Mille specie capaci di comportamenti complessi sparse nell’universo e almeno duecento di queste (secondo una stima che trovo assolutamente azzardata ma ragionata) dotate di una coscienza aliena. È il calcolo che due filosofi propongono in un paper pubblicato il 28 maggio scorso e finito sulla mia scrivania. Perché ho deciso di parlarne? Perché il numero della stima conta meno dalla tesi sostenuta, mi interessa quella: e la tesi, affascinante, è che una coscienza non ha bisogno di sangue, neuroni o carbonio per esistere.
Gli autori sono Eric Schwitzgebel, filosofo della University of California Riverside, e Jeremy Pober, ricercatore all’Università di Lisbona. Il loro paper si intitola “Substrate Flexibility and the Copernican Principle of Consciousness”, e prova a rispondere a una domanda che sembra ovvia solo finché non ci si pensa davvero: se un alieno fosse cosciente, dovrebbe per forza avere un corpo come il nostro?
Cosa vuol dire “flessibilità del substrato”
Il concetto chiave del paper si chiama flessibilità del substrato. In parole semplici: una proprietà è “flessibile” quando può essere realizzata con materiali diversi. Una tazza può essere di vetro, ceramica o plastica: resta una tazza. Un libro può stare su carta o in un file digitale: resta un libro. Una canzone può vivere su un vinile o in streaming: resta una canzone. Un film… Dai, ci siamo capiti.
Schwitzgebel e Pober applicano lo stesso ragionamento alla coscienza. Se un cervello umano funziona grazie a un certo tipo di connessioni tra neuroni, chiedersi se quel preciso meccanismo possa girare su un altro materiale è una domanda molto specifica, e forse mal posta. Chiedersi invece se la coscienza in generale possa nascere da meccanismi diversi dal nostro è una domanda più ampia, e più interessante.
Gli autori fanno un paragone efficace: chiedersi se un pipistrello possa volare esattamente come un’aquila non ha senso, ma chiedersi se il volo possa prendere forme diverse (ali, ali membranose, ali di insetto) sì. La coscienza aliena, dicono, potrebbe funzionare allo stesso modo.
Terrocentrismo: il pregiudizio dietro la coscienza aliena
Al cinema, fateci caso, salvo quel piccolo capolavoro di “Arrival”, gli alieni intelligenti hanno quasi sempre due occhi, una bocca e degli arti. Cambiano i dettagli, ma la struttura di fondo resta quella umana. Gli autori del paper danno un nome a questo riflesso: terrocentrismo, l’idea (assolutamente non dimostrata) che la vita sulla Terra sia l’unico modello possibile per la vita cosciente nell’universo.
L’argomento a sostegno è soprattutto una questione di numeri. L’universo osservabile contiene circa mille miliardi di galassie, e la stragrande maggioranza dei pianeti che conosciamo ha condizioni chimiche molto diverse da quelle terrestri. Se la vita cosciente si è sviluppata anche altrove, è statisticamente più probabile che sia partita da basi chimiche diverse dalle nostre, non identiche.
C’è però una cosa che il paper lascia scoperta, ed è proprio dove i due autori smettono di essere d’accordo tra loro. Schwitzgebel e Pober toccano anche il tema dell’intelligenza artificiale cosciente, ma qui le loro strade si separano: uno dei due è più aperto all’idea che un sistema artificiale possa arrivarci, l’altro resta scettico.
Hanno scritto insieme trenta pagine per dire che il substrato non conta, e poi non riescono a mettersi d’accordo su quale substrato, in pratica, potrebbe farcela per primo: diciamo che in questo passaggio ho fatto più fatica a seguirli.
Il paper in due dati
Pubblicazione: Jeremy Pober e Eric Schwitzgebel, “Substrate Flexibility and the Copernican Principle of Consciousness”, working paper pubblicato il 28 maggio 2026 (UC Riverside).
La stima centrale: su circa mille specie ipotizzate come comportamentalmente sofisticate nell’universo osservabile, gli autori stimano che almeno il 20%, quindi circa duecento, potrebbero essere coscienti secondo il principio di “copernicano” che propongono.
Perché la domanda non è solo accademica
Non cominciate, freddi materialisti, a scrivere “e che ci frega”: il tema non è così lontano dalla cronaca quanto sembra. Ne avevamo già scritto parlando di come riconoscere una coscienza artificiale, ed è lo stesso nodo che il regista Yorgos Lanthimos ha messo in scena, a modo suo, in Bugonia. Se non sappiamo riconoscere con certezza la coscienza nemmeno in un sistema costruito da noi, riconoscerla in una forma di vita nata su un pianeta con una chimica completamente diversa dalla nostra è, quasi per definizione, più difficile.
Non è un problema da poco, se un giorno dovessimo davvero incontrare qualcosa. I telescopi continuano a scovare pianeti in luoghi che i modelli non prevedevano: pochi giorni fa avevamo raccontato di un pianeta scovato per caso da un telescopio non progettato per quello scopo. Se un giorno trovassimo un segnale di vita là fuori, il rischio concreto è di continuare a cercare qualcosa che ci somigli, invece di riconoscere qualcosa di completamente diverso.
Schwitzgebel lo ha riassunto così, in una dichiarazione legata alla pubblicazione: l’universo potrebbe contenere menti più strane di quanto riusciamo a immaginare. Che si tratti di una coscienza aliena o di una macchina, il rischio più grande e più probabile è lo stesso: incrociarne una e non accorgercene affatto.