Da quasi due secoli la medicina registra un fenomeno controverso e sorprendente: quello di tumori maligni che regrediscono senza cure. Casi rari, archiviati per decenni come anomalie statistiche. Oggi un libro e una linea di ricerca italiana dimostrano che quelle “anomalie” nascondono un meccanismo biologico preciso: la reversione tumorale, il processo con cui una cellula cancerosa può essere riportata a un comportamento normale senza correggere le sue mutazioni genetiche.
Il saggio di Andrea Pensotti, in libreria dal 17 aprile per HarperCollins, raccoglie oltre un secolo di dati e li collega alla ricerca attiva del team di Mariano Bizzarri alla Sapienza di Roma. Ho raccolto per voi un po’ di informazioni ed ho intervistato l’autore.
Reversione tumorale: non serve riparare il DNA
Il paradigma classico dell’oncologia dice una cosa semplice: il cancro è un guasto genetico, e per fermarlo bisogna eliminare le cellule guaste. Chemioterapia, radioterapia, chirurgia: tutti strumenti pensati per distruggere. La reversione tumorale parte da un’ipotesi opposta. Le cellule tumorali non sono macchine rotte in modo irreparabile: sono cellule che hanno perso il dialogo con il loro ambiente. Il fenotipo maligno (la capacità di invadere, migrare, moltiplicarsi senza controllo) non dipende solo dalle mutazioni del DNA, ma da come i geni vengono letti e interpretati. Una questione, in altre parole, di epigenetica: quell’insieme di segnali chimici che decide quali geni accendere e quali silenziare, senza toccare la sequenza genetica.
Insomma: il libro delle istruzioni resta lo stesso, ma qualcosa a volte “cambia i segnalibri”. La reversione tumorale consiste nel rimetterli al posto giusto.
Le uova di pesce e il laboratorio della Sapienza
Al System Biology Group Laboratory della Sapienza di Roma, il team coordinato dal professor Mariano Bizzarri lavora su questo principio dal 2005. Il punto di partenza è un’osservazione nota fin dagli anni ’60: le cellule tumorali impiantate in tessuti embrionali perdono le caratteristiche maligne. L’embrione, nelle prime fasi di sviluppo, produce segnali molecolari che guidano la differenziazione cellulare e che esercitano un controllo anche sulle cellule cancerose.
Da questa osservazione, il gruppo di Bizzarri ha identificato negli estratti di uova di pesce zebra e di trota un mix di microRNA in grado di riattivare nelle cellule tumorali la produzione di miR-218-5p, un microRNA specifico che inibisce la via di segnalazione PI3K: una delle vie cruciali per la crescita e l’invasività del tumore. I risultati, pubblicati su Oncology Reports (2024) e International Journal of Molecular Sciences (2025), mostrano una riduzione significativa dell’invasività in cellule di tumore al seno e al colon. Un brevetto depositato nel 2025 copre il mix di microRNA per indurre apoptosi e reversione tumorale.
I numeri della reversione tumorale
- Oltre 350 articoli su PubMed documentano studi sulla reversione tumorale
- La review di Pensotti sistematizza oltre 80 anni di ricerche sperimentali
- Un trial su 179 pazienti con carcinoma epatico terminale trattati con peptidi da uova di pesce ha mostrato regressione nel 19,8% dei casi e stabilizzazione nel 16%
- Sopravvivenza media superiore al 60% dopo 40 mesi nei pazienti responsivi
- Ricerche parallele in Sud Corea (KAIST) e Stati Uniti confermano il paradigma della riprogrammazione cellulare
Un libro che mette insieme i pezzi
Il saggio di Andrea Pensotti, ricercatore laureato in Chimica Farmaceutica e attivo nel laboratorio di Bizzarri, non è un manifesto ottimista. È una ricostruzione: parte dalle prime osservazioni cliniche dell’Ottocento, attraversa gli esperimenti di Robert McKinnell sulle rane (1969) e di Beatrice Mintz sui topi a Filadelfia, e arriva ai Nobel di Yamanaka (riprogrammazione cellulare) e Ambros/Ruvkun (microRNA). Il filo conduttore è uno: la biologia non è destino. Il fenotipo tumorale può essere invertito se si interviene sull’ambiente cellulare. Non è ancora nelle librerie: sarà in uscita il 17 aprile 2026.
