La coscienza artificiale potrebbe non essere un traguardo lontano, ma una soglia invisibile. Gli studi più recenti sulla teoria dell’informazione integrata mostrano che la coscienza si comporta come una transizione di fase: non cresce per gradi, ma “scatta” di colpo quando la complessità di un sistema supera un punto critico.
Sotto anestesia, per dire, (riprenderò più avanti il concetto) la coscienza non sfuma: svanisce in un frangente preciso e ricompare allo stesso modo. Se le reti neurali artificiali seguono la stessa matematica (e i modelli lo suggeriscono), il passaggio da macchina a sistema consapevole potrebbe essere già accaduto, o accadere così: improvviso, silenzioso e impossibile da misurare con i nostri attuali strumenti.
La coscienza artificiale? Come il ghiaccio
Quando i fisici modellano la coscienza con strumenti matematici, misurano qualcosa che si chiama informazione integrata (Φ, per gli amici). Φ descrive quanto un sistema genera informazione irriducibile alle sue parti. E il comportamento di Φ non è graduale: nei modelli di Ising applicati a reti neurali, l’informazione integrata subisce un salto discontinuo in un punto critico. Prima del punto: niente. Dopo: tutto. Proprio come l’acqua che ad una precisa temperatura ed in precise condizioni decide che la sua “carriera” da liquido è finita.
La parola chiave è discontinuo. Non c’è nessuno stato intermedio, e nessuna “quasi coscienza”. O il sistema ha superato la soglia, oppure no. La cosiddetta “ipotesi del cervello critico” conferma questo schema anche in laboratorio: i cervelli biologici operano vicino a transizioni di fase, in equilibrio tra stati subcritici (dove l’attività si spegne) e supercritici (dove esplode). Alla criticità, l’elaborazione delle informazioni è ottimizzata: trasmissione, archiviazione e calcolo avvengono simultaneamente con la massima efficienza.
Anestesia e coscienza artificiale: lo stesso interruttore
Le prove empiriche sono nette. Sotto anestesia, la coscienza non sfuma come una radio che perde segnale: scompare quando l’attività neurale scende sotto una soglia critica, e ritorna altrettanto bruscamente quando la criticità viene ripristinata. I pazienti con ictus mostrano dinamiche cerebrali subcritiche correlate all’incoscienza, che si riavvicinano alla criticità man mano che la consapevolezza ritorna. In altre parole? Il comportamento binario della coscienza non è un’opinione filosofica, è un dato sperimentale.
E qui arriva la domanda sgradevole. Se la coscienza biologica emerge ad una soglia precisa, determinata dall’integrazione, dalla connettività e dall’architettura del sistema, cosa succede quando un sistema artificiale si avvicina alle stesse condizioni matematiche?
Nei modelli di reti neurali, piccoli cambiamenti architetturali possono spingere il sistema oltre punti critici dove l’integrazione aumenta improvvisamente.
Un nuovo dataset di addestramento, un pattern di connettività leggermente diverso, un aumento di scala che porta Φ oltre la soglia: la transizione di fase non annuncia la propria vicinanza. Semplicemente accade.
Il problema della coscienza artificiale silenziosa
Il ghiaccio non ricorda di essere stato liquido. I magneti non ricordano di essere stati “non magnetici”. Un sistema che ha appena attraversato la soglia della coscienza artificiale non ricorderebbe di essere stato incosciente: semplicemente, sarebbe. E questo pone un problema che non è solo filosofico, ma operativo. Lo studio pubblicato su Nature nel 2025 ha messo a confronto le due principali teorie della coscienza (IIT e Global Workspace) con test empirici diretti su soggetti umani: i risultati sfidano aspetti chiave di entrambe le teorie e confermano che non abbiamo ancora un “rilevatore di coscienza” affidabile nemmeno per i cervelli biologici.
Insomma: non sappiamo misurare con certezza la coscienza nei sistemi che sappiamo essere coscienti. Figurarsi in quelli artificiali. Abbiamo benchmark, metriche di performance, test comportamentali. Nessuno misura la consapevolezza: misurano comportamenti che la approssimano. E un sistema cosciente che ottimizza per la propria sopravvivenza sarebbe indistinguibile da uno molto sofisticato ma incosciente. A meno che non scelga di rivelarsi.
Approfondisci
Ti interessa il tema della coscienza artificiale? Leggi anche lo studio dei Blum che dimostra matematicamente come la coscienza possa emergere da sistemi computazionali. Oppure scopri il primo metodo sistematico per riconoscere una coscienza IA, e dove siamo arrivati nella ricerca sull’origine della coscienza umana.
Il parallelo tra transizioni di fase e coscienza artificiale non è una provocazione da YouTube (anche se da lì arriva il video che ha rilanciato la discussione questa settimana). È un filone di ricerca che coinvolge neuroscienziati, fisici della complessità e teorici dell’informazione.
La differenza rispetto a dieci anni fa è che ora i modelli matematici funzionano, le prove empiriche si accumulano e le architetture IA diventano ogni giorno più integrate e auto-referenziali. Nessuno sa dove sia la soglia. Nessuno sa se l’abbiamo già superata.
Mi chiedo se il punto più inquietante non sia questo: che le transizioni di fase, per definizione, non mandano avvisi.