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Conservare il cervello per rivivere in forma digitale: la plastinazione.

La morte è la fine di tutto. Il nostro cervello, che pure ha ben funzionato per molti decenni, al momento della nostra dipartita dal mondo, nel giro solo di una ventina di minuti va incontro ad anossia e neuroni e sinapsi si sfaldano. Nessuna macchina, dopo tale danno, sarà in grado di rianimarci; essa potrà riattivare le funzioni cardiache e la circolazione ma il nostro cervello sarà andato per sempre. E dire che il cervello è “andato” per la filosofia razionalista e transumanista vuol dire che “noi” siamo andati in quanto noi siamo il nostro cervello. In esso vi sono i nostri studi, la nostra professionalità acquisita sul lavoro e i ricordi delle emozioni della nostra vita, in altre parole il nostro “io” che mai più potrà tornare alla coscienza.

 

« E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo… Come lacrime… nella pioggia. »

Così recitava Rutger Hauer impressionando l’androide che stava per morire nel maestoso film Blade Runner di Ridley Scott. Ogni anno 57.000.000 di esseri umani lasciano per sempre questo mondo e non potranno mai più tornare.Eppure ci sono dei sistemi per evitare tutto questo, o almeno tentare di evitarlo. Uno di essi è la crionica, ovvero la conservazione del corpo (o del solo cervello), appena dopo la morte, in azoto liquido. Il danno causato dal congelamento potrà divenire reversibile con una tecnologia del futuro che potrebbe emergere alla fine di questo secolo o nei primi anni del 2100. Ciò comporta di prendere una “ambulanza verso il futuro” con la quale giungere in uno stato di sospensione dal quale si potrà essere rianimati. Un completo articolo divulgativo di Ralph Merckle sulla crionica è disponibile sul sito Futurology.it. Ricordiamo inoltre che in Italia vi è l’iniziativa LifeXt di Bruno Lenzi a promozione della crionica e che molta altra documentazione è disponibile su www.estropico.org.

Purtuttavia esiste anche un altro sistema, proposto recentissimamente, per giungere allo stesso risultato senza l’uso dei costosi macchinari necessari al congelamento permanente di un cervello: la preservazione chimica.

In pratica si tratta non di congelare ma di preservare tramite conservanti chimici il cervello evitando che lo stesso vada ad essere distrutto dall’attacco dell’ossigeno o dei batteri, se vogliamo, trattasi di una nuova e moderna forma di mummificazione. A proporre questo economico sistema (costo tra i 3.000 e i 10.000 $ quando andrà a regime) è la Brain Preservation Foundation i cui tecnici affermano che i neuroscienziati già oggi possono conservare piccoli volumi (circa 1 mm cubo) di tessuto cerebrale animale subito dopo la morte con incredibile precisione dato che le caratteristiche e la struttura di ogni sinapsi all’interno di questi volumi sono ben conservati fino alla scala nanometrica, usando un metodo poco costoso, operante a temperatura ambiente, di fissazione chimica denominato “plastination” (plastinazione). L’immagine in foto è un esempio di plastinazione di un circuito cerebrale locale, già attuato nei principali laboratori di neuroscienze. A partire da questo una parte dei neuroscienziati oggi sarebbe d’accordo che i nostri ricordi sono scritti nel cervello a livello delle connessioni sinaptiche, una conservazione sinaptica di un intero cervello dopo la morte clinica avrebbe probabilmente la capacità di conservare memoria e identità di un individuo che si sottoponesse a questo processo, peraltro, come già detto, particolarmente economico.

Problema: come potrebbe tornare alla coscienza un individuo il cui cervello sia stato sottoposto a crionica o a plastinazione?

L’unico modo in cui potrebbe farlo è attendere l’evoluzione delle tecniche di connectoma ovvero di quei software che cercano di emulare le connessioni interne a un cervello umano per via informatica e quindi riprodurne le funzioni. Quindi, conservando le stesse in modo adeguato, in futuro potremmo (il condizionale è d’obbligo) rinascere (in coscienza di sé e ricordi di una intera vita) all’interno di un elaboratore elettronico di nuova generazione. Da qui poi il passo di ricostruire un corpo androide con cui poterci muovere e interagire col mondo esterno non sarebbe di estrema difficoltà anche considerando che a quel punto, non dovendo più vivere in un corpo organico perituro, avremmo di fatto conseguito una semi-immortalità.

Va infine ricordato il grande Arthur C. Clarke, autore di 2001 Odissea nello Spazio, che prima di lasciarci predisse, in una intervista alla rivista Newton, che in futuro “raggiungeremo l’immortalità elettronica”.