Se state seguendo le partite in questi giorni, l’avrete notato. I Mondiali 2026 ci vengono impacchettati e venduti come l’apoteosi della tecnologia applicata allo sport: palloni con sensori integrati, tracciamento di tutto in tempo reale, chiamate di fuorigioco assistite da reti neurali e persino un assistente virtuale per ciascuna delle 48 squadre partecipanti.
È il calcio che incontra la Silicon Valley, un ecosistema perfetto e asettico dove i dati sgorgano magicamente dal campo ai server, per poi finire sui nostri schermi sotto forma di grafiche accattivanti. Tutto bellissimo e fluido, a tratti impeccabile, ma. Lo sapete che se ne parlo io, un “ma” c’è sempre, perché io racconto sempre entrambi i versi della medaglia, e il futuro ha sempre tre dimensioni.
Un esercito di bloc notes
Dietro le quinte di queste innovazioni non ci sono solo supercomputer che macinano calcoli in autonomia, ma un esercito globale di lavoratori umani: persone in carne e ossa, sedute in stanze modeste in India, Cambogia e Filippine, che passano la giornata ad annotare manualmente migliaia di azioni di gioco per generare i dati strutturati necessari ad addestrare gli algoritmi di computer vision.
Insomma: l’intelligenza artificiale dei mondiali 2026 funziona benissimo, ma solo perché migliaia di esseri umani le stanno letteralmente insegnando a guardare la partita.
Il fantasma nella macchina tattica
Come abbiamo spesso analizzato su Futuro Prossimo quando parliamo di “lavoro invisibile”, l’automazione quasi sempre nasconde un’impalcatura umana. Il calcio si affida all’analisi dei dati da oltre due decenni, e oggi quasi ogni nazionale e grande club la usa per tattiche, reclutamento e prevenzione degli infortuni. Ma il processo di estrazione di questi dati ha una sua geografia ben precisa, molto sbilanciata.
”Il lavoro analitico sui dati ad alto valore si trova in un manipolo di centri ricchi, mentre l’annotazione dei dati è concentrata in città dell’Europa orientale, dell’Africa, dell’Asia meridionale e del sud-est asiatico”, spiega Rafael Grohmann, professore di studi sui media all’Università di Toronto.
In altre parole? I club assumono scienziati con dottorati in fisica o machine learning per elaborare le strategie, ma il lavoro sporco, quello di guardare tre o quattro ore di video per trasformare ogni singolo passaggio, tackle o tiro in un dato comprensibile alla macchina, viene esternalizzato in città come Manila, Il Cairo, Chennai e Ternopil.
Chi sono i “data annotator” dei mondiali 2026?
Molti non sono semplici smanettoni, ma persone con una conoscenza profonda del gioco. Alcuni sono addirittura giocatori di calcio in attività che cercano un lavoretto extra. Nelle Filippine, ad esempio, l’annotazione dei dati è diventata una gig economy popolare tra i giocatori del campionato locale, che collaborano come liberi professionisti pagati a partita per aziende europee.
Durante i grandi tornei, come appunto i mondiali 2026, il carico di lavoro esplode per via dell’enorme domanda di dati rapidi da parte dei media e degli analisti. Un giocatore filippino ha raccontato in forma anonima di come taggare azioni gli abbia persino dato una comprensione tattica più profonda (Un po’ come cercare di spiegare i movimenti di Sciannimanico a un software: serve un occhio clinico, l’algoritmo da solo non ci arriverebbe mai).
In una singola partita, i lavoratori dei dati possono arrivare a catturare e catalogare fino a 3.000 azioni. Provate a fare tremila clic mirati, valutando costantemente cosa sta succedendo in campo, e capirete che di “artificiale” qui c’è davvero poco.
Il fischio finale? Costa 60 euro
Se pensate che tutta questa foga annotativa serva solo a far giocare meglio le squadre, siete fuori strada. C’è un’altra industria, voracissima e spietata, che si nutre di questi numeri: le scommesse sportive.
Con la crescita esponenziale delle piattaforme di previsione, la necessità di avere dati istantanei è diventata vitale. Prendi “Adam”, uno pseudonimo per un freelance di Rio de Janeiro che tagga partite locali per una compagnia straniera:Il suo lavoro serve chiaramente per il settore delle scommesse.
Registra gol, calci d’angolo, cartellini e rigori tramite un’app aziendale. Viene pagato circa 60 euro (70 dollari) a partita, più i costi di trasporto. La condizione è tassativa: i dati devono essere inviati in tempo reale, altrimenti le piattaforme non possono aggiustare le quote e lui rischia di perdere il pagamento.
Ci pensate? In un mercato miliardario, per le partite di minore visibilità, un essere umano iper-stressato in Brasile (ma pagato in euro) risulta ancora più economico ed efficiente di un sistema di automazione. La tecnologia all’avanguardia costa troppo per essere sprecata nei tornei minori, quindi si usa l’uomo.
Moneyball, ma con i capitali di Wall Street
Tutto quello che vi ho descritto accade, non so se ci avete fatto caso, mentre l’ecosistema calcistico mondiale viene progressivamente acquistato dai capitali statunitensi. Oggi, più della metà dei club della Premier League inglese e quasi metà delle squadre della Serie A italiana sono controllati da investitori americani o canadesi. E dove arrivano gli americani, arriva la mentalità “Moneyball” (l’approccio analitico reso celebre dal baseball: se volete qualche spunto in più, leggete la nota a piè di pagina1).
Come osserva Scott Powers, professore di sport analytics alla Rice University, i maggiori investimenti statunitensi si traducono in massicci investimenti nell’analisi dei dati. Non a caso, 25 dei 30 club più ricchi al mondo secondo Forbes cercano costantemente ingegneri dei dati e scienziati delle performance.
Il conto da 9 miliardi e il resto del carlino
I mondiali 2026 dovrebbero generare circa 9 miliardi di dollari: il torneo sportivo più redditizio di sempre. Le innovazioni basate sull’intelligenza artificiale, come l’assistente per l’analisi sviluppato da FIFA e Lenovo, sono la vetrina luccicante progettata per tenere incollati allo schermo tifosi e investitori.
Non c’è dubbio che sia il più grande palcoscenico immaginabile per i dati e l’intelligenza artificiale: ma mentre i telecronisti esaltano la precisione millimetrica dei chip nel pallone, ricordiamoci che la partita vera si gioca su fusi orari diversi, su tastiere consumate, a colpi di 60 euro alla volta.
“Niente di tutto questo esisterebbe senza la forza lavoro che c’è dietro”, ribadisce Grohmann.
Insomma, godiamoci lo spettacolo dei mondiali 2026. Ma la prossima volta che in sovrimpressione appare una statistica calcolata in un millisecondo dall’Intelligenza Artificiale, facciamoci un nodo al fazzoletto: da qualche parte nel mondo, qualcuno ha appena finito di sudare per fare quel clic al posto suo.
- La mentalità Moneyball è un approccio che usa i dati per prendere decisioni migliori, invece di affidarsi solo all’istinto o alla reputazione. In pratica, cerca il valore nascosto: persone, giocatori o scelte che sembrano sottovalutati ma che i numeri indicano come molto utili. Se vuoi approfondire il tema: https://www.britannica.com/biography/Billy-Beane ↩︎