Una meta-analisi pubblicata nel 2025 su Psychiatry and Clinical Neurosciences ha analizzato 19 studi e oltre 58mila partecipanti in diversi Paesi: la prevalenza globale degli hikikomori si attesta all’8%. Il dato fa riflettere, perché certifica che di fatto non esistono differenze significative tra Asia orientale e mondo occidentale. Nello specifico tra paesi, il Giappone conta 1,46 milioni di persone in ritiro sociale, l’Italia ne stima tra 50mila e 100mila.
Il fenomeno non distingue genere, età o presenza di disturbi psichiatrici: è trasversale, e dopo il Covid le condizioni che lo alimentano sono diventate parte della normalità quotidiana.
Una parola giapponese per un problema che ora è di tutti
Il termine hikikomori lo coniò lo psichiatra Tamaki Saitō alla fine degli anni Novanta: un’adolescenza senza fine, la definì, un rifiuto radicale delle pressioni della vita adulta. All’epoca sembrava un fenomeno comprensibile solo dentro le coordinate della società giapponese, con il suo sistema scolastico implacabile, le aspettative familiari granitiche e il peso del conformismo sociale.
Poi i numeri hanno cominciato a comparire altrove. Nel 2011 un’indagine su psichiatri di nove Paesi (dall’Australia all’Iran, dagli Stati Uniti all’India) trovò dinamiche praticamente identiche ovunque, con concentrazioni particolarmente alte nelle aree urbane. Un’analisi più recente, pubblicata alla fine dello scorso anno, ha confermato lo stesso risultato con un campione enormemente più ampio: gli hikikomori sono un problema comune in Asia orientale e nel mondo occidentale, ripeto: senza distinzioni statisticamente rilevanti.
Insomma: quella che sembrava una sindrome culturale si è rivelata una risposta adattiva (disfunzionale, certo) a pressioni che le società moderne condividono tutte. Competizione, aspettative, sovraccarico informativo e la possibilità concreta di vivere senza uscire di casa.
I numeri italiani, tra stime e sottovalutazione
In Italia i dati ufficiali si concentrano sugli studenti delle scuole secondarie e parlano di 50-70mila casi, ma l’Associazione Hikikomori Italia stima che il numero reale superi i 100mila. Un sondaggio interno condotto su oltre 400 famiglie conferma una prevalenza netta di maschi (superiore all’80%) e un’età media intorno ai 22 anni. A Torino, nel 2018, si registravano almeno cinque nuovi casi al mese solo in quella città.
Scheda studio
Titolo: Epidemiology of Hikikomori: A systematic review and meta-analysis of 19 studies
Autori: Wei Zhang, Meng-Yi Chen, Yuan Feng, Zhaohui Su, Teris Cheung, Todd Jackson, Qinge Zhang, Yu-Tao Xiang
Istituzione: University of Macau, Capital Medical University, Southeast University, Hong Kong Polytechnic University
Rivista: Psychiatry and Clinical Neurosciences, febbraio 2025
DOI: 10.1111/pcn.13768
Il Covid non ha creato gli hikikomori: li ha resi normali
È proprio quello che emerge dall’analisi dei dati: la pandemia non ha inventato il ritiro sociale, ma ha reso i suoi meccanismi accettabili. Lavorare da casa, studiare da casa, socializzare da uno schermo. Uno studio italiano ha seguito 7.500 adolescenti tra il 2019 e il 2022, scoprendo che il numero di ragazzi che non vedono mai i propri amici è raddoppiato nel periodo post-lockdown. I ricercatori hanno sottolineato la natura cronica del fenomeno: non è una fase passeggera dell’adolescenza, ma uno stile di vita con tratti che ricordano da vicino gli hikikomori giapponesi.
La ricerca più recente, pubblicata su Frontiers in Psychiatry nel 2025, propone addirittura il concetto di “hikikomori non patologico”: persone fisicamente isolate in casa che non manifestano disagio funzionale significativo. Il che solleva una domanda scomoda: se l’isolamento non fa stare male chi lo pratica (o almeno, non in modi misurabili), è ancora un problema? Mi sembra assurdo anche porsi la domanda, ma è un altro segno dei tempi.
La stanza, lo schermo e il mondo che non risponde
In un’epoca di lavoro remoto, intrattenimento on-demand e costi crescenti anche solo per uscire a bere un caffè, le condizioni che alimentano il ritiro sociale stanno diventando sempre più ordinarie. Il mondo degli hikikomori è fatto di porte che si chiudono piano, senza che nessuno se ne accorga: finché non si riaprono più.
Il Giappone li ha visti per primo, ma forse era solo in anticipo sui tempi. Come spesso succede con le cose che preferiamo non guardare finché non siamo costretti a farlo.
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