Le apnee notturne potrebbero avere finalmente un’alternativa farmacologica seria. Il sultiame, un antiepilettico sviluppato negli anni ’60 dalla tedesca Bayger AG, ha ridotto gli episodi di apnea del 47% nei pazienti trattati con la dose più alta. Lo studio FLOW, pubblicato su The Lancet, ha coinvolto 298 persone con apnea ostruttiva moderata o grave in cinque paesi europei per 15 settimane. Il farmaco funziona stabilizzando il controllo della respirazione e aumentando il tono muscolare delle vie aeree durante il sonno: il contrario esatto di quello che fa l’apnea.
Sessant’anni in un cassetto
Ecco, il dettaglio che rende questa storia diversa dalle solite “pillole miracolose” da comunicato stampa: il sultiame non è un farmaco nuovo. Esiste dal 1960. In mezza Europa lo prescrivono per l’epilessia, soprattutto quella pediatrica. Negli Stati Uniti non è mai arrivato.
Il meccanismo è semplice: inibisce l’anidrasi carbonica, un enzima che regola (tra le altre cose) il modo in cui respiriamo. E da qualche anno un gruppo di ricercatori svedesi guidati da Jan Hedner, dell’Università di Göteborg, si è chiesto se quella stessa azione potesse impedire il collasso delle vie aeree durante il sonno.
La risposta, a quanto pare, è sì. Nel trial FLOW i pazienti sono stati divisi in quattro gruppi: placebo, 100 mg, 200 mg e 300 mg di sultiame, una compressa al giorno prima di dormire. Chi ha preso la dose più alta ha visto una riduzione del 34,6% dell’indice di apnea-ipopnea rispetto al placebo, con miglioramenti significativi anche nell’ossigenazione notturna e nella frammentazione del sonno. La dose da 200 mg ha mostrato il miglior equilibrio tra efficacia ed effetti collaterali (il più comune: parestesia, quella sensazione di formicolio che chiunque abbia preso un’aspirina a stomaco vuoto conosce vagamente).
Il problema (enorme) delle apnee notturne
Le apnee notturne ostruttive colpiscono circa il 15% degli uomini e il 7% delle donne a livello globale. In Italia si stima che il 3% della popolazione ne soffra, ma la maggior parte non lo sa: il partner sì, di solito.
Il meccanismo è noto: durante il sonno i muscoli della gola si rilassano, le vie aeree collassano, il respiro si ferma. Il cervello si sveglia quel tanto che basta per far ripartire l’ossigeno, poi si riaddormenta. E si ricomincia: cinque, dieci, fino a cento volte a notte. Con il tempo, questo stress intermittente accelera l’invecchiamento cardiovascolare, aumenta il rischio di ipertensione, ictus e deterioramento cardiaco precoce.
La terapia standard è il CPAP, una maschera che tiene aperte le vie aeree con un flusso d’aria continuo. Funziona. Ma la compliance a lungo termine è bassa: molti pazienti la abbandonano o la usano a intermittenza, vanificando il beneficio. Insomma: serviva un’alternativa. E serviva da tempo.
Scheda dello Studio
- Ente di ricerca: Università di Göteborg / consorzio europeo multicentrico
- Ricercatori principali: Randerath WJ, Grote L, Hedner J et al.
- Anno pubblicazione: 2025
- Rivista: The Lancet
- DOI: 10.1016/S0140-6736(25)01196-1
- TRL (Technology Readiness Level): 5-6 — Fase 2 completata, efficacia dimostrata in ambiente controllato
- Link fonte: Comunicato Università di Göteborg
Non solo sultiame: la corsa al farmaco per le apnee notturne
Il sultiame non è l’unico candidato. La Apnimed (la stessa azienda che sta sviluppando il sultiame con la giapponese Shionogi) ha un altro farmaco in pipeline: AD109, che ha già superato la Fase 3 con una riduzione del 56% degli episodi di apnea in 646 pazienti. Poi c’è il tirzepatide di Eli Lilly (quello dei farmaci GLP-1 per l’obesità), che a fine 2024 ha ottenuto l’approvazione FDA anche per le apnee notturne. In quel caso il meccanismo è indiretto: si perde peso, e l’apnea migliora.
Il sultiame agisce invece direttamente sulla respirazione, il che lo rende interessante per una platea diversa di pazienti (non tutti quelli con apnee notturne sono in sovrappeso). Hedner lo definisce con cautela misurata una possibile svolta. Vishesh Kapur, dell’Università di Washington, frena: siamo ancora in Fase 2, servono studi più ampi e più lunghi prima di trarre conclusioni definitive.
Approfondisci
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Per 60 anni il sultiame è stato in farmacia, in Europa, a fare il suo lavoro contro l’epilessia. E nessuno aveva pensato di chiedergli se sapesse fare anche altro. Adesso lo sappiamo. O almeno, cominciamo a sospettarlo. Servono studi più grandi, più lunghi e con più donne (il trial FLOW ne aveva solo il 26%). Ma l’idea che la cura per una delle patologie del sonno più diffuse al mondo fosse già lì, dimenticata in un cassetto della farmacologia europea, ha un che di ironico e di confortante insieme.
Un po’ come ritrovare gli occhiali in testa dopo averli cercati… Per tutta la vita.