Scheda studio
- Titolo: Reversione tumorale: review sistematica della letteratura sperimentale
- Autori: Andrea Pensotti, Mariano Bizzarri, Marta Bertolaso
- Istituzione: System Biology Group Lab, Sapienza di Roma / Università Campus Bio-Medico
- Rivista: Oncology Reports, 2024
- Libro: “Reversione. La scoperta scientifica che sta cambiando la nostra visione del tumore” — HarperCollins, 336 pp., €18, 17 aprile 2026
Il professor Silvio Garattini, fondatore dell’Istituto Mario Negri, lo ha definito un’analisi che dovrebbe circolare nelle biblioteche universitarie e nei centri di ricerca oncologica. Tra i contributori figurano anche Alessandro Giuliani (ISS) e Sergio Angeletti, decano del giornalismo medico italiano.
Tre domande ad Andrea Pensotti
Per capire cosa significa davvero la reversione tumorale (senza scivolare né nell’hype né nel riduzionismo) abbiamo posto tre domande ad Andrea Pensotti.
Dott. Pensotti, quando dice che il tumore “può essere rieducato”, cosa intende in concreto? Cosa succede alla cellula?
Le evidenze sperimentali mostrano che il fenotipo cellulare, il modo in cui la cellula si comporta, può essere riorientato da maligno a benigno, senza intervenire sulle mutazioni genetiche che hanno determinato il danno. Le prime osservazioni in questo senso risalgono già alla prima metà del Novecento e, nel tempo, i dati si sono consolidati.
Per capire il meccanismo, vale la pena richiamare quello che accade in natura durante l’embriogenesi: una cellula fecondata si moltiplica e quel gruppo di cellule staminali embrionali va incontro a differenziazione, dando origine a tipi cellulari molto diversi tra loro (neuroni, epatociti, cellule muscolari, etc..) pur condividendo lo stesso identico DNA. Il processo che governa questa trasformazione è epigenetico: non tocca la sequenza genetica, ma ne modula l’espressione attraverso segnali provenienti dal microambiente circostante.
Quello che la ricerca sta osservando è che le cellule tumorali rispondono, almeno in parte, agli stessi segnali biologici che guidano la differenziazione delle cellule staminali embrionali. Un esperimento è particolarmente eloquente: se impiantiamo cellule tumorali molto aggressive in un embrione nelle sue prime fasi di sviluppo, l’ambiente embrionale le riprogramma. Alla nascita, l’organismo non mostra alcun segno di malignità.
Possiamo quindi identificare due driver della progressione tumorale: le mutazioni genetiche e i segnali epigenetici. In certi casi, agendo su questi ultimi, è possibile contenere il danno determinato dalle prime. Nel mio libro Reversione racconto proprio questo: come il destino di una cellula non sia scritto in modo definitivo nel DNA, ma dipenda in modo cruciale dal dialogo con l’ambiente in cui vive.
Quanto siamo vicini a trasformare queste evidenze di laboratorio in qualcosa che un paziente oncologico può davvero ricevere?
Proprio quest’anno, con il Laboratorio di Biologia dei Sistemi dell’Università La Sapienza, avvieremo la sperimentazione in vivo su modelli murini. È un passaggio concreto e molto atteso.
Stabilire una tempistica precisa per l’arrivo in clinica è però difficile, per ragioni che vale la pena spiegare. Il preparato attualmente utilizzato, estratti di microambiente embrionale, è una miscela complessa di sostanze, difficile da brevettare nel suo insieme e da standardizzare a livello industriale. La sfida oggi è identificare quali specifici componenti svolgano il ruolo più rilevante nel processo di riprogrammazione. A questo si aggiunge che tumori diversi richiederanno presumibilmente approcci differenti.
