Il talco è “probabilmente cancerogeno”. Lo dice l’OMS, e lo dice dal luglio 2024, inserendolo nel Gruppo 2A: stessa categoria della carne rossa e del glifosato. La notizia, però, è più complicata della classificazione. Perché i tribunali di mezzo mondo condannano Johnson & Johnson a risarcimenti miliardari, le class action si moltiplicano dall’Australia alla California, ma la scienza resta spaccata.
Gli studi di coorte più ampi non trovano un nesso statisticamente significativo con il cancro ovarico. Quelli caso-controllo, sì. Chi ha ragione? Dipende da come si leggono i dati (mi ricorda qualcosa): proprio questo, forse, è il problema più grande.
Cosa significa “probabilmente cancerogeno”
Qui serve una precisazione, prestate attenzione: la classificazione IARC non misura quanto una sostanza sia pericolosa: misura quanto siamo sicuri che lo sia. “Probabilmente cancerogeno” significa che le prove puntano in una direzione, ma non sono abbastanza solide per una condanna definitiva. Un po’ come un imputato con indizi pesantissimi, ma nessuna prova schiacciante.
La rivalutazione dello IARC si basa su tre elementi: negli esseri umani prove limitate di cancro ovarico, negli animali da laboratorio prove sufficienti di cancro e nelle cellule umane in vitro forti prove che il talco presenti caratteristiche meccanicistiche tipiche degli agenti cancerogeni. Occhio alla sfumatura: limitata, sufficiente, forte. Tre aggettivi diversi per tre livelli diversi di certezza. Ognuno si faccia la sua idea, intanto nel prossimo paragrafo vi porto altri elementi.
Il nodo del talco e dell’amianto
Il fatto è questo: talco e amianto sono minerali che in natura si trovano spesso nello stesso giacimento. La contaminazione durante l’estrazione è un rischio concreto, e per decenni non è stato chiaro quanto i prodotti in commercio fossero effettivamente puri. Il talco contaminato da amianto è classificato nel Gruppo 1 (cancerogeno certo per l’uomo) e su questo non c’è discussione. Il problema è che la maggior parte degli studi epidemiologici non è riuscita a escludere la contaminazione nei campioni analizzati. E qui si apre il cortocircuito: stiamo misurando il rischio del talco puro, o del talco che puro non era?
Johnson & Johnson, nel 2023, ha smesso di vendere talco in tutto il mondo, sostituendolo con amido di mais. Una decisione che l’azienda ha sempre presentato come commerciale, non come ammissione di colpa. Ma i tribunali hanno letto il gesto in modo diverso.
I numeri del talco in tribunale
I numeri della battaglia legale:
- Oltre 90.000 cause depositate negli USA a marzo 2026
- 1.300 donne nella class action australiana (Corte Suprema del Victoria)
- $1,5 miliardi: risarcimento a una donna del Maryland per mesotelioma (dicembre 2025)
- $40 milioni: verdetto in California per due donne con cancro ovarico (dicembre 2025)
- $8 miliardi: proposta di accordo globale di J&J, respinta dal tribunale fallimentare nel marzo 2025
Insomma: i tribunali condannano, ma la scienza tentenna. Lo studio più ampio pubblicato su JAMA nel 2020 ha analizzato i dati di oltre 252.000 donne seguite per undici anni: nessuna correlazione statisticamente significativa tra uso di talco e cancro ovarico.
Una meta-analisi del 2021 su Journal of General Internal Medicine, invece, ha trovato un aumento del rischio tra il 31% e il 65% nelle utilizzatrici frequenti. Due metodi, due risposte diverse. Gli studi caso-controllo (quelli che trovano il nesso) si basano sui ricordi delle pazienti: quanto talco hai usato, per quanto tempo, in che zona del corpo. Gli studi di coorte (quelli che non lo trovano) seguono le donne nel tempo e raccolgono dati man mano. La differenza metodologica è forte.
Il talco e la zona grigia
C’è un dettaglio che la classificazione IARC non cattura, e che forse è il più rilevante di tutti. Quando una sostanza causa davvero un tumore (il fumo, per dire) esiste una relazione lineare: più fumi, più il rischio sale. Con il talco questo effetto dose-risposta non c’è. Le donne che lo hanno usato di più non mostrano rischi superiori rispetto a chi lo ha usato poco. E questo, per i tossicologi, è un segnale importante in direzione della sicurezza.
La Fondazione AIRC lo dice con una chiarezza che i titoli di giornale raramente restituiscono: chi ha usato talco in passato non ha particolari ragioni di preoccuparsi. Per precauzione, è sconsigliato usarlo nella zona genitale. Per il resto del corpo, nessun allarme.
Approfondisci
Se ti interessa il rapporto tra classificazioni di rischio e panico collettivo, leggi anche l’articolo sulla ricerca che ha scagionato i cellulari dopo 28 anni di sospetti (spoiler: erano nella stessa categoria IARC del talco). Oppure scopri cosa dice la scienza su radiazioni e cancro.
Il talco resta nella zona grigia. Troppi indizi per assolverlo, troppo pochi per condannarlo. I tribunali, che ragionano con logiche diverse dalla scienza, hanno già deciso. I laboratori, no.
Resta una polvere bianca che abbiamo messo sulla pelle dei neonati per generazioni, convinti fosse la cosa più innocua del mondo.
Magari lo era davvero. Magari non del tutto. La scienza sa convivere con il dubbio.
Noi, di solito, un po’ meno.