Il 19 maggio Colossal Biosciences ha annunciato di aver fatto schiudere 26 pulcini da un uovo artificiale: un reticolo stampato in 3D, rivestito da una membrana al silicone che lascia passare l’ossigeno come farebbe un guscio vero. L’azienda lo presenta come tappa verso la de-estinzione del moa, l’uccello gigante neozelandese sparito sei secoli fa. La parte interessante, però, è un’altra: vediamo quale.
Un guscio che non è un guscio
Funziona così: si versa il contenuto di un uovo appena fecondato dentro una struttura a reticolo, una specie di nido a nido d’ape stampato in tre dimensioni. La struttura è foderata da una membrana al silicone bioingegnerizzata che fa il lavoro che normalmente fa il calcare poroso del guscio, cioè scambiare ossigeno con l’aria. Si aggiunge il calcio (quello che l’embrione di solito gratta via dalla parete interna dell’uovo durante la crescita), si controlla l’umidità, e si lascia fare alla biologia.
Il tuorlo risale in superficie per differenza di densità, l’embrione gli si appoggia sopra, e da lì in poi tutto procede come in natura nell’uovo artificiale. Con un dettaglio non da poco: la membrana è trasparente.
Quella trasparenza è il vero regalo dell’uovo artificiale, e qui serve una piccola digressione su chi studia gli embrioni. Per decenni, chi voleva osservare lo sviluppo di un pollo aveva due sole opzioni: aprire un buchino nel guscio, fare le sue manipolazioni, richiudere col nastro adesivo, e poi guardare cos’era successo a esperimento finito. Due fotogrammi, in pratica: l’inizio e la fine. Tutto quello che accadeva nel mezzo (cellule che migrano, tessuti che scivolano l’uno sull’altro, il midollo spinale che da lastra piatta si arrotola in tubo) restava invisibile. Un film di cui vedi solo la prima e l’ultima inquadratura.
Con un embrione che cresce a vista dentro un contenitore traslucido, invece, lo studio diventa un filmato continuo. Si può perfino illuminare la scena dal basso per il microscopio: Colossal ha pensato anche a quello. E ha detto che la tecnologia, per i laboratori che vogliono usarla a scopo di ricerca, la regala. Parole del CEO Ben Lamm. Lo strumento nato per riportare in vita un uccello gigante finirà, con ogni probabilità, a servire l’embriologia di base in qualche dipartimento universitario. La “de-estinzione” passa di qua quasi per caso.
Lo “scandalo” scientifico, spiegato
E veniamo alla parola tra virgolette del titolo, perché lo “scandalo” qui non è etico né morale: è metodologico, ed è la cosa che fa storcere il naso ai ricercatori più di ogni considerazione sui dodo. Colossal ha annunciato 26 pulcini nati, ma non ha pubblicato né un paper peer-reviewed né un preprint, e ha fatto sapere che non intende farlo. In più, non ha rivelato quante delle uova trasferite siano effettivamente arrivate alla schiusa. Ventisei nati su quante partenze? Trenta, cento, mille? Senza quel numero, il tasso di successo resta una scatola chiusa.
Nella scienza che si rispetti questo è un problema serio, perché un risultato esiste solo se qualcuno di esterno può verificarlo. “Senza dati, è davvero impossibile giudicare quale sia l’impatto reale”, ha detto a Nature Paul Mozdziak, biologo della North Carolina State University estraneo all’azienda.
Tradotto in linguaggio da bar: ci stanno chiedendo di fidarci sulla parola di un comunicato stampa. Il che, per un’azienda che ha raccolto centinaia di milioni di dollari raccontando di voler resuscitare il mammut entro il 2028, è un esercizio di fede che qualcuno preferisce non fare. Aggiungiamo che far nascere un pulcino da un uovo artificiale, di per sé, non è nemmeno una novità assoluta: lo si faceva, in forme più rudimentali, già dagli anni Ottanta con pellicole e sacchetti di plastica. La differenza, stavolta, è l’ossigeno a pressione atmosferica normale invece che puro. Importante, ma non miracoloso.
Poi c’è il secondo fronte, più filosofico ma altrettanto pungente. Anche ammesso che l’uovo artificiale scali fino a reggere un uovo di moa (che era circa 80 volte un uovo di pollo, e otto volte quello di un emù), il risultato non sarebbe un moa. Sarebbe un uccello geneticamente modificato che assomiglia a un moa.
“Potrebbero usare questa tecnologia per fare un uccello geneticamente modificato, ma quello è solo un uccello geneticamente modificato. Non è un moa”, ha tagliato corto Vincent Lynch, biologo evoluzionista dell’Università di Buffalo.
È la stessa critica che insegue Colossal dai topi lanosi al dodo coltivato in laboratorio: lo stesso George Church, cofondatore dell’azienda, parla non a caso di “de-estinzione funzionale”, non di resurrezione.
A cosa serve davvero, oggi
Mettiamo da parte il moa per un attimo. Tolto l’annuncio in grande stile, quello che resta sul tavolo è uno strumento di laboratorio potenzialmente molto utile, che arriva dopo anni di tentativi a vuoto su un problema reale dell’embriologia, e che si inserisce in una traiettoria di tecniche che va dall’editing genetico con CRISPR alla manipolazione diretta degli embrioni. Per chi studia lo sviluppo dei vertebrati (e i polli, pur lontani da noi, condividono i fondamentali dello sviluppo coi mammiferi) poter filmare la crescita in continuo è un salto di qualità concreto. Niente moa, niente dodo: solo scienza di base che fa il suo passo avanti, in silenzio, mentre i riflettori sono puntati altrove.
Per arrivare al moa servono ancora due cose che oggi non ci sono. Bisogna capire come arricchire un tuorlo abbastanza da nutrire un embrione enorme, operazione delicatissima perché pompare materiale dentro l’uovo artificiale rischia di farne scoppiare la membrana.
E bisogna risolvere il fatto che lo sviluppo inizia mentre l’uovo è ancora dentro la madre. E come si fa? O si impara a far partire l’embrione senza guscio per poi trasferirlo, o si impara a fecondare le uova già travasate nel dispositivo. Nessuna delle due è dietro l’angolo.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 1-2 anni come strumento da laboratorio, 10-15 anni (e forse mai) per il moa.
L’uovo per polli funziona ora, ed è regalato: i primi a usarlo saranno i biologi dello sviluppo, non il pubblico. Il salto a un uovo grande come quello di un moa, invece, dipende da problemi di nutrizione e fecondazione ancora aperti. E da una scala biologica che nessuno ha mai gestito.
Senza dati pubblicati, peraltro, la timeline la detta il comunicato stampa, non la letteratura. Vale per il moa quanto valeva per il mammut, la cui data di nascita è già slittata almeno una volta.
So io chi sarà contento di tutto questo. Chi è? Beh, è il biologo che vent’anni fa passava le notti a sigillare gusci col nastro adesivo, sperando che l’embrione sopravvivesse alla settimana. Lui sì, avrà avuto la sua piccola rivincita.
Il moa invece, dal canto suo, continua a non saperne nulla. E forse è meglio per lui.