Più della metà degli italiani, quando si sente sopraffatta, apre i social e comincia a scrollare per stare meglio: il risultato, però, è esattamente l’opposto. Il Digital Wellbeing Report di Unobravo, condotto su oltre 1.500 persone, fotografa un Paese che dedica in media 12 ore e 18 minuti a settimana ai social media e che nel 40% dei casi (tra i 25-34enni) dichiara di subirne un impatto negativo sulla salute mentale. Il doomscrolling, cioè il restare incollati al telefono leggendo cose brutte una dopo l’altra, è diventato la coperta di Linus di una generazione che cerca conforto esattamente dove trova ansia.
Il doomscrolling come automedicazione (che non funziona)
Il dato più scomodo del report è proprio questo: il 54,4% degli italiani ricorre allo scroll compulsivo quando si sente sopraffatto. Un meccanismo che assomiglia più a un riflesso che a una scelta: la mano va verso lo schermo prima che il cervello abbia il tempo di obiettare. Il problema è che funziona al contrario di come speriamo. Il 35% dei giovani adulti dichiara che i social peggiorano la propria autostima o l’immagine corporea, e il 30% dei 25-34enni associa l’uso delle piattaforme a un aumento di stress e ansia.
Insomma: ci “curiamo” con la stessa sostanza che ci ammala.
Un cortocircuito che la ricerca scientifica conosce bene. Uno studio pubblicato su Current Psychology dall’Unicusano ha recentemente validato la prima Doomscrolling Scale italiana, confermando forti associazioni tra scroll compulsivo e livelli elevati di stress, depressione e insoddisfazione per la vita. Un’altra ricerca su Personality and Individual Differences mostra che l’ansia di tratto predice l’intolleranza all’incertezza, che a sua volta alimenta il doomscrolling: un circolo vizioso dove l’ansia genera lo scroll che genera altra ansia.
Dodici ore a settimana (e Palermo batte Milano due a uno)
Un secondo dato del report che colpisce è la distribuzione geografica del fenomeno. Palermo è la città italiana con il maggiore tempo speso sui social: 15 ore e 54 minuti a settimana, l’equivalente di circa 35 giorni interi all’anno. Seguono Reggio Calabria con 14 ore e 24 minuti e Napoli con 14,1 ore. In fondo alla classifica, Torino, Padova e Milano, tutte sotto le 9 ore settimanali.
La differenza non è solo geografica: è un indicatore di contesti socioeconomici, accesso al lavoro e alternative di svago. Dove ci sono meno opportunità offline, lo schermo diventa compagno e rifugio. E le donne scrollano circa un’ora in più degli uomini ogni settimana (12 ore e 48 minuti contro 11 e 42).
Un dato parallelo, diffuso da un’indagine commissionata da OnePlus, aggiunge profondità al quadro: l’italiano medio spende 84 minuti al giorno in doomscrolling, che salgono a 139 minuti per la Gen Z. Il 31% lamenta un calo di produttività e il 27% un mancato stimolo creativo.
Il paradosso del doomscrolling: sapere non basta
Ecco, la cosa più interessante (e più frustrante) di tutto questo è che la consapevolezza c’è. Il 47% degli intervistati da Unobravo ammette che prendersi una pausa dai social migliora il proprio benessere mentale. Lo sanno. Eppure il 51% dei 18-34enni dichiara di passare più tempo del previsto sulle piattaforme, e il 57% resta sveglio la notte a scrollare.
È un po’ come sapere che il caffè alle undici di sera è una cattiva idea e berlo comunque: la differenza è che il caffè non ha un algoritmo progettato per tenerti incollato alla tazzina. I social sì. I feed infiniti, il bias di negatività che ci rende più attenti alle minacce, la competizione per l’attenzione che premia i contenuti che ci fanno arrabbiare o spaventare: tutto è progettato perché il pollice continui a muoversi.
Il 38% dei giovani adulti italiani dichiara che prenderebbe in considerazione un percorso psicologico per problemi legati all’uso dei social. È un numero alto, ma dice anche qualcos’altro: che stiamo iniziando a trattare il doomscrolling come un problema clinico e non più come un vizio innocuo. Gli stessi ricercatori dell’Unicusano che hanno validato la scala italiana lo paragonano a una dipendenza comportamentale, con analogie precise con il gioco d’azzardo patologico.
Il punto, forse, è che continuiamo a cercare soluzioni individuali a un problema strutturale. Limiti di tempo, notifiche disattivate, digital detox: tutti palliativi utili, e andrebbe anche meglio se riuscissimo, io per primo, a mantenere l’uso sotto i 30 minuti al giorno.
Ma finché le piattaforme guadagneranno di più quanto più a lungo scrolliamo, la partita resterà truccata. E il pollice, puntualmente, vincerà sul cervello.
Approfondisci
Il doomscrolling non è un fenomeno nuovo per i lettori di Futuro Prossimo: già nel 2023 abbiamo esplorato le 8 dinamiche algoritmiche che ci tengono incollati ai feed negativi, dalla competizione per l’attenzione al bias di negatività. Il tema si intreccia con quello della tossicità fisica dei social media, che non producono solo danni psicologici ma anche infiammazione cronica misurabile nel sangue, e con l’allarme crescente sulla dipendenza digitale delle generazioni più giovani, che trascorrono sui social un tempo ormai paragonabile a quello di una dipendenza da sostanze.