“Un chip nel cervello che cura il cancro?” “No, è un impianto cerebrale che ascolta il cancro. E poi gli risponde con una scossa.” A mia moglie Lucia l’ho messa già così: è in sintesi quello che ha annunciato questa settimana Coherence Neuro, una startup di San Francisco fondata da gente tutta uscita da Neuralink. Tre pazienti operati al Royal Melbourne Hospital in Australia, trenta minuti di dispositivo dentro il cervello, poi via. Un test di sicurezza propedeutico a un sistema che, nelle intenzioni, dovrebbe restare lì a vita.
I tre, di cui non sappiamo i nomi né le storie, erano già in sala operatoria per asportare un tumore: hanno firmato un consenso aggiuntivo. Per mezz’ora, nello spazio dove un attimo prima c’era il glioblastoma, si è infilato un disco grande quanto una moneta da due euro, con sedici filamenti che entravano nel tessuto cerebrale. Coherence voleva vedere se il sistema regge e se i segnali si leggono. Poi hanno tolto l’impianto hanno chiuso la craniotomia, e i pazienti hanno fatto ritorno in reparto.
Coherence Neuro: il glioblastoma e il problema della recidiva
Il glioblastoma è uno dei tumori solidi peggiori che la medicina conosca. Quindici-diciotto mesi di sopravvivenza media dopo la diagnosi, meno del 10% dei pazienti è ancora vivo dopo cinque anni. Anche quando l’asportazione chirurgica riesce bene, in molti casi il tumore ricresce, quasi sempre vicino al margine del taglio. Per questo l’idea di lasciare un dispositivo dentro la cavità, dopo l’intervento, ha senso almeno sulla carta.
L’altra metà dell’idea è terapeutica. Coherence vuole disturbare le cellule tumorali con microcorrenti, sfruttando un’osservazione ormai consolidata: i gliomi non sono “palle di tessuto” inerte, parlano in segnali elettrici, formano sinapsi vere con i neuroni vicini, e da quelle sinapsi succhiano segnale per crescere. È il lavoro di Michelle Monje a Stanford del 2019, di cui parlammo nella primavera del 2021 (lo studio sulle sinapsi dei gliomi). All’epoca scrissi che era una svolta. Cinque anni dopo, l’impianto cerebrale di Coherence prova a mettere in pratica quella ricerca, e a interrompere quel dialogo elettrico in tempo reale.
Un impianto cerebrale per ascoltare, non solo per stimolare
La parte di monitoraggio è il pezzo più nuovo. Oggi un paziente con glioblastoma fa una risonanza ogni dieci-dodici settimane: in mezzo ci sono settimane di attesa e di angoscia, in cui non si sa cosa stia facendo il tumore. Il dispositivo di Coherence, nelle ambizioni dell’azienda, registra i segnali continuamente, manda i dati a un’app, e quando vede la zona iniziare a “rumoreggiare” può aumentare la stimolazione da solo o avvisare il medico che forse è ora di tornare in sala. Per il CEO Ben Woodington il tumore al cervello è un disturbo elettrico simile all’epilessia, e quindi affrontabile con strumenti elettrici.
Sull’elettricità contro questi tumori, peraltro, non si parte da zero. Novocure ha sul mercato più o meno dal 2010 un dispositivo, Optune, che usa campi elettrici esterni sul cuoio capelluto e a inizio anno ha ottenuto l’estensione anche al tumore al pancreas (ne abbiamo scritto a febbraio). Il guadagno di sopravvivenza, indossandolo per buona parte della giornata, è purtroppo solo di alcuni mesi, al momento. Una piccola conquista per chi quella diagnosi ce l’ha, perchè ogni minuto conta, anche quando è accompagnato dalla testa rasata e da uno zaino con batteria sempre addosso. Coherence promette di spostare la stessa logica dentro la testa, in silenzio e senza altri pesi.
Tre pazienti, trenta minuti: cosa dicono e cosa non dicono i numeri
Qui serve sangue freddo. La prova al Royal Melbourne è uno studio di fattibilità acuta su tre persone, con il dispositivo dentro per il tempo dell’intervento. Non dice nulla sull’efficacia, non dice nulla sulla tollerabilità a lungo termine, e l’impianto permanente è previsto in un trial annunciato per l’anno prossimo. Tra gli investitori c’è Matthew MacDougall, capo della neurochirurgia di Neuralink (su Neuralink e i primi test umani avevamo raccolto le reazioni della comunità scientifica nel 2024). Ha competenza e mezzi. Non ha ancora nessun paziente vivo a sei mesi dall’impianto permanente. Lo dico perché chi convive con un glioblastoma, in famiglia o in prima persona, merita che chi racconta queste cose lo faccia senza confondere prova di sicurezza e cura.
I tempi reali
Orizzonte stimato: almeno 5 anni per l’uso clinico reale, se le cose vanno bene.
Servono nell’ordine: il trial sull’impianto permanente (annunciato per il 2027), dimostrazione di sicurezza a lungo termine con il dispositivo dentro la testa, prove di efficacia su gruppi di pazienti abbastanza grandi da dare numeri di sopravvivenza credibili, approvazioni regolatorie negli USA (FDA) e in Europa (EMA). Beneficeranno per primi i pazienti operati in centri specializzati che parteciperanno ai trial, poi i sistemi sanitari ricchi. Il glioblastoma è una malattia complessa, e nessuna delle terapie aggiunte negli ultimi venti anni ha spostato di molto la sopravvivenza media. Un guadagno di alcuni mesi sarebbe già un primo risultato importante.
Un impianto per “sentire i tumori parlare con la lingua dell’elettricità”
L’impianto cerebrale di Coherence arriva al momento giusto in un percorso che dura da una decina d’anni: la biologia c’è, il precedente esterno funziona, la chirurgia mini invasiva è in mano a un team con esperienza. Manca il pezzo decisivo, la prova clinica vera. Per i tre pazienti di Melbourne, e per le loro famiglie, quella mezz’ora è stato un gesto di fiducia importante. Il passo successivo, l’anno prossimo, dovrà rispondere alla domanda che il comunicato non poteva ancora affrontare: per quanto tempo, e quanto meglio si vive con quella “monetina” nella testa.