Il Quoziente intellettivo, QI, è nato per smistare bambini nelle classi. Era il 1905, la Francia aveva appena reso obbligatoria l’istruzione e serviva un metro: chi va avanti, chi resta indietro. Gli psicologi Alfred Binet e Théodore Simon misero insieme il primo test pratico di intelligenza, e da lì in poi il numero è diventato un feticcio. Centoventi anni dopo lo usiamo ancora per decidere chi è intelligente. Nel frattempo è arrivata l’AI che scrive, analizza e “ragiona” più veloce di qualsiasi cervello umano. Ecco: il quoziente di agilità parte da qui. Dall’idea che essere smart non è più il punto. Il punto è cosa fai quando le regole cambiano (e nell’era dell’AI, cambiano sempre).
Il pattern che non c’era
Liz Tran è un’addetta ai lavori nel mondo del venture capital, e ad un certo punto le hanno dato un compito apparentemente semplice: studiare gli imprenditori di maggior successo, trovare cosa avessero in comune. Due anni di interviste, test di personalità, conversazioni su infanzia e hobby. Il risultato? Nessuna lista. Nessun tratto condiviso su background, personalità o intelligenza. L’unica cosa che teneva insieme quei fondatori era una disponibilità quasi ostinata a buttare via le certezze e ricominciare: il quoziente di agilità, che Tran definisce come la capacità di gestire cambiamento, delusione e incertezza senza perdere l’equilibrio.
Lo ha raccontato in un articolo su Big Think e poi nel libro AQ: A New Kind of Intelligence for a World That’s Always Changing, uscito a febbraio 2026 per Penguin Random House (leggetelo e ringraziatemi, non prendo un euro né per il consiglio, né per la menzione. E infatti non ve lo linko, perchè non è una pubblicità: cercatevelo da soli). La tesi è netta: dopo il QI e l’intelligenza emotiva, serve un terzo quoziente. E a differenza del QI (che resta più o meno stabile per tutta la vita) il quoziente di agilità si può allenare.
Quando essere “smart” diventa un c**zo di problema
Il fatto è questo: il modello del QI ha funzionato finché il gioco era accumulare. Nell’era del fax, sapere più degli altri (procedure memorizzate, conoscenze specialistiche) era un vantaggio reale. Internet ha alzato l’asticella: potevi accedere a più informazioni, più velocemente, ma il meccanismo restava lo stesso. Immagazzina, ricorda, elabora. L’intelligenza era il motore.
L’AI rompe quel gioco. Quando l’intelligenza stessa diventa una commodity (e lo sta diventando: O1 di OpenAI ha superato il test Mensa con un QI di 120), ottimizzare il QI è un po’ come allenarsi per diventare il dattilografo più veloce nell’era del riconoscimento vocale. Un po’ come collezionare enciclopedie nell’era di Wikipedia: ammirabile, ma un tantinello fuori fuoco.
Cosa l’AI non può fare al posto tuo, secondo Tran: decidere quale problema vale la pena risolvere, gestire la turbolenza emotiva di un’azienda in crisi, costruire fiducia con un team che la sta perdendo e cambiare strategia quando il mercato si ribalta da un giorno all’altro. Questi non sono problemi di QI: sono problemi di quoziente di agilità.
Quattro archetipi di quoziente di agilità
La parte più interessante del lavoro di Tran è la tassonomia. Ha identificato quattro archetipi: il Pompiere (calmo nel caos, ma fatica a pianificare), il Romanziere (pianificatore ossessivo che crolla quando la realtà devia dal copione), l’Astronauta (veloce e audace, ma perde i dettagli) e il Neurochirurgo (preciso e affidabile, ma lento ad adattarsi). Nessuno è migliore degli altri. Il punto è sapere quale sei, perché il quoziente di agilità cresce soprattutto con la consapevolezza di dove inciampi.
Insomma: non conta la mano che ti è stata data. Conta sapere come giocarla. E qui c’è il paradosso che dovrebbe far riflettere: le persone più intelligenti sono spesso le meno agili. Perché sono brave ad aggiungere (più conoscenza, più expertise, più ragioni per cui hanno ragione) ma faticano a lasciare andare. Il quoziente di agilità cresce quando fai spazio, non quando accumuli.
Disimparare: la parte difficile del quoziente di agilità
Tran propone una pratica che chiama “audit mensile del disimparare”: quale convinzione sul tuo settore non regge più? Quale parte del tuo workflow esiste più per ego che per utilità? Quale competenza stai tenendo stretta senza motivo? Poi togli qualcosa di proposito. Elimina un processo diventato vecchio. Affida un compito all’AI, riprogetta il sistema da zero, fai quello che ti pare ma agisci, Buon Dio.
Non è un concetto del tutto nuovo (ne abbiamo parlato quando uno studio su Nature Human Behaviour ha mostrato che l’intelligenza emotiva conta quanto il QI nei risultati scolastici, e quando abbiamo esplorato le skill che l’AI non può replicare). Ma Tran ha il merito di dargli un nome e una struttura: il quoziente di agilità non è un talento innato. È un’orientamento verso la vita che si costruisce.
Quando e come ci cambierà la vita
Il concetto di quoziente di agilità sta già entrando nel linguaggio delle aziende tech americane. Se il trend regge, entro 2-3 anni potremmo vederlo nelle job description (“cercasi candidati ad alto AQ”), nei programmi di formazione aziendale e nei criteri di selezione del personale. Per chi lavora: il consiglio più concreto è smettere di investire solo in ciò che sai e iniziare a investire nella velocità con cui impari (e disimpari) le cose nuove.
Approfondisci
Ti interessa il futuro delle competenze nell’era dell’AI? Leggi anche A prova di robot: Microsoft svela i lavori sicuri che l’IA non tocca. Oppure scopri cosa significa che un’AI ha superato il test Mensa con 120 punti per capire perché il QI sta diventando una metrica del passato.
Se Tran ha ragione, la domanda che ci porteremo dietro nei prossimi anni non sarà “quanto sei intelligente?” ma “quanto velocemente sai diventare qualcun altro?”. Una domanda che, a pensarci bene, non misura nessun test.
Forse è proprio questo il punto.