Un gruppo di ricercatori della Graz University of Technology, insieme al più grande produttore di mattoni austriaco, ha costruito un edificio, lo ha smontato pezzo per pezzo e lo ha rimontato da un’altra parte. Funzionava ancora. I mattoni riusabili non sono uniti dalla malta, ma da giunti reversibili: si tolgono senza romperli e si reimpiegano. Il progetto si chiama Re-Use Ziegelwand, e dice di tagliare le emissioni di CO2 del 60% considerando tre cicli di vita. Il muro è spesso 44 cm.
Per capire perché la cosa abbia senso, conviene partire da un dato che di solito nessuno dice ad alta voce: un mattone, se trattato bene, dura secoli. L’edificio che lo ospita, sempre più spesso, no. Un supermercato, un capannone, un centro commerciale stanno in piedi dieci, vent’anni, poi vengono buttati giù per far spazio a qualcos’altro. Dentro quelle macerie c’è materiale che avrebbe potuto lavorare ancora per generazioni.
Come si smontano i mattoni riusabili senza distruggerli
Il cuore della soluzione è eliminare la malta. Nei muri tradizionali i mattoni sono incollati tra loro da un legante che, una volta indurito, li rende inseparabili: per recuperarli dovresti scalpellarli uno a uno, e a quel punto tanto vale farne ghiaia. Il team di Graz ha sostituito le fughe di malta con giunti reversibili, sganciabili. I muri arrivano in cantiere già prefabbricati a elementi e già intonacati in fabbrica (così c’è meno lavoro sul posto), e all’occorrenza si sfilano come si toglie un cassetto da una cassettiera.
La difficoltà vera, ammettono i ricercatori, era far convivere lo smontaggio con tutto il resto: tolleranze, statica, tenuta all’aria, isolamento termico, stabilità. Un muro che si smonta facilmente rischia di essere un muro debole, che sta su male. La risposta è in parte nei 44 cm di spessore, con dentro lana isolante per garantire la coibentazione, e in parte in una scelta strutturale doppia: o il tetto è abbastanza pesante da tenere ferma la struttura per gravità, oppure ci pensano delle barre filettate che corrono in verticale dentro i mattoni, messe in tensione. Una soluzione da officina, se volete, applicata a un palazzo.
Il numero che regge il discorso
Hans Hafellner, che guida il progetto all’Institute of Building Physics, Services and Construction, mette la questione in termini semplici: i mattoni sono materiali di alta qualità e produrli costa moltissimo in risorse, quindi poterli togliere senza danni e rimetterli altrove è un vantaggio enorme. In soldoni: considerando tre cicli di vita, le emissioni di CO2 calano di circa il 60% rispetto alla costruzione tradizionale. Il risparmio non sta nel primo edificio, ovviamente, ma nel secondo e nel terzo: la prima volta il mattone lo produci comunque, è dalla seconda vita in poi che eviti di rifarlo da capo.
Vale la pena ricordare che il settore edilizio non è un dettaglio nel bilancio climatico globale: i materiali da costruzione pesano per circa l’11% delle emissioni di gas serra legate a energia e processi industriali, e i detriti da demolizione fanno una fetta enorme dei rifiuti totali. Su quella scala, un -60% su un pezzo del problema non è poco. Lo stesso ragionamento, da angolazioni diverse, lo abbiamo già incontrato con l’argilla stampata a impatto dell’ETH di Zurigo e con le case gonfiabili riempite di cemento: l’edilizia, nel suo piccolo, è diventata un laboratorio interessante.
Come faranno a fidarsi dopo vent’anni
C’è un problema che salta in mente a chiunque abbia visto un cantiere: va benissimo smontare un muro nuovo di zecca in laboratorio, ma come fai a sapere che dopo vent’anni di uso quel muro regge ancora, prima di rimontarlo su un altro edificio dove ci abiterà qualcuno? La risposta dei ricercatori è l’analisi modale. Si sollecita la parete con delle vibrazioni e se ne misura la frequenza propria da nuova; se col tempo quella frequenza cambia, vuol dire che qualcosa nella capacità portante si è mosso. Così si valuta lo stato di salute del muro senza doverlo rompere per controllarlo, il che, per un materiale che vorresti riutilizzare, sarebbe una contraddizione in termini.
L’edificio di dimostrazione, dicono, è stato costruito, smontato e riassemblato su larga scala senza perdere funzionalità. Andreas Trummer, dell’Institute of Structural Design che ha supervisionato la parte strutturale, parla di fattibilità tecnica confermata in condizioni realistiche. E aggiunge una cosa che fa capire dove sta l’interesse industriale: alla fine della sua vita, un edificio fatto così ha un valore residuo più alto, perché i suoi mattoni valgono ancora qualcosa. La sostenibilità, insomma, ha trovato un alleato nel bilancio. Che è poi l’unico modo perché certe idee escano dal laboratorio: lo avevamo visto anche parlando di economia circolare e miniere urbane, dove il riciclo regge finché conviene.
Scheda Progetto
Progetto: Re-Use Ziegelwand, sviluppato dalla Graz University of Technology (Istituti IBPSC e Structural Design) con Wienerberger, finanziato dall’agenzia austriaca per la ricerca FFG.
Mattoni riusabili: quando li vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-10 anni per i primi edifici commerciali, di più per l’edilizia residenziale diffusa.
La tecnica esiste e il prototipo regge, ma per uscire dalla fase sperimentale servono normative edilizie che riconoscano un mattone “di seconda mano” come strutturalmente valido, e una filiera che sappia smontare e certificare i muri usati. I primi a usarlo saranno i committenti di edifici a vita corta e prevedibile: catene commerciali, capannoni logistici, padiglioni, esattamente quelli che oggi si demoliscono dopo vent’anni. Per la casa di chi legge, il discorso è più lungo: il muro che si smonta deve prima diventare ordinario, e l’ordinario, in edilizia, arriva con calma.
E poi resta la parte meno tecnica e più umana: a un certo punto qualcuno dovrà accettare di abitare dentro mattoni “di seconda mano”, che hanno già avuto un’altra vita, in un altro palazzo, in un’altra città. C’è chi compra volentieri il legno di recupero per il pavimento di casa.
Coi muri portanti, ecco, vedremo.