Tuttavia, c’è un elemento molto incoraggiante: abbiamo già identificato e brevettato uno specifico mix di microRNA, molecole che agiscono come regolatori dell’espressione genica, capace di simulare parte di questi segnali. È un punto di partenza solido. Ora sarebbe necessaria l’attenzione concreta di istituzioni e fondi di finanziamento per accelerare questi studi.
C’è un rischio che questo messaggio venga frainteso: “il cancro si può invertire” potrebbe suonare come una promessa di guarigione facile. Come lo gestite?
È una preoccupazione fondata, ed è in gran parte la ragione per cui ho scritto Reversione. Il libro non promette cure miracolose. Il messaggio che voglio trasmettere è profondamente diverso: dobbiamo iniziare a pensare al cancro con categorie nuove, superando il paradigma bellico, la lotta, la distruzione, l’eradicazione a tutti i costi, a favore di un approccio orientato al controllo e alla rieducazione.
Un obiettivo clinico realistico, a breve e medio termine, non è necessariamente la scomparsa immediata del tumore, ma la capacità di spegnerne l’aggressività e cronicizzare la malattia. In questo scenario, è probabile che la strategia del futuro sarà sinergica: terapie convenzionali per ridurre la massa tumorale, combinate con approcci epigenetici per riorientare le cellule superstiti.
Ciò che oggi è davvero urgente è far conoscere queste ricerche. Le evidenze sono solide, validate da decenni di studi e riconosciute da istituzioni scientifiche di primo livello. È paradossale che un approccio così promettente rimanga ancora ai margini del dibattito pubblico e riceva così poco sostegno. Reversione nasce anche per questo: per dare a medici, pazienti e lettori curiosi le categorie per leggere l’oncologia del futuro; e per stimolare la comunità scientifica e le istituzioni a investire in un filone di ricerca che lo merita.
Reversione tumorale: la cautela necessaria
Ecco, è importante dirlo: siamo in fase preclinica. I risultati del team di Bizzarri sono su colture cellulari, non su pazienti. Il salto dall’in vitro all’in vivo (e poi alla clinica) è lungo, costoso, e statisticamente impietoso. La reversione tumorale non è ancora una cura disponibile, non è ancora una terapia alternativa, e non sostituisce nulla di quello che l’oncologia offre oggi.
Quello che è, però, è un filone di ricerca con basi sperimentali solide, endorsement di figure come Garattini e Giuliani, pubblicazioni peer-reviewed, e una coerenza interna che merita tantissima attenzione. Il paradigma “distruggi la cellula malata” ha prodotto risultati enormi, ma ha anche limiti noti: tossicità, resistenza, recidive. L’idea di riprogrammare anziché eliminare è una strada da percorrere con grandissima determinazione.
E porta con sé un messaggio di enorme speranza: il cancro non è sempre una sentenza scritta nel DNA: a volte è una conversazione interrotta che la reversione tumorale prova a riprendere.
Se funzionerà anche fuori dal laboratorio, lo dirà il tempo (e i trial clinici, che in fondo sono l’unica forma di ottimismo che la scienza si può permettere).
Approfondisci
La reversione tumorale si inserisce in un filone di ricerca più ampio sulla possibilità di riprogrammare le cellule anziché distruggerle. Un approccio simile è stato dimostrato dal team sudcoreano del KAIST, che ha identificato cellule ibride capaci di invertire la progressione tumorale agendo su specifici interruttori molecolari. Sul fronte dell’epigenetica oncologica, la scoperta del ruolo di EZH2 come interruttore delle metastasi nel cancro al seno triplo negativo conferma che il destino di una cellula tumorale non è irreversibile. E per capire come i tumori sviluppano resistenza alle terapie attuali, vale la pena leggere come il cancro usa gli enzimi della morte per sopravvivere alla chemioterapia.
Nota bene: Futuro Prossimo non ha ricevuto compensi, copie omaggio o alcuna forma di collaborazione da HarperCollins, dall’autore o dai ricercatori citati. Questo articolo nasce esclusivamente dall’interesse editoriale per il tema.