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Energia dalla fusione nucleare meno lontana col laser caldo come il sole

Un team di scienziati dell’Imperial College di Londra ha probabilmente reso meno lontana la possibilità di ottenere energia illimitata dalla fusione nucleare grazie a un modello teorico di laser che può sviluppare 10 milioni di gradi celsius (probabilmente una temperatura più alta di quella che si trova al centro del Sole) in 20 quadrilionesimi di secondo: in pratica istantaneamente.

Lo sviluppo rappresenta un passo avanti verso il sogno di ottenere energia dalla fusione termonucleare: una fonte pulita, sostenibile e illimitata che utilizzi le stesse dinamiche del Sole per produrre calore.

La sfida nel produrre energia è rappresentata da un dettaglio non trascurabile: è necessario ottenere più energia di quanta ne si pone per realizzare il processo. Per questo riscaldare le cose alla temperatura del Sole non è affatto facile: l’attuale tecnologia laser ha fallito nel rendere questo processo efficiente, ma questo modello può portare alla realizzazione di dispositivi in grado di ottenere il risultato 100 volte più velocemente.

L’approccio è completamente diverso dai precedenti: attualmente gli esperimenti per ottenere la fusione utilizzano dei laser per trasferire calore agli elettroni di un materiale, i quali a loro volta riscaldano gli ioni. La nuova procedura punta a fornire calore in modo ancora più mirato, nel posto giusto e nel momento giusto, puntando direttamente agli stessi ioni.

“La chiave di questo processo è nell’individuazione del materiale adatto,” dice uno degli scienziati del team, il fisico Arthur Turrell. “Stiamo sperimentando vari modelli al computer per individuare la specifica combinazione di ioni. Un percorso promettente ci pare quello relativo ai materiali plastici, che contengono due tipi di ioni. Riuscire a produrre una frizione tra loro può portarci al risultato, così come due fiammiferi prendono calore solo se si strofinano l’uno con l’altro”.

 

La tecnica proposta è a disposizione di tutti i laboratori che vogliano sperimentarla.

Il testo della ricerca è stato pubblicato su Nature: ecco il link