Quindici mesi, tanto vive in media chi riceve una diagnosi di glioblastoma. La chirurgia toglie quello che si vede, la chemio allunga la vita di due mesi, la radioterapia lascia effetti che alcuni pazienti preferiscono evitare. Poi il tumore torna. Sempre. Ma in un laboratorio della Virginia, una molecola ha fatto qualcosa che nessun farmaco era riuscito a fare: attraversare il cervello, raggiungere il tumore, spegnere il gene che lo alimenta. Nei topi con glioblastoma, funziona: le cellule cancerose muoiono, quelle sane no. La cura del glioblastoma non è ancora vicina, ma per la prima volta in vent’anni c’è un bersaglio nuovo. E un modo per colpirlo.
Il gene che alimenta il tumore
Solo pochi anni fa, nel 2020, Hui Li dell’Università della Virginia ha identificato AVIL, l’oncogene responsabile del glioblastoma. Un gene che normalmente aiuta le cellule a mantenere forma e dimensioni, ma quando va in overdrive, innesca il cancro.
Il team di Li ha scoperto che bloccarlo distruggeva completamente le cellule tumorali nei topi, senza toccare quelle sane. Il problema era tecnico: la metodologia usata in laboratorio non poteva essere applicata alle persone. Serviva una molecola capace di fare lo stesso lavoro. Attraversare la barriera ematoencefalica, riconoscere solo le cellule malate, spegnerle.
Sei anni dopo, quella molecola esiste. Il team l’ha trovata usando screening ad alta produttività: hanno testato circa 50.000 composti chimici per vedere quali si legavano ad AVIL. Solo 90 mostravano interazione. E uno fra tutti si è distinto. Il “Composto A” (nome tecnico ancora provvisorio) ha ucciso diverse linee cellulari di glioblastoma con concentrazioni tra 10 e 30 micromolare. Le cellule cerebrali sane, invece, resistevano fino a oltre 120 micromolare. La temozolomide, un farmaco chemioterapico standard, ha mostrava efficacia molto inferiore nei test in vitro: servivano concentrazioni tra 500 micromolare e oltre 1 millimolare.
Scheda dello Studio
- Ente di ricerca: University of Virginia School of Medicine
- Ricercatore principale: Dr. Hui Li, Department of Pathology
- Anno pubblicazione: Febbraio 2026
- Rivista: Science Translational Medicine
- DOI: 10.1126/scitranslmed.adt1211
- TRL (Technology Readiness Level): 3-4 – Proof of concept validato in modelli animali, lontano da applicazione clinica
- Finanziamenti: National Institutes of Health (R01CA240601, R01CA269594), Ben & Catherine Ivy Foundation
La barriera attraversata
Il vero ostacolo per ogni cura del glioblastoma è la barriera ematoencefalica. Una struttura che protegge il cervello da sostanze tossiche, ma blocca anche la maggior parte dei farmaci.
La molecola individuata da Li, come detto, riesce a superarla. Nei modelli murini, il composto ha rallentato la crescita tumorale senza effetti collaterali evidenti. Quando i ricercatori hanno rimosso AVIL dalle cellule tumorali, il Composto A perdeva gran parte della sua efficacia. Quando hanno forzato cellule sane a sovrapprodurre AVIL, quelle cellule diventavano sensibili al composto. La selettività non è casuale: è meccanica.
Li e il suo team hanno confermato che la proteina prodotta da AVIL è praticamente assente nel cervello sano, ma abbondante nei pazienti con glioblastoma. Questo rende il gene un bersaglio ideale: colpisci quello, risparmi tutto il resto.
Se il composto venisse ottimizzato per uso umano, potrebbe essere assunto per via orale. Niente radioterapia, né chemio invasiva: una semplice pillola.
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Quanto manca ai pazienti
Molto. La molecola deve essere raffinata, testata su sicurezza ed efficacia in trial clinici di Fase I, II e III. Solo dopo, se tutto funziona, la FDA potrebbe approvarla. Parliamo di anni, forse oltre un decennio. Li ha fondato una startup, AVIL Therapeutics, per sviluppare gli inibitori. Ha ottenuto un brevetto sull’approccio. Il finanziamento c’è, la tecnologia anche. Ma la strada dalla provetta al paziente è lunga.
Eppure, questa è una notizia incredibile, davvero fantastica. Rispetto alle scoperte precedenti sul glioblastoma, questa ha qualcosa di diverso: non è un farmaco adattato, non è un dispositivo sperimentale. È un meccanismo mai sfruttato prima. Un tallone d’Achille biologico che il tumore porta dentro di sé. AVIL è sovraespresso nel 100% dei campioni clinici di glioblastoma analizzati. È essenziale alla sopravvivenza delle cellule tumorali. Senza di lui, muoiono.
Il problema era arrivarci. Ora c’è un modo.