Dal 28 febbraio, giorno in cui i raid su Tehran hanno prodotto la chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico petrolifero, la benzina è salita del 10% in Italia e del 30% negli Stati Uniti. E se volete altri segnali deboli, quelli che aiutano la gente seria che disegna scenari (ed anche i “piccoli come noi), nello stesso periodo le ricerche online di auto elettriche su Edmunds (il più grande portale americano dell’automotive) sono passate dal 21 al 24% del totale. Ancora? A Londra un rivenditore di EV usate ha registrato il sabato più affollato della sua storia. E in Germania il traffico web sui veicoli elettrici è cresciuto del 40%.
Insomma: una guerra a migliaia di chilometri di distanza sta facendo per la mobilità elettrica quello che anni di incentivi, divieti e piani industriali non erano riusciti a fare.
La benzina sale, le auto elettriche volano
I numeri sono piuttosto eloquenti. Secondo l’analisi di Transport & Environment, con il greggio sopra i 100 dollari al barile (avevamo previsto una possibile evoluzione del genere già con l’attacco USA al Venezuela, figurarsi ora) il costo extra per fare il pieno a benzina è fino a cinque volte superiore rispetto all’aumento della ricarica di un’auto elettrica: parliamo di circa 14,20 euro ogni 100 km per un’auto a benzina (con un aumento di 3,80 euro), contro 6,50 euro per un’elettrica, cresciuti di appena 0,70 centesimi. Per le flotte aziendali il divario è ancora più grottesco: fino a 89 euro in più al mese per chi va a benzina, contro 16 euro per chi ricarica. Come era la storia delle aziende di noleggio che stavano dismettendo la flotta elettrica? Complimenti a chi ha fatto davvero questa mossa (anche se non sono così tanti come credete).
In Italia la benzina self service è momentaneamente in “coma farmacologico” per un intervento provvisorio del governo sulle accise: ha toccato più o meno 1,78 euro al litro, e il gasolio servito ha superato i 2,10 euro. Negli USA il prezzo alla pompa è salito del 25% per la benzina e del 33% per il diesel.
Si, lo so, qualcuno sta scoprendo (lo dico con una metafora) che l’ombrello costa meno della polmonite: ovvio, ma serviva il temporale per capirlo?
Il concessionario più affollato del mondo (vende auto elettriche usate)
Spulcio dalla rete notizie tra le righe, che i giornali ignorano. A sud-ovest di Londra, Martin Miller possiede una concessionaria di auto elettriche usate. Il primo sabato dopo l’inizio dei raid è stato il più impegnato di tutta la sua vita. Ora corre a rifornire il magazzino perché, dice, “stiamo vendendo le auto molto velocemente”. A Richmond, in Virginia, Zach Xavier è entrato in un rivenditore con sua moglie per permutare il SUV a benzina: ne sono usciti con due veicoli elettrici.
La tendenza nelle azioni, e perfino nei pensieri non espressi, è cercare di muoversi prima che tutti vadano nel panico.
Perché il punto è questo: non si tratta di ambientalismo, e non si tratta di ideologia. Questa è una mera questione di soldi. Cox Automotive stima che la maggior parte dei consumatori americani passerebbe a un veicolo elettrico o ibrido se la benzina raggiungesse i 6 dollari per gallone. E secondo i dati di Edmunds (il sito che vi citavo prima), la quota di ricerche di veicoli elettrificati è salita a tempo di record, soprattutto per le auto elettriche pure, visto che le ibride hanno comunque bisogno del fossile.
Quello che gli incentivi non hanno fatto, lo fa il prezzo della benzina
Non è la prima volta. Nel 2022 l’invasione russa dell’Ucraina fece salire le ricerche di veicoli elettrici dal 17,5% al 25,1% in un mese. Poi i prezzi scesero, l’interesse calò e tutto tornò più o meno come prima. Anche stavolta è così? La metto in questo modo: se la guerra in Iran rientra nel giro di un mese, questo non sarà un momento di svolta strutturale. Ditemi voi.
In ogni caso, secondo me stavolta qualcosa è diverso. Le auto elettriche costano meno di tre anni fa: una Tesla Model 3 usata si compra allo stesso prezzo di un Toyota RAV4 usato, con meno chilometri e tecnologia più recente. General Motors ha rimesso in produzione la Bolt sotto i 30.000 dollari. La Nissan Leaf offre 480 km di autonomia allo stesso prezzo, e la grande ondata dei veicoli cinesi si prepara allo schianto sulle coste europee. Non è la stessa cosa di qualche anno fa, non trovate?
Il dato che conta: in Europa, secondo T&E, una maggiore diffusione di auto elettriche potrebbe ridurre le importazioni di petrolio dell’UE fino a 45 miliardi di euro tra il 2026 e il 2035. E ancora una volta, lo ripeto: l’ecologia non c’entra niente.
Eppure, come sempre succede, c’è chi non vuole sentire ragioni. È fisiologico, ed è ovviamente legittimo. I detrattori delle auto elettriche (quelli che “l’autonomia non basta”, “e se finisce la corrente?”, “il motore a scoppio ha un’anima”) continuano a piantare bandierine su una collina che il mercato sta aggirando.
Non me ne frega niente di chi ha torto o ragione: alla Storia questo tipo di posizione ideologica interessa poco. Il prezzo della benzina sale senza chiedere il permesso a nessuno e non legge gli editoriali (neanche il mio). Chi può, sceglie diversamente.
La Cina l’ha capito per prima, e ora ha dodici produttori nei primi venti al mondo. L’Europa, forse, ci sta arrivando adesso e col fiatone.
Auto elettriche, una transizione che non guarda in faccia a nessuno
La vera notizia non è che la gente compra auto elettriche quando la benzina sale: questo è ovvio. La vera notizia è che ogni crisi petrolifera accorcia il ciclo. Nel 2022 servì un mese per vedere l’effetto. Nel 2026 è bastata una settimana. I concessionari di EV usate in Germania registrano un +40% di visite. La rete elettrica regge (e reggerà). I prezzi scendono. Le infrastrutture di ricarica crescono: negli USA i punti di ricarica rapida sono oltre 72.000, duemila in più rispetto a inizio anno.
Attenzione, nessuno dice che le auto elettriche siano perfette. Inquinano meno, questo sì, ma costano ancora di più in partenza, la ricarica rapida in autostrada può essere cara e l’affidabilità di alcuni modelli resta un cantiere aperto.
Però ogni volta che il petrolio diventa un’arma geopolitica, milioni di persone fanno lo stesso calcolo mentale. E il risultato, alla fine, è sempre lo stesso.
Chi continua a etichettare la transizione energetica nei trasporti come un progetto di governo, o un “gombloddo” di Bruxelles, ha deciso di tenere il cervello in frigo.
C’è una reazione a catena che si accende ogni volta che qualcuno chiude uno stretto, bombarda un oleodotto, interrompe una filiera energetica, colpisce o sequestra una petroliera. Ma Santi Numi, non lo vedete? Chi ancora si aggrappa al motore a scoppio per principio è liberissimo di farlo, ci mancherebbe. Se le cose dovessero precipitare davvero, potrà sempre andare a piedi: però facendo broom broom con la bocca, così, per non sentire nostalgia.
Approfondisci
Su Futuro Prossimo abbiamo parlato spesso del tema: la Cina ha già vinto la partita delle auto elettriche, la rete elettrica non collasserà e i dati sulle emissioni reali sono chiari.