Una gelatina conduttiva, 16 livelli di pressione e la capacità di “guarire”. I ricercatori della Northeast Normal University hanno sviluppato dei nervi artificiali che potrebbero cambiare radicalmente la robotica. Non si tratta solo di sensori on/off, ma di sistemi complessi basati su memristori che “ricordano” l’intensità del colpo subito. Se si rompono, basta scaldarli un po’ e tornano come nuovi. L’obiettivo? Insegnare alle macchine l’arte preziosa dell’autoconservazione.
Se non senti male, ti rompi
Il dolore è un ottimo insegnante. Noi umani passiamo l’infanzia a sbucciarci le ginocchia e a toccare cose che non dovremmo toccare, e ogni volta il nostro sistema nervoso ci invia un promemoria molto chiaro: “Non farlo più”. I robot, finora, sono stati pessimi studenti. I loro sensori sono tipicamente binari: o c’è contatto o non c’è.
Non esistono sfumature, non c’è quella memoria del trauma che ti fa esitare prima di rifare la stessa sciocchezza.
I sensori attuali sono anche, diciamolo, piuttosto stupidi. Una volta danneggiati, restano danneggiati. Fine della storia. Questi nervi artificiali sviluppati in Cina provano a cambiare paradigma: non si limitano a registrare un evento, ma reagiscono ad esso con una complessità quasi biologica.
Scheda dello Studio
- Ente di ricerca: Northeast Normal University (Cina)
- Ricercatori principali: Jingbo Fan et al.
- Anno pubblicazione: 2026
- Rivista: Advanced Functional Materials
- Oggetto: Nocicettori artificiali bio-ispirati basati su memristori
- TRL: 4 – Validazione del componente in ambiente di laboratorio

Gelatina, ioni e memoria
La chiave di tutto sta nei memristori. Se non ne avete mai sentito parlare, immaginate dei componenti elettronici che… non dimenticano. La loro resistenza cambia in base a ciò che gli è successo in passato. È esattamente così che funzionano i nostri neuroni: la sensibilità al dolore dipende dalla storia precedente.
Ma qui c’è di più. I ricercatori hanno usato una struttura gelatinosa (sì, proprio come quella proteina del collagene) per imitare il modo in cui il nostro corpo conduce gli ioni. Questi nervi artificiali non scattano semplicemente come un interruttore della luce. Hanno 16 livelli stabili di “dolore”, che vanno dal semplice fastidio (“mi stai toccando”) all’agonia strutturale (“mi stai stritolando”).
Funziona talmente bene che hanno collegato questo sistema al nervo sciatico di un topo (povero pioniere, non sparate sul giornalista, io non c’entro). Risultato? Il sensore ha innescato una reazione muscolare identica a un arco riflesso naturale. Nessun cervello coinvolto, solo pura reazione difensiva.
Guarire (a 60 gradi)
C’è un dettaglio che mi piace molto, perché sottolinea la differenza tra biologia e ingegneria. Quando questi nervi artificiali si rompono, possono ripararsi da soli. Questa è bella, in effetti. Il materiale gelatinoso, grazie ai suoi gruppi chimici, guida gli ioni di magnesio a riformare i percorsi conduttivi interrotti.
C’è solo un piccolo “ma”: per attivare questa guarigione serve portare il tutto a 60 gradi centigradi. Per un essere umano sarebbe un’ustione di terzo grado; per un robot industriale è una passeggiata di salute. Anzi, è la soluzione perfetta per macchine che operano in ambienti ostili dove la manutenzione umana è difficile o impossibile.
Perché i nervi artificiali non sono sadismo
Qualcuno potrebbe chiedersi: perché diavolo vogliamo che i robot soffrano? Non bastava la fantascienza a metterci ansia? La risposta è puramente pragmatica. I nervi artificiali non servono a torturare l’amico Chappy (o il vostro robot di riferimento tra quelli simpatici), ma a renderlo capace di sopravvivere in un mondo disordinato. Un robot che “sente” quando sta forzando troppo un giunto, o quando una superficie è troppo calda, è un robot che dura di più.
E poi c’è l’aspetto protesico. Immaginate arti artificiali che restituiscono a chi li indossa non solo il movimento, ma la percezione del limite. Sapere quanta forza stai mettendo in una stretta di mano, o se la tazza che tieni scotta, non è un lusso. È la base dell’interazione con il mondo.
Quando e come ci cambierà la vita
Siamo ancora nella fase “topo in laboratorio”, ma la traiettoria è chiara. Entro 5-7 anni potremmo vedere le prime pelli robotiche industriali basate su questi principi (manutenzione zero, durata doppia). Per le protesi umane servirà più tempo: integrare questi segnali col nostro sistema nervoso senza friggerlo è la vera sfida del decennio.
Approfondisci
Il tema della sensibilità artificiale è caldissimo. Se ti interessa come stiamo provando a restituire il tatto, leggi i progressi sulle protesi bioniche sensibili. In alternativa, scopri WeTac, la pelle in idrogel pensata per la realtà virtuale, o come si sta lavorando per ripristinare il tatto nei nervi danneggiati.
Alla fine, mi chiedo se dare ai robot la capacità di provare dolore non sia il passo definitivo per renderli, paradossalmente, più “umani” di quanto vorremmo.
Il dolore è un meccanismo di difesa, certo. Ma è anche ciò che ci rende prudenti, esitanti, talvolta saggi. Una macchina che ha paura di farsi male è una macchina che ci penserà due volte prima di agire. E forse, in un futuro pieno di automi, questa è la migliore garanzia di sicurezza che possiamo sperare.
A patto che non imparino anche a lamentarsi, s’intende.