Una designer cinese con un master all’Università delle Arti, a Londra, ha preso la pianta più cinematograficamente associata al nulla (il rotolacampo, quello dei western, quello che attraversa la strada prima della sparatoria) e ne ha fatto un dispositivo di restauro ecologico. Si chiama Wasteland Nomads: è una struttura sferica biodegradabile che rotola spinta dal vento: un “cespuglio bionico” che trasporta semi di piante autoctone e li rilascia quando le condizioni di umidità lo consentono. Zero batterie, zero circuiti, zero rifiuti e un premio: un European Product Design Award 2025. Ne volete sapere di più?

Il cespuglio bionico che copia milioni di anni di evoluzione
Yizhuo Guo è una designer multidisciplinare con un passato in Google DeepMind e un curriculum che include la Milan Design Week 2024, l’iF Design Award tedesco e vari riconoscimenti internazionali. Il suo lavoro, sviluppato con Daheng Chu attraverso l’University of the Arts London e l’Imperial College London, parte da una domanda quasi imbarazzante: se il rotolacampo semina il deserto da milioni di anni senza chiedere niente a nessuno, perché non fare la stessa cosa di proposito?
Il risultato è, come vi dicevo, un cespuglio bionico costruito interamente sui principi della robotica passiva. Aste biodegradabili leggere formano una struttura sferica tensile e cava che replica la forma elastica del rotolacampo naturale. La “pelle esterna” è un composito biodegradabile sensibile all’umidità, e i semi sono incorporati al suo interno. Quando il dispositivo rotola in un ambiente con le condizioni giuste, la pelle inizia a decomporsi e a disperdere i semi direttamente nel terreno.
Il progetto si concentra in particolare sulle aree post-industriali: zone come Norilsk in Russia, le aree contaminate di Fukushima e le città industriali abbandonate in Cina, dove l’inquinamento da metalli pesanti nel suolo ha devastato gli ecosistemi locali.
Il cespuglio bionico è pensato per operare dove i metodi tradizionali di ripristino risultano troppo costosi o logisticamente impossibili.
Come funziona (e come muore)
Ecco, la parte interessante è proprio questa: il cespuglio bionico non si limita a imitare la natura. Alla fine del suo viaggio, diventa natura. La struttura è realizzata con materiali come il biochar e compositi a base biologica che, decomponendosi, arricchiscono il terreno di ossigeno e stabilizzano il carbonio organico nel suolo.
La maggior parte delle tecnologie ecologiche (anche quelle ben intenzionate) lascia qualcosa dietro di sé: un involucro di plastica, un componente metallico, una batteria esausta che finisce da qualche parte. Il cespuglio bionico di Guo si dissolve nello stesso ecosistema che sta cercando di ricostruire, senza residui e senza rifiuti. Solo terreno.

Il cespuglio bionico e il filone della robotica che scompare
Guo non è sola in questa direzione. L’Istituto Italiano di Tecnologia ha sviluppato Hybribot, un micro-robot biodegradabile da 60 milligrammi (fatto di farina e avena, giuro) capace di trasportare e depositare semi nel terreno. In Finlandia, il progetto FAIRY ha creato un micro-robot volante ispirato ai semi di tarassaco, controllato dalla luce e leggero quanto un battito di ciglia: 1,2 milligrammi. E pochi giorni fa abbiamo raccontato di un robot eolico senza batterie pensato per esplorare altri pianeti, ispirato alle creature di Theo Jansen.
Il filo conduttore è lo stesso: macchine che funzionano senza energia esterna, che usano l’ambiente come motore e che (nel caso migliore) si dissolvono quando hanno finito il lavoro. La lotta alla desertificazione ha prodotto soluzioni enormi e costose: la Grande Muraglia Verde africana, i sistemi di idrosemina meccanizzata, i droni che sparano palline di semi. Il cespuglio bionico di Guo fa il contrario: riduce tutto all’essenziale e lascia fare al vento.

E se il futuro fosse guardare meglio il passato?
Attenzione, però. Siamo ancora nel territorio del concept premiato, non del prodotto industriale. Manca la scalabilità, mancano i test su larga scala, mancano i dati sul tasso di germinazione effettivo in condizioni reali. Il cespuglio bionico è bello, ma il deserto non si cura con l’estetica.
Quello che colpisce, semmai, è un’altra cosa. La biomimetica più onesta non consiste nel copiare la natura con strumenti sempre più sofisticati: consiste nel fermarsi abbastanza a lungo da capire come funziona già, e avere l’umiltà di seguire quello che si trova. Il rotolacampo sposta semi attraverso terreni ostili da molto prima che noi fossimo qui a guardarlo. Semplicemente, non ci avevamo fatto caso.
Insomma: il deserto ha forse trovato un alleato nel cespuglio bionico. Dobbiamo solo capire se saremo noi a farlo rotolare nella direzione giusta, o se faremo la cosa più difficile di tutte: lasciarlo andare e fidarci del vento.
Approfondisci
Sulla biomimetica e la robotica passiva abbiamo parlato anche del robot eolico per esplorare altri pianeti, del micro-robot FAIRY ispirato ai semi di tarassaco e della lotta alla desertificazione nel Sahel con tecniche ancestrali.
