Il 2026 potrebbe essere l’anno di un El Niño “molto forte”, secondo il National Oceanic and Atmospheric Administration. Ormai lo avrete letto in tutte le salse: questo significa più tempeste, più inondazioni e sbalzi di temperatura che negli anni peggiori hanno contribuito alla morte di decine di milioni di persone nel mondo. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale, il mese scorso, ha usato parole nette: il fenomeno va trattato come un allarme climatico urgente, perché si somma al riscaldamento globale come benzina su un fuoco già acceso.
Di fronte a un evento che si può prevedere ma non fermare, un gruppo di ricercatori della University of California San Diego ha deciso di chiedersi qualcosa di scomodo: e se, invece di limitarci ad avvertire, provassimo a intervenire davvero? La loro risposta, pubblicata su Science Advances, ha un nome tecnico e un’ambizione che va oltre la tecnica: la geoingegneria marina, nella forma specifica del marine cloud brightening, lo schiarimento delle nuvole marine.
Come funziona, in pratica
Il principio non è nuovo: iniettare particelle in atmosfera per riflettere più raggi solari verso lo spazio è lo stesso meccanismo di un’eruzione vulcanica, come quella del Krakatoa nel 1883. La geoingegneria marina lo applica su scala più piccola e mirata: aerosol spruzzati sopra l’oceano rendono le nuvole marine leggermente più bianche, quindi più brave a rimandare indietro la luce solare.
Un effetto che avevamo già raccontato nel 2024, quando il fumo di alcuni incendi australiani aveva involontariamente schiarito le nuvole sul Pacifico, abbassando la radiazione solare in modo misurabile.
La squadra di Kate Ricke e Jessica Wan ha preso quel dato naturale e lo ha trasformato in simulazione: cosa sarebbe successo se lo schiarimento fosse stato attivato di proposito durante gli El Niño passati? Nei modelli, l’effetto avrebbe attenuato gli estremi del fenomeno. La differenza con altri progetti di geoingegneria di cui avevamo parlato, pensati per restare attivi indefinitamente contro il riscaldamento globale, sta tutta in una parola: temporaneo. Un intervento con una data di inizio e una di fine, non un termostato permanente sul pianeta.
Il problema è che resta una simulazione
Ricke, di norma, è tra gli scienziati che chiedono più cautela sulla geoingegneria prima di procedere. Qui, insieme al suo team, sostiene che El Niño, evento estremo ma limitato nel tempo, sia il banco di prova perfetto per testare l’idea senza impegnarsi su scala globale. Il paper stesso, però, ammette che gli approcci mirati alla variabilità naturale potrebbero offrire una riduzione del rischio fisico paragonabile, con interventi più brevi e un rischio socio-tecnico minore rispetto a un dispiegamento continuo: parole misurate, che pesano più di un annuncio trionfale.
Non tutti sono convinti. Andrew Dessler, docente di scienze atmosferiche alla Texas A&M, dice di aver trovato il paper interessante, ma di non essere disposto a definirlo una buona idea da mettere in pratica. I modelli restano imperfetti, e la possibilità di creare un problema nuovo, peggiore di quello che si voleva risolvere, non è mai fuori tavolo quando si parla di clima. Non esiste, lo ripeto, alcun piano concreto per testare la cosa nel mondo reale: per ora è tutto contenuto in equazioni e simulazioni al computer.
Il lavoro di Ricke e Wan in breve
Pubblicazione: Jessica Wan, Kate Ricke e colleghi, studio sul marine cloud brightening applicato a El Niño, pubblicato su Science Advances (2026).
Dati chiave: simulazioni basate su un episodio reale del 2023, quando il fumo di incendi ha schiarito naturalmente le nuvole sul Pacifico; nessun test attivo pianificato; parere critico esterno raccolto da Wired (Andrew Dessler, Texas A&M).
Un’idea diversa di geoingegneria
“È un modo diverso di pensare alla geoingegneria”, ha detto Ricke in una nota. “Dobbiamo capire molto di più, ma se esiste un modo di usarla in aggiunta agli strumenti di riduzione del rischio per mitigare gli El Niño, perché non dovremmo considerarlo?”
Una domanda aperta, lasciata volutamente tale: la geoingegneria marina qui non promette di sostituire nulla, prova solo ad aggiungersi. Io, però, continuo ad essere perplesso.