Dicembre 2025: mentre il Conflict Index contava 240.000 morti e 204.605 eventi violenti in un anno, qualcuno si è messo a fare i conti. Semplici, banali conti economici. E ha scoperto che ogni punto percentuale in più di spesa militare sottrae l’1,1% alla crescita economica. In altri termini? La pace nel mondo porta soldi. Conviene.
Non in senso etico o filosofico: proprio in soldi, denaro, patane (la valuta detta alla napoletana). Ma allora perché continuiamo a investire il 2,5% del PIL globale in armamenti invece che in altro?
I numeri della guerra
I dati del 2025 raccontano una storia chiara. L’Armed Conflict Location and Event Data (ACLED) ha registrato oltre 204.000 eventi conflittuali nel mondo. Meno dell’anno precedente: in realtà stabili rispetto ai 208.000 del 2024. La spesa militare globale, invece, ha raggiunto 2.718 miliardi di dollari, con un aumento del 9,4% rispetto all’anno prima. L’incremento più forte dalla fine della Guerra Fredda.
Ucraina e Palestina da sole rappresentano il 40% degli eventi violenti registrati. Ma il resto del pianeta non sta meglio: Sudan, Myanmar, Messico, Ecuador, Haiti. Sono 56 i conflitti attivi nel 2025. Il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale.
Cosa ci dicono i dati sulla pace nel mondo
Alex Bellamy, esperto di studi su guerra e pace, ha pubblicato un’analisi sulla possibilità della pace nel mondo che smonta alcuni luoghi comuni. Il primo fra tutti: le cause della guerra non sono misteriose. Secondo decenni di ricerca, sappiamo quali fattori aumentano la violenza e quali la riducono.
Democrazia, parità di genere, commercio equo: tutte correlate a maggiore pacificità. Il peacekeeping riduce le vittime civili, la violenza sessuale legata ai conflitti, e la probabilità che una guerra riprenda. Non è un caso che mentre i conflitti aumentano, questi tre elementi siano in declino o sotto attacco.
Correlazioni verificate:
- Ogni 1% in più di spesa militare → -1,1% di crescita economica
- Su 20 anni, 1% in più di armi → -9% di crescita cumulativa
- Il peacekeeping funziona: più truppe ONU = meno vittime civili
- Democrazie consolidate combattono raramente tra loro
Il paradosso economico della pace nel mondo
Qui arriva la parte più ovvia per un pacifista, e assolutamente controintuitiva per i campioni della “Realpolitik”. La guerra costa. Molto. Non solo in vite umane, ma in termini economici diretti. I paesi che investono in cooperazione e sviluppo pacifico tendono a prosperare più di quelli focalizzati sul militarismo. I dati lo confermano da decenni.
Una riduzione significativa della spesa militare globale avrebbe effetti stimolanti sull’economia mondiale, promuovendo produzione e consumi. Investimenti in educazione, sanità, protezione ambientale generano moltiplicatori economici superiori rispetto alle armi. Eppure continuiamo a scegliere, anzi a farci vendere o imporre l’opzione più costosa da leader e politici “camerieri” degli interessi di parte.
Il commercio globale ha creato interdipendenze che rendono i conflitti sempre meno profittevoli. Ma attenzione: questa non è garanzia di pace nel mondo. Le disuguaglianze economiche alimentano tensioni. E le interdipendenze possono rompersi, come mostra la “nuova guerra fredda” tra USA e Cina.
Tre priorità urgenti per la pace nel mondo
Bellamy propone tre azioni concrete per il 2026. Prima: riaffermare il supporto ai principi base della Carta ONU, che non a caso viene vilipesa sempre di più negli ultimi anni.
Seconda: rivitalizzare peacekeeping e peacebuilding dell’ONU e regionali. Il peacekeeping funziona; più peacekeeping funziona meglio. Specialmente quando la priorità è proteggere i civili. Ma le truppe impegnate in missioni sono calate del 42% negli ultimi anni.
Terza: sostenere un tavolo serio per l’Ucraina, e affrontare seriamente il nodo Gaza. Discutere la via per dispiegare in entrambi i teatri di guerra la Forza Internazionale di Stabilizzazione, con autorità e capacità necessarie per proteggere i civili e facilitare l’estensione di un governo legittimo come via verso uno stato ucraino e uno stato palestinese che riportino quotidianità, stabilità, pace.
Da dove iniziare
- Ridurre la spesa militare globale – Reinvestire risorse liberate in settori produttivi
- Promuovere dialogo internazionale – Soluzioni diplomatiche invece della forza
- Supportare iniziative civili – ONG e movimenti dal basso per cultura di pace
Perché allora sta succedendo l’esatto contrario?
La risposta breve: perché la pace nel mondo richiede un cambio di paradigma.
Solo tre forze stanno guidando il declino: il calo relativo delle democrazie liberali e ascesa di poteri autoritari; shock profondi come crisi finanziaria globale e COVID; problemi generati dalla globalizzazione economica, specialmente disuguaglianza crescente e frammentazione sociale.
Il “qualunquismo guerrafondaio” in Occidente e altrove è prodotto di queste tre trasformazioni. Ha fatto vacillare le comode assunzioni post-Guerra Fredda su progresso di democrazia, ricchezza e pace. E gli strumenti internazionali per prevenire, limitare e risolvere guerre sono stati progressivamente indeboliti.
Ma la guerra non è una forza naturale. È una pratica sociale, causata da decisioni umane. Significa che può essere cambiata. Anche la schiavitù era considerata impossibile da abolire. Fino a quando non è stata abolita. La pace nel mondo è possibile perché pace e guerra sono istituzioni umane, non forze di natura.
Approfondisci
Ti interessa il futuro dei conflitti? Leggi anche come potrebbero evolversi le guerre future. Oppure scopri cosa succederebbe in una guerra tra umani e AI per capire i rischi tecnologici emergenti.
I blocchi per costruire la pace risiedono negli Stati: quelli responsabili (democratici), che rispettano i diritti umani, hanno istituzioni capaci, forniscono vita dignitosa e opportunità per tutti, promuovono società con maggiore parità di genere. Non è qualcosa che si cambia rapidamente.
Ma è una lotta politica che ogni società deve intraprendere con i propri termini.
La pace nel mondo è possibile. Non probabile, non inevitabile. Ma possibile. Gli Stati forgiano i sistemi internazionali, e hanno fatto un lavoro eccellente nel ridurre la violenza nella vita quotidiana. Ora serve ricostruire quegli strumenti internazionali che sappiamo funzionare, prima che sia troppo tardi.
Perché costa meno.
E rende di più.