Lo smart working fa fare più figli. È il risultato di uno studio condotto da Stanford, Princeton e King’s College London su 38 Paesi e oltre 11.000 persone tra i 20 e i 45 anni: le coppie che lavorano da casa almeno un giorno a settimana hanno una fertilità del 14% più alta rispetto a chi non lo fa. In numeri: 0,32 figli in più per donna. Negli Stati Uniti il dato sale a 0,45. Tradotto in scala nazionale, sono circa 290.000 nascite aggiuntive l’anno.
I governi di mezzo mondo spendono miliardi in bonus e incentivi, e la leva più efficace potrebbe essere la più banale.
Un giorno. Basta un giorno
Il punto che cambia la lettura è che l’effetto non cresce “a giornate”: non è un interruttore che diventa più potente con ogni giorno in più di smart working. Basta un giorno a settimana. Sissignori, in termini di fertilità non serve correre la maratona per stare bene: bastano trenta minuti di camminata. Il meccanismo è intuitivo: meno pendolarismo, più controllo dei tempi, qualche ora in più per la pediatra, l’uscita da scuola e quella cosa sottovalutata che si chiama dormire.
In soldoni: quando entrambi i partner lavorano da remoto, la fertilità sale il doppio. La flessibilità condivisa riduce i costi di coordinamento che di solito fanno deragliare la genitorialità: chi esce prima, chi salta la riunione, chi prende permesso. Se lo smart working resta “monoposto” rischia di diventare un modo elegante per spostare il carico su uno solo (in genere, la madre).
Il paradosso del ritorno in ufficio
Da aprile 2025 in Giappone si offre la settimana di quattro giorni ai dipendenti pubblici per contrastare un tasso di fertilità a 1,2. L’Ungheria ha nazionalizzato le cliniche per la fecondazione assistita. La Francia ha scritto alle ventinovenni ricordando loro di fare figli (sul serio). L’Italia ha introdotto un bonus nascita da 1.000 euro e ha il tasso di fecondità più basso della sua storia: 1,18 figli per donna nel 2024, con 370.000 nascite e un ulteriore calo del 6,3% nei primi mesi del 2025.
Insomma: i governi provano di tutto. Il problema è che le aziende spesso vanno nella direzione opposta. JPMorgan ha richiamato tutti in ufficio cinque giorni su cinque. HSBC ha collegato la presenza fisica alle valutazioni di performance. In Italia, le PMI che adottano lo smart working sono scese al 45%, otto punti in meno rispetto al 2024. Tempismo catastrofico, considerando che proprio lì (nelle piccole imprese, nei territori con meno servizi) l’effetto sarebbe più forte.
I numeri dello studio (Aksoy, Bloom et al., 2026)
- Campione: 11.000+ adulti 20-45 anni, 38 Paesi, dati 2023-2025
- Fertilità coppie in smart working: +14% rispetto a coppie senza lavoro da remoto
- Impatto stimato USA: 290.000 nascite aggiuntive/anno, 8,1% della fertilità nazionale
- Enti: King’s College London, Stanford, Princeton, EBRD
- Fonte: Working paper, gennaio 2026
Lo smart working in Italia: il treno che passa e che guardiamo
L’Italia rientra nel campione dello studio. Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2025 gli smart worker italiani sono circa 3,6 milioni: il fenomeno è stabile, ma non decolla. Il potenziale stimato è di 6,5 milioni. C’è spazio, in altre parole, ma manca la volontà. La Legge di Bilancio 2026 inserisce lo “smart working familiare” tra le priorità: incentivi fiscali per le aziende e sgravi contributivi per lavoratori con figli minori. Sulla carta, tutto bene. Nella pratica, molte di queste misure restano sperimentali o delegate ai singoli enti locali.
E qui sta il paradosso vero. I bonus bebè, per quanto utili, non risolvono il problema strutturale. Uno studio dell’Institute of Economic Affairs ha messo in chiaro che gli incentivi economici spesso anticipano gravidanze già pianificate, senza aumentare il numero totale di figli. Costano molto e producono poco. Lo smart working costa quasi nulla e produce qualcosa di misurabile. Ma richiede una cosa che né i governi né le aziende amano concedere: fiducia.
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Il punto non è se lo smart working “risolve” la denatalità: ovviamente, da solo non la risolve. Nessuna misura singola lo fa: servono asili accessibili, stipendi decenti, una cultura che non tratti la maternità come un incidente di percorso.
Il punto è che tra tutte le leve disponibili, questa è la più economica, la più immediata e… La più ignorata. Un giorno a settimana da casa. Un giorno. E le aziende, intanto, che fanno? Comprano i badge per il tornello.