Hot Pot Proteste in Italia: perché tir e studenti sono in piazza adesso

Tecnologia

Censura su internet, Italia meglio di quanto credete ma peggio di prima

L'Italia segna 72 su 100 nella classifica 2026 Cloudwards. Dietro Belgio, Danimarca e Timor-Leste. Ecco perché.

Censura su internet, Italia meglio di quanto credete ma peggio di prima

Timor Est sta messo meglio di noi. Lo dice la classifica 2026 della censura su internet pubblicata da Cloudwards, che ha pesato 171 paesi su quattro voci: torrent, contenuti adulti, espressione politica online, VPN. L’Italia chiude a 72, Timor Est a 92. Gli Stati Uniti a 64. Il Regno Unito a 52. La Corea del Sud a 32.

Il riflesso condizionato sarebbe quello di cercare l’errore nei numeri: non c’è. C’è, semmai, qualcosa di più fastidioso: le democrazie mature non stanno più dove credevamo. E l’Italia, nella coda del plotone europeo, ci è finita con il suo piccolo contributo firmato negli ultimi dodici mesi.

Censura su internet: dove siamo davvero nella classifica

Il report di Cloudwards (autrice Kit Copson, fact-check Simona Ivanovski, aggiornato al 21 marzo 2026) assegna i punteggi da 0 a 100 combinando, come vi dicevo, quattro categorie.

La libertà online italiana vale 72: siamo in compagnia di Spagna, Paesi Bassi, Estonia, Taiwan, Messico e Bulgaria. Davanti a noi Belgio, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Slovacchia, Liechtenstein, Costa Rica, Suriname, Nuova Zelanda e Timor Est, tutti a quota 92. In mezzo, una fascia larga di paesi europei fermi a 84 (Austria, Polonia, Svizzera, Croazia) e a 80 (Irlanda, Lettonia, Portogallo, Svezia).

Più in basso di noi, sorprese che sorprese poi non sono: Francia e Germania a 64, Regno Unito a 52, Corea del Sud a 32. In coda Corea del Nord (0), Cina, Iran, Pakistan e Russia (tutti a 4).

Il dettaglio che non torna

Lo dico: 72 non è un punteggio da pagliacci del continente. Siamo “liberi”, secondo la metodologia Cloudwards. Ma la differenza tra 72 e 92 non è decorativa. I venti punti che ci separano dal Belgio misurano due cose precise, ed entrambe toccano l’Italia: i torrent restano bloccati su scala nazionale per le solite ragioni di copyright (qui siamo in compagnia di tutta Europa), e l’espressione politica e civica online risulta “restricted”. Tradotto: le piattaforme ci sono, puoi usarle, ma il perimetro legale intorno a quello che ci scrivi sopra si è ristretto.

A pesare nella classifica della censura su internet c’è anche un capitolo fresco di stampa. Dal 12 novembre 2025, per effetto del decreto Caivano e delle delibere Agcom attuative, i siti per adulti devono verificare l’età degli utenti. Non con SPID o CIE (Agcom ha detto no): con app di identità digitale di terza parte che, in teoria, dovrebbero restare anonime. Il primo elenco dei siti bloccati è stato pubblicato il 31 ottobre 2025. Multe fino a 250.000 euro per chi non si adegua.

Cloudwards, nella metodologia, specifica che la verifica dell’età in sé non pesa come restrizione. Però se accanto alla verifica arrivano blocchi e takedown, lì sì che la categoria diventa “restricted”. Ed è il nostro caso.

Il paradosso delle democrazie mature

La parte interessante della classifica non è la coda, dove ci aspettiamo Corea del Nord e Iran. È la pancia. Francia e Germania a 64, stesso punteggio degli Stati Uniti, dell’Australia e del Giappone. Regno Unito a 52, in compagnia di Kenya, Colombia e Kirghizistan. Corea del Sud a 32: la terra dei K-pop e del 5G ovunque sta peggio del Brasile e del Sudafrica.

I paesi scandinavi tengono il vertice, i piccoli stati europei ordinati pure. Le grandi democrazie industriali no. Tra age verification, DSA, regole sui contenuti, blocchi per copyright e sorveglianza legale, la Nuova Europa dei diritti digitali ha costruito, pezzo per pezzo, un perimetro di restrizioni che individualmente sembrano ragionevoli e complessivamente ti fanno finire dietro Timor Est.

La domanda che il report non si pone è quella che resta nella mia testa: una verifica d’età sbagliata è peggio o meglio di un divieto esplicito? Un DSA che pretende rimozioni in 24 ore è più o meno invasivo di un blocco DNS? Cloudwards sceglie di misurare solo il risultato, non l’intenzione. Giustamente, forse.

Cosa ci portiamo a casa

L’Italia libera c’è ancora, il browser funziona, Facebook e X stanno al loro posto, le VPN restano legali: in termini di web non siamo Teheran e non lo saremo, per fortuna. Ma 72 su 100 è un voto che un anno fa, probabilmente, sarebbe stato più alto.

La traiettoria conta quanto il numero. Se si scrive “censura su internet in Italia” ci si immagina ancora la Cina e il Nord Corea. Un giorno, forse, basterà scrivere “Italia”.

Nel frattempo, a Dili (avete capito dov’è, giusto? Esatto: a Timor Est) qualcuno naviga in tranquillità. Chi l’avrebbe detto.

Gianluca Riccio

Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto - Studi e competenze per scenari futuri. Seguilo su LinkedIn