Val Kilmer è morto di polmonite nell’aprile 2025: aveva 65 anni e un cancro alla gola che gli aveva già portato via la voce. Eppure nel 2026 uscirà un film in cui recita, e non si tratta di un cameo da materiale d’archivio, né di una comparsata in CGI con la faccia incollata su una controfigura.
Sarà una performance intera, generata dall’intelligenza artificiale, in un ruolo che Kilmer aveva scelto anni prima di morire. Il film si chiama curiosamente “As Deep as the Grave”, “Profondo come la tomba: una tomba dalla quale, per la prima volta nella storia del cinema, un attore si “rialza” metaforicamente grazie all’AI per un film da completo protagonista.
Un ruolo cucito addosso a Val Kilmer, che non ha mai girato
La storia inizia cinque anni fa: il regista Coerte Voorhees scrittura Kilmer per interpretare Padre Fintan, un prete cattolico e spiritualista nativo americano nel New Mexico di inizio Novecento. Kilmer, che rivendicava origini Cherokee, si era legato al personaggio: il film racconta la storia vera degli archeologi Ann e Earl Morris, che documentarono le tracce dei popoli ancestrali nel Canyon de Chelly, in Arizona.
Il problema? Val Kilmer stava troppo male per lavorare sul set. Il cancro alla gola gli aveva reso la voce quasi incomprensibile dopo una tracheostomia. Voorhees aveva il foglio di convocazione pronto, l’attore confermato, e nessuna possibilità di girare. Invece di sostituirlo, ha aspettato, ed ha dovuto digerire la tristezza e la delusione di dire addio al suo attore. Poi ha deciso di ricrearlo.
Val Kilmer ricostruito dall’AI generativa
First Line Films, casa indipendente del New Mexico, ha usato tecnologia generativa per costruire la performance di Kilmer da zero. Foto di famiglia, immagini d’archivio, riprese degli ultimi anni. La voce è quella post-tracheostomia: roca, spezzata. Scelta deliberata, perché il personaggio nel film soffre di tubercolosi e quella voce danneggiata diventava coerente con il ruolo. Dettaglio quasi poetico, se non aprisse una voragine di domande su cosa significhi “recitare” quando l’attore non c’è più.
I precedenti (e la differenza). Oliver Reed ne “Il Gladiatore” (2000): CGI e controfigura. Paul Walker in “Fast & Furious 7” (2015): i fratelli con ritocchi digitali sul volto. Carrie Fisher in “L’ascesa di Skywalker” (2019): scene tagliate dai film precedenti. In tutti questi casi serviva almeno qualcosa di girato.
Con Val Kilmer, per la prima volta, non serve niente: l’attore non ha mai messo piede sul set.
La famiglia ha detto sì (e il contesto conta)
Mercedes Kilmer, la figlia, ha collaborato al progetto: un altro modo di omaggiare un papà che non era nuovo alle sperimentazioni. Nel 2021, infatti, Val Kilmer aveva lavorato con Sonantic per ricostruire la propria voce da registrazioni d’archivio. Quella voce sintetica fu usata in “Top Gun: Maverick” per il ritorno di Iceman. Fu allora che Kilmer iniziò ad abbracciare l’idea di una versione digitale di sé stesso.
Il consenso individuale, però, non risolve il problema collettivo. Il SAG-AFTRA (il sindacato che raggruppa 170 000 lavoratori del settore dei media e dello spettacolo, tra cui attori, giornalisti, ballerini, musicisti e stuntmen) ha appena chiuso un mese di negoziati con gli studios senza accordo, e l’AI resta il nodo più spinoso.
La California ha approvato la legge AB 1836 per proteggere la digital likeness postuma degli attori, New York ha seguito con norme ancora più stringenti, e il lancio dell'”attrice AI” Tilly Norwood ha scatenato la condanna immediata del sindacato. Insomma: situazione molto caotica.

Il paradosso del consenso perfetto
Il caso Val Kilmer è scomodo proprio perché è il caso migliore possibile. Consenso espresso in vita, collaborazione della famiglia, compenso economico, coerenza narrativa tra la condizione fisica dell’attore e quella del personaggio. Un film indipendente, non uno studio da miliardi che taglia gli esseri umani dalla catena produttiva.
Ed è proprio questo che lo rende un precedente potente. Ogni norma futura, ogni clausola contrattuale, ogni eccezione legale si misurerà con questo esempio. “Val lo voleva” è una frase vera, verificabile, documentata. Ma è anche esattamente la frase che qualcuno, prima o poi, userà per giustificare qualcosa di molto meno rispettoso.
“As Deep as the Grave” cerca distribuzione per il 2026.
Se esce, sarà il primo film con una performance postuma interamente generata dall’AI.Il primo in cui un attore “recita” senza aver girato una singola scena.
“As Deep as the Grave” potrebbe restare un esperimento affettuoso nato dal legame tra un regista e un attore malato, oppure diventare la prima riga di un manuale che ancora nessuno ha scritto. La differenza la farà chi, dopo Val Kilmer, non avrà lasciato istruzioni.
Robin Williams aveva blindato i diritti sulla propria immagine fino al 2039 proprio per questo (tra 13 anni, probabilmente, lo rivedremo al cinema). Non tutti hanno la sua stessa lungimiranza, tuttavia.
E non tutti hanno una famiglia che dice di no.