Nel 1761 Benjamin Franklin progettò un’armonica di vetro: trentasette ciotole di cristallo infilate su un mandrino orizzontale che le faceva girare con l’uso di un pedale: bastava bagnare le dita e passarle sui bordi delle ciotole per far nascere i suoni che lui stesso definirà la sua invenzione più soddisfacente. Mozart compose musiche per lei: Maria Antonietta prese lezioni. Beethoven, Donizetti, Goethe, perfino Paganini la celebrarono. Eppure, appena 40 anni dopo fu bandita dalla polizia in alcune città tedesche, accusata di far impazzire chi la suonava, e di far morire i bambini in sala.
Tra le due cose passano un’isteria collettiva, la figura ingombrante di Franz Anton Mesmer, e una quantità imbarazzante di piombo. Seguitemi in questa nuova puntata di “il futuro di ieri”.
Il pub, i bicchieri pieni d’acqua, e Franklin che si entusiasma
Il giochetto era vecchio quanto i pub inglesi: bagnarsi un dito, farlo girare sull’orlo di un calice mezzo pieno, ascoltare quel suono sottile che esce fuori. A metà Settecento era già diventato un numero da concerto: l’irlandese Richard Pockrich girava con la sua serie di calici accordati e li chiamava “organo angelico”. Nel 1761 Franklin assiste a un’esibizione di Edward Delaval a Cambridge e ha l’illuminazione che gli capita quando vede uno strumento mal fatto: si può ingegnerizzare.
Si mette alacremente al lavoro con il soffiatore di vetro londinese Charles James e ne esce una macchina elegantissima: ciotole di vetro di dimensioni decrescenti, già accordate per spessore senza bisogno di acqua, infilate orizzontalmente su un asse di ferro, mosse da un pedale e con bordi colorati per indicare la nota. Bellissima. La Premiére mondiale a Londra, nel gennaio 1762 vide il debutto della nuova armonica (era proprio questo il nome, dall’italiano).
Funziona. Anche troppo.
L’armonica di tutta Europa
Nel giro di pochi anni l’armonica di vetro è ovunque: il Franklin Institute stima oltre cento compositori che le dedicano pezzi, fra cui come detto Mozart (un Adagio e Rondò K. 617, scritti nel 1791 per la virtuosa cieca Marianne Kirchgessner), Beethoven, Donizetti, più tardi Saint-Saëns nel Carnevale degli animali. George Washington la sente suonare nel 1765 a Filadelfia. Il fabbricante tedesco Karl Leopold Röllig ne produce migliaia.
Si vendono circa cinquemila esemplari prima che qualcosa cominci a non tornare: è un successo da prima pagina, di quelli che oggi chiameremmo virali alla prima dimostrazione. Un produttore felice avrebbe lavorato a un secondo modello: Franklin invece se la portava in giro per le case dei conoscenti e suonava arie scozzesi.
Poi cominciarono le voci.
Quando la musica chiamava i morti
La reputazione dell’armonica di vetro non cambia dalla notte al giorno. Furono diversi gli episodi a produrre la sua nomea: suonatori che perdevano la sensibilità alle dita, depressioni profonde, tremori, qualcuno che lasciava la carriera. Marianne Kirchgessner morì giovane, la stessa Marianne Davies (che suonò l’armonica alla premiére) passò anni a entrare e uscire da malattie nervose.
A un certo punto un musicologo tedesco chiamato Friedrich Rochlitz consiglia di non avvicinarsi all’armonica: stimola eccessivamente i nervi, induce malinconia, ed è, testuali parole, “un metodo lento di auto-annullamento”. Il pubblico raccoglie le voci e le ingigantisce, aggiungendo il suo: il suono sveglia i morti, fa abortire le donne incinte, fa impazzire i cani.
E poi, gran coupe de theatre, a Vienna entra in scena nientemeno che Franz Anton Mesmer: medico, certo, ma anche suonatore di armonica, che usa per creare il sottofondo alle sue sedute di magnetismo animale. Le pazienti entrano in trance, qualcuno si convince che sia lo strumento a provocarla. Una commissione reale francese del 1784, di cui fa parte Franklin in persona ormai a Parigi, smonta il mesmerismo. Ma l’armonica è ormai contaminata: in una città tedesca, dopo la morte di un bambino durante un concerto, la polizia la bandisce per ragioni di ordine pubblico.
Nel 1788 il manuale di J.C. Miller arriva al punto di sconsigliarne l’uso a chi è “irritato o disturbato”.
L’armonica di vetro uccideva davvero le persone? C’è una base scientifica dietro, o erano solo voci?
Iniziamo col dire una cosa: il cristallo del Settecento conteneva ossido di piombo in percentuali fra il 18 e il 40%. La vernice usata per colorare i bordi delle ciotole, anche. Il modo di suonare prevedeva ore di dita bagnate premute contro vetro al piombo in rotazione: una superficie d’assorbimento ideale. I sintomi descritti dai virtuosi (tremori, intorpidimento delle estremità, confusione mentale, malinconia profonda) sono quelli del saturnismo cronico da contatto.
Non lo sapeva nessuno: la medicina settecentesca non conosceva il concetto di intossicazione cumulativa da metalli pesanti, e gli stessi medici addirittura prescrivevano cure al mercurio e all’arsenico. Franklin, che suonava ma non in modo continuato, morì a 84 anni senza sintomi: chi ci passava sopra otto ore al giorno, no.
La leggenda dei suoni che facevano impazzire era falsa, ma la causa fisica, ironicamente, c’era. Solo che era nello strumento, non nella musica.
Scheda Strumento
Invenzione: Benjamin Franklin, 1761. Premiére mondiale: Londra, Great Room in Spring Gardens, 12 gennaio 1762, esecutrice Marianne Davies.
Repertorio: oltre 100 compositori, fra cui Mozart (Adagio e Rondò K. 617, 1791), Beethoven, Donizetti, Saint-Saëns. Diffusione: circa 5.000 esemplari prodotti fino ai primi dell’Ottocento. Riferimento storico: Robert B. Craig, “The Glass Armonica: Its Development, Use, and Misuse as a Musical Instrument of Social Change in the Eighteenth Century”, in 1650-1850: Ideas, Aesthetics, and Inquiries in the Early Modern Era, Vol. 10 (2004).
Cosa ne è rimasto davvero
Stato oggi: L’armonica di vetro è oggi uno strumento di nicchia, suonato da una manciata di virtuosi nel mondo. Negli anni Ottanta il vetraio tedesco-americano Gerhard Finkenbeiner ha ricostruito lo strumento usando quarzo fuso (99% silicio, zero piombo): la sua azienda ne produce ancora oggi, ciotole singole dai 250 ai 800 dollari.
L’armonica torna sporadicamente in colonne sonore (alcune scene di Harry Potter) e nelle riedizioni di Donizetti. È sopravvissuta come tutti gli oggetti che il mercato non ha più voluto e qualche appassionato ostinato sì: come reliquia funzionante, non come tecnologia diffusa. Tre secoli per capire che il problema non era il suono. Era la verniciatura.
“Di tutte le mie invenzioni.” Lo disse davvero, e a quanto pare ci credeva.