In una sala del Senato, a Washington, una senatrice repubblicana del Tennessee sta limando il testo di un pacchetto legislativo. Si chiama Marsha Blackburn, e in queste settimane fa la spola con la Casa Bianca per chiudere un accordo che, per come la vedo io, è un baratto. Uno scambio bello e buono: un “3×3”. Da una parte, 3 leggi federali sulla “sicurezza online”, e dall’altra 3 anni di immunità per le aziende di intelligenza artificiale dall’altra. Come vi sembra, già così a colpo d’occhio?
A me non fa una buona impressione. Perchè le 3 leggi sono, di fatto, censura: limitano cosa puoi dire, vedere e leggere sul web. E i 3 anni di immunità per le aziende AI tolgono ai singoli Stati americani la facoltà di mettere paletti. No, no, decisamente non mi piace.
La notizia l’ha tirata fuori Axios due giorni fa, e facendo un giro per forum che si occupano di policy noto anche lì quel mix di stupore e fatalismo tipico di quando capisci che una brutta cosa sta succedendo davvero. L’amministrazione Trump ha già provato due volte a far passare la moratoria sull’AI come misura a sé, e due volte il Congresso l’ha respinta. Adesso prova un’altra strada, molto più subdola e pericolosa: legarla a qualcosa che piace a entrambi i partiti.
Cosa c’è dentro il pacchetto
Vi dicevo: sono tre leggi federali, una accanto all’altra. Il Kids Online Safety Act (KOSA) impone ai social network un generico “dovere di cura” verso i minori e affida alla Federal Trade Commission il potere di sanzionare le piattaforme che lo violano. Definire cosa sia “dannoso” per un minore lo decide poi l’agenzia federale, caso per caso. Il NO FAKES Act rende illegali i deepfake non autorizzati del volto e della voce di una persona. Infine, la verifica dell’età a livello federale obbliga tutti i servizi online a controllare l’identità di chi si registra con un documento.
Sulla carta, come stiamo vedendo anche in altri casi simili, sembrano cose ragionevoli: proteggere i bambini, fermare i deepfake porno, tenere i quattordicenni fuori dai siti per adulti. Chi voterebbe contro, messe così? Già. Il punto, come spesso accade, sta in una parola dentro una subordinata: riconoscibilità.
Per applicare KOSA, una piattaforma deve sapere chi sono i suoi utenti. Per applicare la verifica dell’età, deve sapere quanti anni hanno. Per sapere entrambe le cose, deve chiedere un documento. Sempre. A tutti.
Ma tanto già lo sapete: con questa “foglia di fico” finirà per sempre l’internet “che tutela la privacy”, quello che molti di noi diamo per scontato. Per leggere un blog, commentare un articolo, e pure per postare una foto, andrà esibita una carta d’identità a un’azienda privata. Che la conserva. E può essere anche derubata di questo dato. O può essere obbligata a consegnarla per motivi giudiziari, giuridici, politici.
Il moltiplicatore: chi possiede internet
La situazione è generalmente seria ovunque, ma il caso di questo “baratto americano” è particolarmente grave: perché negli USA appena sette aziende ospitano la stragrande maggioranza del traffico web e dei social. Meta, Alphabet, Amazon, Microsoft, Apple, X, ByteDance. La sola Instagram è usata regolarmente dal 71% degli americani. Dare alla FTC — che sotto Trump risponde direttamente al presidente, perché Trump ha rivendicato il diritto di licenziare i commissari indipendenti — il potere di stabilire cosa è “dannoso” su queste piattaforme non è una regola tecnica. È una leva.
Lo dico in modo neutro: chiunque controllerà la Casa Bianca avrà quella leva. Oggi è Trump, tra due anni potrebbe essere qualcun altro che fa la stessa cosa con un racconto diverso. Il problema dei poteri straordinari è che restano lì anche quando cambia chi li impugna. Ricordo, e qui chi mi legge da un po’ lo ricorda con me, quando Mark Zuckerberg ammise di aver censurato contenuti sul Covid su pressione dell’amministrazione Biden.
Lì non c’era nemmeno una legge: bastava una telefonata. Adesso siamo a un passo dalla legge.
La cosa che fa girare la testa
A opporsi al pacchetto, in modo feroce, è la Foundation for Individual Rights and Expression, sigla FIRE. Un’organizzazione conservatrice, finanziata da capitali della “destra” americana, fra cui quelli di Charles Koch. Ossia: l’opposizione più dura a un piano dell’amministrazione Trump arriva da una parte del campo che, sulla carta, dovrebbe essere alleata di Trump. Questo corto circuito dice molto sul fatto che il pacchetto non si gioca su una linea democratici-contro-repubblicani.
KOSA, infatti, fu co-sponsorizzato per anni dal senatore democratico Richard Blumenthal, e nel luglio 2024 passò al Senato con 91 voti a favore e 3 contrari. Una valanga bipartisan. La fermò la Camera, per timori sul Primo Emendamento, ma intanto il consenso politico c’era. Adesso la stessa legge torna, vestita di blu, e la “sinistra” dovrà decidere se mantenere il voto di allora (quando proteggeva i minori) o ritirarlo perché nel frattempo è cambiato chi la usa.
