La digitale è una pianta che cresce ai bordi dei sentieri alpini: ha i fiori a campanella viola, ed è tossica per la maggior parte degli animali che la sfiorano. Da questa pianta, nel Settecento, un medico inglese di nome William Withering estrasse qualcosa che il cuore umano, stranamente, sembrava gradire. Il composto si chiama digossina e nel 2026, dopo trent’anni quasi fuori dai radar, è tornato su Nature Medicine e su JAMA con un trial randomizzato.
In realtà è tutta una questione di soldi, o meglio della loro assenza: la digossina è fuori brevetto da decenni, è non genera margini abbastanza interessanti da giustificare un lungo e costoso trial moderno. E così per trent’anni ha lentamente smesso di comparire nei protocolli, senza che nessuno avesse davvero verificato se fosse giusto toglierla.
A colmare il vuoto ci ha pensato Hartstichting, la fondazione cardiologica olandese, con 3 milioni di euro di fondi pubblici stanziati attraverso il programma Buon Uso dei Farmaci.
Il trial e il numero che mancava
Lo studio si chiama DECISION. 1.001 pazienti, 43 centri nei Paesi Bassi, follow-up mediano di circa 36 mesi: metà ha preso bassa dose di digossina in aggiunta alla terapia standard, metà un placebo. La dose era calibrata per mantenere una concentrazione sierica di 0,5-0,9 nanogrammi per millilitro, sensibilmente inferiore a quella usata nei decenni precedenti, quando si pensava che più forte pompasse il cuore, meglio fosse.
Il risultato sull’endpoint primario (eventi combinati di peggioramento dello scompenso e mortalità cardiovascolare) non ha raggiunto la significatività statistica (rate ratio 0,81, p=0,133). Questo dettaglio non compare nel comunicato dell’università di Groningen, né nella sintesi di ScienceDaily. Compare nell’abstract pubblicato su Nature Medicine.
I ricercatori hanno allora aggregato i dati di DECISION con quelli di due trial precedenti in una meta-analisi pubblicata su JAMA. Con la platea allargata, il segnale diventa statisticamente robusto: i ricoveri per scompenso cardiaco scendono in media del 25%. Il farmaco risulta sicuro e gestibile anche in pazienti già in terapia con i quattro farmaci standard, quelli che in cardiologia chiamano, senza troppa ironia, i “Fantastic Four”.
Perché la digossina era sparita
Negli anni Novanta e Duemila sono arrivati farmaci nuovi ed efficaci per lo scompenso cardiaco. La digossina è rimasta indietro, non per dimostrata inefficacia ma per mancanza di studi aggiornati e per un vecchio equivoco: le dosi alte usate in passato avevano effetti collaterali rilevanti, e quella reputazione era rimasta incollata anche alla molecola a basse dosi. Oggi la assume circa il 15% dei pazienti con scompenso.
Un terzo studio del gruppo UMCG ha seguito circa 600 dei pazienti originali dopo la fine del trial: quelli che avevano preso digossina e poi l’avevano sospesa hanno mostrato significativamente più problemi nelle prime sei settimane rispetto a chi non l’aveva mai assunta. Tra 288 pazienti, 14 sono stati ricoverati o sono deceduti. I ricercatori sono cauti sulla causalità, ma la dimensione e la tempistica sono, dicono, “impressionanti e sorprendenti”.
Cosa cambia dopo questa (ri)scoperta
I cardiologi di Groningen ritengono che i risultati possano influenzare le linee guida internazionali, aprendo la strada a un uso più diffuso della digossina. Se accadesse, milioni di pazienti con scompenso cardiaco avrebbero accesso a un trattamento aggiuntivo che costa meno di 10 centesimi al giorno, contro i diversi euro quotidiani dei farmaci più recenti.
In Italia ci sono oltre 1 milione di persone con insufficienza cardiaca, una quota crescente con l’invecchiamento della popolazione.
Il paradosso è questo: per aggiornare le linee guida servono trial ben disegnati su farmaci economici come la digossina. Ma i trial costano, e nessuna azienda li finanzia se non c’è un brevetto da proteggere. Quindi tocca ai fondi pubblici: quando ci sono, quando qualcuno decide che vale la pena. In questo caso ci sono voluti tre milioni di euro e trent’anni di attesa per dimostrare qualcosa che forse valeva la pena sapere molto prima.
Le linee guida, per ora, non sono cambiate. Il convegno di Barcellona è finito, i cardiologi sono tornati a casa, e la digossina resta prescritta al 15% dei pazienti. Nell’attesa che qualcuno decida cosa fare dei dati.
Il trial DECISION in breve
Pubblicazione principale: van Veldhuisen DJ et al., “Low-dose digoxin in patients with heart failure with reduced or mildly reduced ejection fraction: a randomized controlled trial”, pubblicato su Nature Medicine (2026). DOI: 10.1038/s41591-026-04406-6.
Meta-analisi JAMA (Damman et al., DOI: 10.1001/jama.2026.7886): riduzione ricoveri per scompenso del 25%, statisticamente significativa. Finanziamento: Hartstichting/ZonMw, 3 milioni di euro di fondi pubblici.
Quanto manca all’aggiornamento delle linee guida
Dai 3 ai 7 anni. Le linee guida ESC per lo scompenso cardiaco si aggiornano ogni 4-6 anni e richiedono un livello di evidenza consolidato. I dati presentati a Barcellona sono un punto di partenza.
Gli ostacoli reali sono due: servono ulteriori studi di conferma su popolazioni più ampie e diversificate (il campione DECISION è quasi interamente olandese, con profilo demografico omogeneo), e il processo di revisione delle linee guida è lento per costruzione.