Le transizioni energetiche non le decidono i convegni. Le decidono, quasi sempre, gli shock.
Fu il petrolio a quaranta dollari del 1979 a partorire i motori giapponesi a basso consumo che avrebbero riscritto l’industria automobilistica mondiale. Fu la crisi del 1973 a far nascere l’Agenzia internazionale dell’energia e i primi programmi nucleari francesi. Nessuno dei due risultati era in un documento programmatico: erano reazioni a un prezzo diventato insostenibile.
Nel 2026 il mercato dell’energia sta attraversando quello che l’Agenzia internazionale dell’energia ha definito il più grande shock dell’offerta della storia del mercato petrolifero. La domanda che vale la pena porsi non è quanto durerà. È che cosa lascerà dietro di sé.
Il numero che non si vedeva dal Covid
Il dato più significativo dell’anno non riguarda il prezzo, riguarda i consumi. L’AIE stima che nel 2026 il mondo brucerà 1,6 milioni di barili al giorno in meno rispetto al 2025. È la prima previsione di contrazione della domanda globale di petrolio da quando la pandemia fermò l’economia mondiale, e non è la conseguenza di una politica climatica: è la conseguenza di un prezzo. “La chiusura prolungata dello stretto di Hormuz e i prezzi elevati dei carburanti continuano a pesare sui consumi”, ha spiegato l’agenzia tagliando le stime per il quarto mese.
Gli economisti dell’energia chiamano questo fenomeno demand destruction: distruzione della domanda. Sopra una certa soglia di prezzo, i comportamenti non si adattano, cambiano. Si rinuncia a un viaggio, si rimanda una consegna, si sostituisce un mezzo prima del previsto, si accetta un investimento che a sessanta dollari al barile non aveva senso e a cento ce l’ha.
L’OPEC, va detto, legge lo stesso mercato in modo opposto e continua a prevedere una crescita dei consumi. Fra le due proiezioni ballano 2,2 milioni di barili al giorno: una divergenza enorme, che misura quanto sia diventato imprevedibile il quadro.
Il prezzo come acceleratore tecnologico
Il petrolio oggi viaggia sopra i 100 dollari al barile per il Brent, dopo che gli attacchi nel Golfo e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz hanno ridotto i carichi in uscita dalla regione da venti a poco più di dodici milioni di barili al giorno. In Italia la benzina self service ha superato i 2,07 euro al litro e il gasolio i 2,18, ai massimi dal 2022.
Un prezzo del genere modifica in modo brutale l’aritmetica di qualunque confronto tecnologico. Il costo per chilometro di un veicolo elettrico rispetto a uno a combustione, il tempo di rientro di un impianto fotovoltaico con accumulo, la convenienza di una pompa di calore rispetto a una caldaia a gasolio, la sostenibilità economica di un elettrolizzatore: tutte queste equazioni contengono il prezzo del barile come variabile, e tutte si spostano quando quella variabile raddoppia.
È esattamente il meccanismo che le analisi sullo scenario peggiore mettono in conto. Lo studio più citato, quello di Wood Mackenzie, ipotizza in caso di blocco prolungato un Brent a 200 dollari entro fine anno e una contrazione dell’economia globale fino allo 0,4%, ma aggiunge un corollario spesso trascurato: i Paesi importatori risponderebbero accelerando in modo aggressivo l’elettrificazione, per ridurre strutturalmente la dipendenza dalle importazioni.
La differenza rispetto al 1973
C’è però una discontinuità rispetto agli shock del Novecento, ed è probabilmente la parte più interessante della storia.
Negli anni Settanta, quando il petrolio diventò improvvisamente caro, le alternative erano immature, costose e in gran parte da inventare. Il razionamento fu la risposta perché non c’era altro. Oggi le alternative esistono, sono industrialmente mature e hanno curve di costo che scendono da quindici anni: solare, batterie, elettronica di potenza, pompe di calore. Quello che finora mancava non era la tecnologia, era l’urgenza economica di sostituire un parco esistente che continuava a funzionare.
Uno shock di prezzo prolungato fornisce esattamente quell’urgenza. Ma la fornisce nel modo peggiore possibile: sotto forma di recessione, inflazione e sussidi d’emergenza. In Italia il taglio dell’accisa sul gasolio, rinnovato di dieci giorni in dieci giorni, costa allo Stato circa 10 milioni di euro al giorno, per un totale stimato fra 2 e 2,5 miliardi. Sono risorse pubbliche che stabilizzano il presente e non finanziano la sostituzione: pagano per continuare a bruciare il combustibile che ha causato il problema.
Il rischio del rimbalzo
La storia consiglia però una certa prudenza sull’entusiasmo. Dopo il 1979 il prezzo del greggio crollò, e con esso l’interesse per l’efficienza energetica: gli anni Ottanta e Novanta furono il periodo dei consumi in crescita e dei veicoli sempre più grandi. La domanda si abitua alla scarsità solo finché la scarsità dura.
Se lo Stretto di Hormuz riaprirà per via negoziale, il premio di rischio incorporato nei prezzi si sgonfierà rapidamente, perché la domanda mondiale è debole e la capacità produttiva inutilizzata esiste ancora. A quel punto ogni investimento deciso a cento dollari al barile andrà rivalutato a sessanta.
La differenza fra un’accelerazione strutturale e una parentesi, insomma, non la deciderà il barile. La decideranno i mesi in cui il barile costa troppo, e quello che si sceglie di costruire mentre dura.