Ti sarà capitato, addormentandoti, di “vedere” qualcosa e restare comunque convinto di essere sveglio. Un ricercatore parigino si è chiesto se quella sensazione avesse un corrispettivo elettrico nel cervello: la risposta è arrivata da 92 volontari e uno studio, e complica il confine tra dormire e stare svegli più di quanto la scienza del sonno avesse ammesso finora. Signori, si può sognare da svegli e pensare dormendo: non è una metafora, e non è più un’ipotesi, perché queste cose hanno una “firma” precisa nell’elettro encefalogramma.
Al Paris Brain Institute li facevano accomodare in una stanza buia, con una cuffia EEG a 64 canali e una bottiglietta in mano. Quando la mano si rilassava, la bottiglia cadeva e il rumore svegliava il volontario. A quel punto arrivava la domanda: cosa ti è passato per la testa negli ultimi dieci secondi?
Non è un metodo nuovo (Edison faceva lo stesso con una pallina, per rubare idee al dormiveglia, e Dalí lo copiò senza vergogna), ma qui l’obiettivo non era la creatività: era mappare, secondo per secondo, cosa succede nella “terra di mezzo” tra veglia e sonno.
Quattro tipi di pensiero, zero rispetto per il copione
Dei 485 risvegli raccolti, i ricercatori ne hanno ottenuti ben 375 con contenuto mentale utile all’analisi. Invece di decidere a tavolino cosa fosse un sogno e cosa no, hanno lasciato che un algoritmo raggruppasse i racconti in base a quattro caratteristiche indicate dagli stessi partecipanti: bizzarria, fluidità, spontaneità, percezione di essere svegli. Ne sono uscite altrettante famiglie di stati mentali: pensieri fugaci e frammentati, pensieri ancorati all’ambiente circostante, immagini bizzarre da sogno vero e proprio, e pianificazione pratica e lucida.
Fin qui, niente di sorprendente. Il punto interessante è emersa quando i ricercatori hanno incrociato questi racconti con l’EEG.
Formiche sulla pelle da svegli, l’agenda di domani da addormentati
I ricercatori si aspettavano di registrare pensieri ordinari in stato di veglia ed immagini oniriche solo dopo l’inizio del sonno. I dati non hanno rispettato l’aspettativa. Racconti dichiaratamente onirici comparivano con l’EEG che segnava pieno stato di veglia, e pensieri pratici e lucidi comparivano con l’EEG che segnava sonno N1 o N2, lo stadio in cui compaiono i marcatori elettrici che i medici usano per dire “questa persona sta dormendo”.
Una partecipante, perfettamente sveglia, ha raccontato di vedere formiche che le camminavano addosso su uno sfondo di cruciverba. Un altro, addormentato, stava ripassando mentalmente l’orario del giorno dopo, voce per voce.
Nel 2020 raccontammo il dispositivo del MIT per intercettare il sogno lucido, costruito sull’idea che l’ipnagogia fosse una finestra temporale ben definita da agganciare con un guanto sensorizzato. Questo studio di Parigi, a sei anni di distanza, suggerisce che quella finestra non è una questione temporale, ma di stato: puoi trovarti “dentro” il sogno anche con l’orologio elettrico del cervello che segna ancora la veglia, e restarne fuori anche a sonno iniziato.
Il lavoro di Decat e Oudiette
Pubblicazione: Nicolas Decat, Delphine Oudiette e colleghi, “Dream-like mental states can occur during wakefulness”, pubblicato su Cell Reports (2026). DOI: 10.1016/j.celrep.2026.117237.
Dati chiave: 92 partecipanti analizzati su 103 reclutati, 375 racconti mentali classificati in quattro cluster tramite EEG a 64 canali durante due sessioni di riposo diurno.
Cosa si spegne nel cervello quando il pensiero diventa bizzarro
Il segnale più netto riguardava proprio lo stato bizzarro e onirico: connettività a lungo raggio ridotta, in particolare tra le regioni frontali (quelle che organizzano attenzione e controllo) e quelle occipitali (quelle che processano la vista). In pratica, il cervello smette per un attimo di tenere le sue parti lontane in conversazione tra loro, e nel vuoto che resta si infila l’immagine “strana”. Il cervello, in altri termini, non è “spento” ma del tutto scoordinato: una differenza piccola sulla carta, ma enorme per chi la vive.
C’è anche un’altra ricaduta che va oltre la curiosità da laboratorio, me l’ha fatta notare Lucia, mia moglie, che è psicoterapeuta. Chi soffre di insonnia paradossale1 giura di non aver chiuso occhio anche quando il tracciato dice il contrario, e finora i medici avevano poco da opporre a quella discrepanza se non i numeri dell’EEG. Delphine Oudiette, che ha co-diretto li studio, suggerisce che il criterio giusto potrebbe non essere lo stadio del sonno ma il contenuto mentale: chi passa troppo tempo in uno stato “iperconnesso al mondo esterno” anche a sonno iniziato, forse, ha ragione a sentirsi sveglio.
Quanto ci vuole prima che cambi la diagnosi di insonnia
Orizzonte stimato: almeno 5 anni, forse mai come criterio clinico standard.
Lo studio ha testato volontari sani, non pazienti con insonnia: il salto dal laboratorio alla cartella clinica richiede repliche su popolazioni cliniche, marcatori affidabili e strumenti che un centro del sonno qualunque possa usare, non solo un istituto con 64 canali EEG e un team di analisi computazionale.
Il sonno, quello vero, forse non comincia mai in un punto preciso della notte, ma quando il cervello smette di tenere insieme i pezzi, e quello può succedere anche mentre sei ancora sveglio secondo i parametri “ufficiali”.
- In poche parole, l’insonnia paradossale è quando credi di non dormire, ma in realtà dormi più di quanto percepisci. È anche chiamata “mispercezione del sonno”. Di solito chi ne soffre pensa di essere rimasto sveglio a lungo, ma gli esami del sonno mostrano un riposo abbastanza normale ↩︎