Il Weizmann Institute of Science ha modificato una pianta di tabacco per produrre simultaneamente cinque composti psichedelici: psilocina e psilocibina dai funghi, DMT dalle piante amazzoniche, bufotenina e 5-metossi-DMT dal rospo del deserto di Sonora. Basta introdurre nove geni. Lo studio, pubblicato su Science Advances, apre una strada alternativa alla sintesi chimica e alla raccolta da fonti naturali sempre più minacciate.
Il tabacco come laboratorio vivente
Allora: la Nicotiana benthamiana è la cavia del mondo vegetale. Cresce in fretta, si manipola facilmente e produce abbondante triptofano, l’amminoacido da cui partono tutte le triptamine psichedeliche. Paula Berman e Asaph Aharoni hanno sfruttato esattamente questo vantaggio, utilizzando un batterio per introdurre nelle foglie i geni responsabili della produzione di cinque molecole che in natura richiederebbero tre regni biologici diversi.
La tecnica si chiama agroinfiltrazione: il DNA estraneo entra nella cellula vegetale, la pianta di tabacco produce le proteine corrispondenti, ma non incorpora le istruzioni nel proprio genoma. Un po’ come un musicista che suona a orecchio un pezzo sentito una volta: lo esegue, ma non lo insegnerà mai ai figli.
Cinque molecole, tre regni, una foglia
In una singola foglia di tabacco, come detto, il team ha ottenuto psilocina e psilocibina (i principi attivi dei funghi “magici”), DMT (il componente psicoattivo dell’ayahuasca), bufotenina e 5-MeO-DMT (le triptamine secrete dal rospo del deserto di Sonora, Incilius alvarius).
I ricercatori però si sono spinti anche oltre: hanno anche ingegnerizzato analoghi alogenati di queste molecole, varianti che non esistono in natura e potrebbero avere un potenziale terapeutico specifico per disturbi psichiatrici. Per migliorare la resa della 5-MeO-DMT (inizialmente molto bassa), hanno usato AlphaFold3 per riprogettare la struttura degli enzimi coinvolti. Insomma: intelligenza artificiale al servizio della biochimica vegetale (e delle droghe? Chiedo per un amico un po’ cosà).
Scheda studio
- Titolo: Complete biosynthesis of psychedelic tryptamines from three kingdoms in plants
- Autori: Paula Berman, Asaph Aharoni et al.
- Istituzione: Weizmann Institute of Science, Israele
- Rivista: Science Advances, 2 aprile 2026
- DOI: 10.1126/sciadv.aeb3034
Il problema che nessuno racconta
Le triptamine psichedeliche stanno vivendo una seconda giovinezza terapeutica. La psilocibina mostra risultati promettenti contro depressione resistente, PTSD e dipendenze. La DMT sembra promuovere la neuroplasticità. La domanda cresce, ma le fonti naturali soffrono: il rospo del deserto di Sonora è sotto stress ecologico per la raccolta delle secrezioni, i funghi psilocibini richiedono coltivazioni controllate, e la sintesi chimica resta costosa e complessa.
Ecco, questa ricerca non nasce per la curiosità di vedere un tabacco “trip”: nasce perché servono piattaforme produttive sostenibili. Coltivare queste molecole in serra, in una pianta che cresce ovunque, abbatterebbe costi e impatto ambientale. Ed ecco una prima risposta per quel mio amico.
Il paradosso della pianta che non eredita
Aharoni ha scelto deliberatamente di non rendere la modifica ereditaria. La ragione è tanto scientifica quanto pragmatica: se i semi contenessero le istruzioni per produrre psilocibina e DMT, chiunque potrebbe coltivarli. Guarda, lo dice lui stesso senza girarci troppo intorno: se la gente cominciasse a chiedere semi di tabacco psichedelico, la regolamentazione diventerebbe un incubo. Ok, dico a quell’amico di mettersi il cuore in pace.
La stessa tecnica funzionerebbe con pomodori, patate e mais. Ma per ora resta una dimostrazione di fattibilità, non una filiera produttiva. Resta da capire come estrarre e purificare i composti su scala industriale: qualcuno, come il biologo Andrew Jones, sospetta che alla fine sarà più pratico produrre queste molecole con microrganismi in bioreattori piuttosto che in campi coltivati.
Una fabbrica verde, con qualche “ma”
Il “pharming” (farmaci coltivati in piante) non è un’idea nuova: negli Stati Uniti i primi farmaci proteici derivati da piante sono stati approvati nel 2012, e già nel 2002 il mais era stato modificato per produrre proteine farmaceutiche. Nel 2022, un altro team ha usato proprio il tabacco per sintetizzare cocaina (circa 400 nanogrammi per milligrammo di foglia secca, un venticinquesimo del contenuto di una pianta di coca). Il mio amico torna speranzoso.
La differenza, stavolta, è la molteplicità: cinque composti da tre regni diversi, tutti nella stessa pianta. Rupert Fray, dell’Università di Nottingham, lo considera soprattutto un traguardo tecnico: la prova che si comprendono le vie biosintetiche abbastanza bene da ricostruirle altrove.
Circa il 25% dei farmaci da prescrizione deriva interamente o parzialmente da piante. Le “fabbriche verdi” in serra potrebbero diventare la norma per produrre composti che oggi dipendono da ecosistemi fragili o da sintesi chimiche dispendiose. Ma tra il laboratorio e la farmacia c’è sempre quel corridoio lungo che si chiama regolamentazione, scale-up e costi reali.
Parliamoci chiaro: nella sua storia il tabacco ha già ucciso milioni di persone. Se finisse per curarle, sarebbe un colpo di scena che nemmeno la migliore sceneggiatura potrebbe permettersi, purchè non sia l’inizio di una fabbrica illimitata di droghe: capito, “amico”?
Approfondisci
La ricerca sugli psichedelici terapeutici sta accelerando su più fronti: dalla terapia con psilocibina sintetica che potrebbe ottenere l’ok FDA nel 2027, agli studi sulla psilocibina contro le dipendenze da alcol che mostrano risultati sorprendenti, fino alla DMT e il suo effetto sulla produzione di nuove cellule cerebrali.