Il marchio AI free sta diventando il nuovo terreno di scontro tra creatività umana e automazione. In meno di un anno sono nati almeno otto sistemi di certificazione diversi: loghi, badge, bollini da applicare su libri, film, siti web. La promessa è semplice: garantire al consumatore che quello che sta leggendo, guardando o ascoltando è stato creato da una persona in carne e ossa. Il problema è che ognuno di questi sistemi ha regole diverse, livelli di verifica diversi e definizioni diverse di cosa significhi “AI free”. E nessuno parla con gli altri. Un po’ come se il mondo del biologico avesse otto certificazioni in otto paesi, tutte incompatibili tra loro. Non tanto bene.
Londra, un libro vuoto e un logo
L’11 marzo 2026, alla London Book Fair, la scrittrice Tracy Chevalier ha presentato il logo “Human Authored”: un bollino AI free da stampare sulla quarta di copertina dei libri scritti da esseri umani. L’iniziativa è della Society of Authors, il principale sindacato degli scrittori britannici, in partnership con la Authors Guild americana. Il fatto che serva specificarlo dice già tutto sullo stato delle cose.
Nello stesso padiglione, circa diecimila autori (tra cui Kazuo Ishiguro, Philippa Gregory e Richard Osman) hanno distribuito un libro completamente vuoto. Si intitola Don’t Steal This Book e contiene solo nomi. È una protesta contro l’uso di opere protette da copyright per addestrare modelli di intelligenza artificiale, ed è anche una dichiarazione di esistenza: eccoci, siamo ancora qui, scriviamo ancora noi.

Otto bollini AI free, zero standard
La BBC ha censito almeno otto iniziative diverse che cercano di costruire un marchio AI free riconoscibile a livello globale. C’è Not By AI, che offre un badge scaricabile con la regola del 90% (almeno il 90% del contenuto deve essere umano). C’è No AI Movement, con una dichiarazione gratuita e una certificazione a pagamento con audit. C’è ai-free.io, che fornisce snippet di codice da incollare nel footer del sito. C’è AI Labels, con un sistema a tre livelli: “fatto da umani”, “fatto da umani con AI” e “fatto prevalentemente da AI”.
Insomma: il panorama è frammentato. E qui sta il paradosso. La ricercatrice Sasha Luccioni, che si occupa di AI responsabile, lo ha detto chiaramente alla BBC: l’intelligenza artificiale è ormai così integrata in piattaforme e servizi che stabilire cosa sia davvero “AI free” è complicato dal punto di vista tecnico. Un correttore ortografico basato su AI rende un testo “non umano”? E un software di impaginazione automatica? La Authors Guild americana ha scelto una linea pragmatica: correttori e strumenti di brainstorming sono consentiti, la generazione diretta di testo no. Ma non tutti la pensano così.
La Authors Guild ha certificato oltre 5.000 titoli con il marchio AI free in poco più di un anno: costo 10 dollari per titolo (gratuito per i membri). In UK, il 57% degli autori dichiara che la propria carriera non è più sostenibile e l’86% afferma che l’AI generativa ha già ridotto i propri guadagni.
Non solo libri: il marchio AI free si espande
Il fenomeno non riguarda solo l’editoria. Nel 2025, i titoli di coda del thriller Heretic con Hugh Grant riportavano la scritta: “No generative AI was used in the making of this film”. Il distributore britannico The Mise en scène Company ha aggiunto un timbro AI free al poster del suo ultimo film e ha pubblicato una classificazione che spera venga adottata dal settore. In Australia, Proudly Human verifica ogni fase della pubblicazione, dalla bozza all’ebook, con un livello di rigore che farebbe impallidire un revisore contabile.
Come vi ho già raccontato nel recente passato, oltre il 50% dei contenuti web nel 2025 è stato generato da intelligenza artificiale. In un mercato dove la macchina produce cento articoli nel tempo in cui un giornalista ne scrive uno, il bollino AI free diventa l’equivalente del “fatto a mano” nell’era industriale. Un tentativo di creare valore dalla scarsità. Ma senza uno standard condiviso rischia di diventare solo un esercizio di marketing, e perfino un guadagno per i pochi che “lucrano” sul concetto.
Il vero problema del bollino AI free
La consumer expert Amna Khan, della Manchester Metropolitan University, ha messo il dito nella piaga parlando: troppe definizioni concorrenti di “fatto dall’uomo” stanno confondendo i consumatori, e serve una definizione universale per costruire fiducia. Ma chi la stabilisce? I governi non si sono ancora mossi (il Regno Unito non richiede neanche l’etichettatura dei contenuti generati da AI), le aziende tech preferiscono l’autoregolamentazione, e le iniziative private si moltiplicano senza coordinarsi.
Se mi chiedete “un bollino AI free è una buona idea?”, vi rispondo di si. Per me potrebbe essere una buona idea, si. La questione però è un’altra. Otto bollini AI free diversi sono meglio di nessuno, oppure sono peggio? Qui vi rispondo: sono peggio di non averne nessuno.
Come ha scritto su queste pagine chi ha seguito l’evoluzione dei content creator e della crisi dell’iperrealismo (come “chi è?”, sono io!): la tecnologia che doveva rendere tutto trasparente ha reso tutto opaco. E adesso tocca a un adesivo sulla copertina di un libro restaurare la fiducia.
Che vi devo dire: buona fortuna.
Approfondisci
Ti interessa il rapporto tra AI e creatività umana? Leggi anche Il web ha più contenuti AI che umani: le 5 cose che cambieranno per sempre. Oppure scopri perché i content creator umani stanno perdendo la sfida con l’automazione.
