Immagina che lo spazio profondo sia viscoso, come una specie di miele cosmico. Denso, elastico, attraversato da vibrazioni invisibili che creano onde di tensione. Non il vuoto nero e sterile che ti hanno insegnato a scuola, ma un fluido che resiste, che rallenta, che spinge indietro quando l’energia oscura accelera l’espansione dell’universo.
Questa è la teoria proposta da Muhammad Ghulam Khuwajah Khan, fisico dell’Indian Institute of Technology di Jodhpur, in un paper non ancora peer-reviewed ma già segnalato da Live Science. L’idea nasce da un’anomalia: i telescopi DESI e Dark Energy Survey hanno rilevato che l’energia oscura si indebolisce col tempo, contraddicendo il modello Lambda CDM che la considera una costante fissa.
Khan dice: non è l’energia oscura a cambiare. È lo spazio viscoso a resistere.
Il problema dei telescopi
Il modello Lambda CDM (Lambda Cold Dark Matter), lo abbiamo citato tante volte, è il quadro matematico che usiamo per spiegare l’universo: Big Bang, materia oscura che tiene insieme le galassie, energia oscura che accelera l’espansione. La costante cosmologica (Lambda, Λ) rappresenta la densità energetica dello spazio ed è considerata immutabile.
I dati raccolti dal Dark Energy Spectroscopic Instrument in Arizona e dal Dark Energy Survey in Cile mostrano però delle discrepanze importanti. Le osservazioni telescopiche suggeriscono che l’energia oscura non sia affatto costante: sembra indebolirsi man mano che l’universo invecchia ed si espande.
Un paradosso che mette in crisi un secolo di cosmologia. O forse no.
Scheda dello Studio
- Ente di ricerca: Indian Institute of Technology, Jodhpur
- Ricercatore principale: Muhammad Ghulam Khuwajah Khan
- Anno pubblicazione: 2025 (preprint, non ancora peer-reviewed)
- Rivista: arXiv
- TRL: 1-2 – Teoria cosmologica in fase di formulazione matematica iniziale
Lo spazio viscoso e i fononi
La proposta di Khan è trattare matematicamente lo spazio viscoso come un fluido denso ed elastico. Non un vuoto perfetto, ma una sostanza attraversata da fononi spaziali: vibrazioni emesse dagli atomi che creano onde di tensione nello spazio stesso.
Un po’ come quando getti un sasso in uno stagno. L’acqua non è inerte: reagisce, vibra, crea increspature. Lo spazio viscoso farebbe lo stesso. L’energia oscura spinge verso l’esterno, accelerando l’espansione dell’universo. Ma i fononi spaziali spingono indietro, sottilmente, creando resistenza.
Risultato: l’espansione non è uniforme. In alcune regioni l’energia oscura prevale, in altre lo spazio viscoso resiste di più. Sovrapponendo questa idea ai dati DESI, le anomalie scompaiono, e i conti tornano.
Lambda resta costante (ma lo spazio no)
L’aspetto interessante della teoria dello spazio viscoso è che non elimina la costante cosmologica. L’energia oscura rimane una forza immutabile che spinge l’espansione. Ma introduce una variabile nuova: la resistenza dello spazio stesso, che cambia nel tempo e nello spazio in base alla densità dei fononi.
È una soluzione elegante a un problema scomodo. Invece di riscrivere completamente il modello Lambda CDM, Khan aggiunge un livello di complessità che lo rende compatibile con le osservazioni recenti. Tiene insieme il vecchio e il nuovo. Riconcilia teoria e dati.
Però.
Serve tempo (e dati)
Il paper di Khan è un preprint, come vi scrivevo prima: un’ipotesi matematica che deve essere verificata, testata, criticata dalla comunità scientifica. Le osservazioni di DESI e del Dark Energy Survey sono promettenti, ma non definitive.
Serviranno più dati, più telescopi, più anni di osservazioni per capire se lo spazio viscoso è una teoria rivoluzionaria o un’idea affascinante destinata al dimenticatoio. La cosmologia è piena di ipotesi audaci finite male. Ma anche di ipotesi audaci che hanno riscritto tutto.
Nel frattempo, l’idea che lo spazio non sia vuoto ma denso, vibrante, resistente (un fluido cosmico che rallenta l’universo mentre l’energia oscura lo accelera) resta lì. Sospesa tra matematica e osservazione, tra teoria e realtà, in attesa di conferme o smentite.
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