È, mi permetto di osservare dall’archivio di questo blog, lo stesso pattern che ho visto coi miei occhi negli ultimi vent’anni: una legge votata “perché serve” diventa uno strumento “perché c’è”. Il Patriot Act lo ricordate? Nacque dopo l’11 settembre, per fare sorveglianza estesa nel nome dell’antiterrorismo, poi è finita a tracciare gli attivisti per il clima. Una causa “giusta” che serve come cavallo di Troia per un uso “sbagliato”.
Il pezzo che non si considera
Sull’altro piatto della bilancia, l’accelerazionismo tecnologico dell’amministrazione chiede tre anni in cui nessuno Stato potrà fare leggi sull’intelligenza artificiale. Tre anni. Nel lessico del settore sono cinque generazioni di modelli. È la stessa gente che in pubblico dice di voler tenere a bada lo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale?
La California ha appena passato la legge sulla trasparenza dei sistemi AI di frontiera. Colorado, Texas, Illinois hanno leggi sulle decisioni automatizzate. Anche il Tennessee ha una legge tutta sua. Con questo accordo sparirebbero tutte, per tre anni, sostituite da norme federali ancora da scrivere.
Il calcolo politico è leggibile a occhio nudo. Le aziende AI (quelle che hanno finanziato la campagna, e quelle che ora siedono nella Sala Est della Casa Bianca a cena) vogliono prevedibilità regolatoria. Cinquanta legislatori statali sono un incubo: un solo legislatore, per di più fatto eleggere da loro, è un sogno.
La moratoria non è un regalo, e le tre leggi sulla censura sono semplicemente il prezzo che si fa pagare al Congresso per farla passare.
I tre disegni di legge, in chiaro
KOSA (Kids Online Safety Act, S.1748): impone alle piattaforme un “dovere di cura” verso i minori, affidando alla FTC il potere di sanzionare. Passato al Senato nel 2024 con 91-3, bloccato alla Camera per timori sul Primo Emendamento. Versione 2025/2026 in discussione.
NO FAKES Act: vieta deepfake non autorizzati di volto e voce di persone reali. Versione federale, già esistente in Tennessee come legge statale.
Verifica età federale: obbliga i servizi online a verificare l’età dell’utente, in pratica via documento d’identità. Quattro Stati l’hanno già introdotta (Utah, Louisiana, Texas, Alabama).
Fonti: Axios, 8 giugno 2026; framework Blackburn via IAPP; analisi legale via Davis Wright Tremaine.
Perché ci riguarda da qui
Una domanda legittima: e a noi che ce ne importa? Per tre motivi, seguitemi bene. Primo motivo, l’infrastruttura. I server che ospitano la metà di internet italiano stanno in Virginia, in Oregon, diversi in Irlanda. Le regole americane sull’identità si propagano per via tecnica, non per via diplomatica: se Instagram chiede il documento a un americano, il sistema lo chiederà anche a noi, perché costruire due Instagram costa il doppio.
Secondo motivo, il chilling effect, quel meccanismo per cui smetti di scrivere certe cose perché non sai più chi guarda. Vale ovunque, e si esporta. Quando un ricercatore americano sa che ogni suo post è collegato al documento, smette di scrivere su certe cose. Quando un attivista LGBTQ+ texano deve identificarsi per accedere a una community, sparisce dalla community. Le voci che restano sono quelle che non hanno nulla da perdere, o quelle che hanno tutto da guadagnare. In mezzo, il deserto.
Terzo motivo, e qui parlo da italiano che vive sotto un governo che flirta con la verifica dell’età da almeno due anni: ogni volta che un Paese democratico apre una porta, gli altri la attraversano. AGCOM ha già il suo sistema di verifica dell’età in via di rilascio. Bruxelles guarda. Se gli USA passano dalla parte dei controllori, l’argomento “lo fanno anche gli americani” diventa l’alibi definitivo per chi qui voleva farlo da sempre.
I tempi del negoziato
Orizzonte stimato: 6-18 mesi per l’eventuale passaggio del pacchetto. La finestra utile è la sessione legislativa in corso e la successiva.
Sotto la cupola del Senato americano, dunque, si lima un testo che prevede la carota per chi fabbrica i modelli AI, e il bastone per chi scrive commenti in Rete. Una di quelle operazioni che, lette dieci anni dopo nei libri di storia, faranno dire: come hanno fatto a non capirla? L’hanno vista, è il punto. L’hanno vista, e hanno scelto di chiamarla in altri modi. Quale preferite? “Sicurezza dei bambini”? “Innovazione”? “Competitività con la Cina”? Belle parole, fra l’altro anche in parte vere: è questa la parte più tossica.
Negli anni Cinquanta lo chiamavano quid pro quo. Adesso lo chiamano pacchetto legislativo bipartisan. Sempre lo stesso, però: tu mi dai quello che voglio, io ti do quello che ti serve per votarlo.
In mezzo, una nazione che si scopre più piccola del giorno prima. E noi, da qua, forse prendiamo pure appunti per copiarla.