Colpo di scena: il buco dell’ozono scoperto nel 1985 sopra l’Antartide e attribuito ai CFC, aveva in realtà cominciato a formarsi già nel 1957, da un’altra parte del pianeta e per colpa di un altro solvente. Lo sostiene un articolo pubblicato oggi su PNAS dal gruppo di Susan Solomon al MIT, basandosi su un esperimento affascinante che parte da una domanda: cosa avremmo visto se nel 1950 avessimo avuto i sensori di adesso? Risposta: il primo cedimento dello strato di ozono, sopra i tropici, dovuto al tetracloruro di carbonio usato nelle lavanderie.
Cosa hanno fatto esattamente i ricercatori
Il gruppo di Solomon ha preso i modelli di chimica atmosferica che oggi usiamo per monitorare lo strato di ozono e li ha applicati all’indietro, decennio per decennio, dal 1950 in poi. Come detto, la domanda era: se nel 1950 avessimo avuto i satelliti di adesso, in che anno avremmo cominciato a vedere gli effetti di una mano umana nel cielo?
La risposta è 1957. E il segnale non sarebbe arrivato dall’Antartide, dove lo cercavamo dagli anni Ottanta. Sarebbe arrivato dalla stratosfera sopra l’equatore, nella fascia tropicale, dove la circolazione dell’aria porta su le molecole rapidamente e dove la radiazione le aggredisce di più.
Una storia che pensavamo di sapere, e che invece comincia altrove.
Il colpevole dimenticato delle lavanderie
Il tetracloruro di carbonio era il solvente principe delle lavanderie a secco già negli anni Trenta. Lo usavano come sgrassante nelle officine e come reagente nei laboratori: era praticamente ovunque. I CFC, cloro-fluoro carburi, quelli che oggi associamo automaticamente al buco nell’ozono, sarebbero arrivati molto dopo: come refrigeranti, come propellenti, come schiumogeni nei materassi, anche loro ovunque. Per quasi due decenni, però, il problema era già in marcia e il sospettato di oggi non era ancora nato.
Solomon lo dice con la sobrietà di chi ha guidato la spedizione antartica del 1986 che dimostrò il legame fra CFC e ozono: “è l’unica sostanza ozono-lesiva che cresceva così presto”. Lo studio nuovo non smentisce quello vecchio, ma lo estende “all’indietro”. I CFC restano i responsabili principali del buco vero e proprio: ma prima di loro, qualcun altro aveva già aperto la breccia.
La ricerca in breve
Pubblicazione: Jian Guan, Susan Solomon e colleghi, “The emergence of human influence on the ozone layer by the 1960s”, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (2026). DOI: 10.1073/pnas.2608286123.
Trent’anni a guardare dall’altra parte
C’è un disagio implicito nello studio: per trent’anni il buco si è aperto sopra le nostre teste senza che nessuno avesse gli strumenti per accorgersene. Quando finalmente li abbiamo costruiti eravamo al Polo Sud, con un ritardo che oggi sappiamo essere stato di una intera generazione, e con i tropici fuori dall’agenda del monitoraggio proprio nel decennio in cui avremmo dovuto guardarli.
Lo stesso problema ce l’abbiamo oggi con i lanci spaziali e i tanti, troppi satelliti in giro: sappiamo che qualcosa accade lassù, sappiamo grossomodo dove, e non abbiamo ancora il sensore giusto puntato nel posto giusto.
Perché interessa adesso
Il tetracloruro di carbonio è stato vietato nei prodotti di consumo negli anni Settanta e ristretto dal Protocollo di Montreal nel 1990. Lo strato di ozono sta guarendo, come sapete, ma piccole quantità di quella sostanza continuano a finire in atmosfera, perché è ancora usata come materia prima nell’industria chimica e una parte sfugge nei processi. È un dettaglio da chimici, finché non lo metti accanto alla scoperta che bastò una manciata di anni di lavanderie a far cedere lo strato.
Solomon è esplicita: “Abbiamo fatto un grande sforzo per liberarcene. Non abbiamo l’obbligo di continuare a misurare per vedere se l’atmosfera reagisce come pensiamo?”. Quando il problema sembra risolto, i fondi per il monitoraggio si spostano altrove.
Resta una piccola lezione di umiltà cronologica. Il buco dell’ozono esisteva prima che lo trovassimo: era stato aperto da una sostanza che nessuno, ai tempi, sospettava. Quanti altri buchi stiamo aprendo adesso, sopra qualche altro pezzo di cielo, senza il sensore giusto puntato nella giusta direzione? Una lavanderia di Cleveland nel 1935 non lo sapeva.
Noi, almeno, abbiamo un’attenuante in meno.