche per “che cosa” mangiavano dentro quei macronutrienti. Una dieta low-carb fatta di verdure, cereali integrali, legumi, frutta secca e grassi vegetali è una cosa. Una low-carb fatta di carni rosse, salumi, formaggi industriali e cibi ultraprocessati è un’altra. Stessa etichetta sul libro, due biologie diverse.

Il numero da appuntarsi è questo: chi seguiva le versioni “buone” delle due diete ha mostrato circa il 15% in meno di rischio di malattia coronarica rispetto agli altri partecipanti. Chi seguiva versioni a base di carboidrati raffinati e prodotti animali aveva il rischio aumentato in misura simile. Stessa macro, segno opposto.

Scheda Studio

Pubblicazione: Wu Z., Liu B., Wang X. et al., “Effect of Low-Carbohydrate and Low-Fat Diets on Metabolomic Indices and Coronary Heart Disease in U.S. Individuals”, pubblicato su Journal of the American College of Cardiology (11 febbraio 2026). DOI: 10.1016/j.jacc.2025.12.038.

Cosa fa la differenza, in concreto

Il dato metabolomico è la parte che gli appassionati di numeri apprezzeranno. Le versioni di qualità delle due diete, pur partendo da opposti macronutrizionali, producevano firme metaboliche sovrapponibili: più colesterolo “buono” HDL, meno trigliceridi, meno marker infiammatori. Detto altrimenti, il corpo non distingue una dieta dall’altra in base all’etichetta, ma in base agli ingredienti.

Da una parte cereali integrali, legumi, frutta, verdura, frutta secca, olio extravergine d’oliva, pesce. Dall’altra zuccheri raffinati, farine bianche, salumi, carni rosse lavorate, snack confezionati, fritti industriali. È una lista che riconosceremmo a occhi chiusi, e che assomiglia molto alla dieta mediterranea descritta negli anni Sessanta da Ancel Keys (sì, quello che poi è finito a vivere a Pioppi, nel Cilento, fino a 100 anni: ci ridiamo su, ma il dettaglio biografico era pesante anche allora).

I caveat che il comunicato non grida

Lo studio ha tre limiti che vale la pena tenere d’occhio. Primo: tutti i partecipanti erano professionisti sanitari. Più informati, più benestanti, più assicurati della media. Una popolazione iperselezionata. Secondo: i consumi alimentari sono autodichiarati, con questionari periodici, e gli umani notoriamente mentono ai questionari sulla dieta più che ai confessori. Terzo, e questo gli autori lo scrivono in chiaro: il disegno è osservazionale, mostra associazioni, non causalità.

Restano comunque cinque milioni di anni-persona di osservazione, in linea con altri filoni di ricerca sulla nutrizione personalizzata che vanno tutti nella stessa direzione: smettere di guardare ai macronutrienti come categoria astratta, iniziare a guardare alla materia prima. Una direzione che, peraltro, ridimensiona buona parte dell’industria editoriale del dimagrimento, che vive proprio sulla guerra tra fazioni.

Il messaggio sotto traccia, per chi spera nelle terapie rigenerative del cuore dei prossimi decenni, è meno romantico: nel frattempo, e sono decenni, conta ciò che metti nel piatto stasera.

Quando lo vedremo davvero

Orizzonte stimato: già adesso, per chi può.

La “tecnologia” qui non è un farmaco da approvare né un dispositivo da scalare. È la spesa settimanale. La traduzione operativa è uno sbilanciamento del carrello verso vegetali, integrali, legumi, frutta secca, pesce, e meno verso ultraprocessati e carni lavorate.

La barriera è economica e culturale: in Italia il consumo di cibi ultraprocessati pesa attorno al 20% delle calorie totali, e cresce, perché costano meno, durano di più, e richiedono meno tempo di chi una pausa pranzo lunga non ce l’ha.

La dieta sana per il cuore, oggi, è il privilegio di chi può permettersi di scegliere.

Trent’anni di interviste televisive, copertine, diete con il nome del medico in copertina, salse a confronto, podcast in cui due dottori si urlano addosso sui carboidrati: tutto questo ambaradan per scoprire che litigavamo sull’etichetta sbagliata.

Gianluca Riccio

Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto - Studi e competenze per scenari futuri. Seguilo su LinkedIn