A settembre dichiaravano di sentirsi sicuri nella lettura 46 studenti su cento: a febbraio erano diventati 95, sempre gli stessi ragazzi nella stessa scuola. La cornice è il corso di Letteratura di Maureen Mulvaney, alla Washburn High School di Minneapolis, e in mezzo c’è una sola variabile: la prof ha vietato telefoni e laptop in classe imponendo a tutti quaderno e penna. I genitori hanno applaudito, gli studenti hanno protestato per un paio di settimane, e poi è successo qualcosa di abbastanza inatteso da finire sui giornali americani.
Mulvaney l’aveva presentata come una specie di palestra. Si parte da dieci minuti di lettura silenziosa e scrittura a mano, ha detto ai suoi, poi si sale piano. Esattamente come quando ci si rimette a sollevare pesi dopo anni di divano: nessuno comincia da 80 chili. Il primo giorno metà della classe si è arresa dopo appena mezza pagina di prosa scritta a penna, il polso faceva male, e gli occhi cercavano lo schermo che non c’era. A febbraio i ragazzi già tiravano fuori 5 o 6 pagine di seguito senza alzare la testa, e il 79% di loro dichiarava di trovare più facile organizzare i propri pensieri sulla carta che dentro un documento Google.
Il pezzo che mancava: i laptop
La parte interessante della storia non è il divieto degli smartphone, su cui ormai esistono leggi nazionali in mezza Europa e una in Italia. La parte interessante sono i laptop. Quei portatili che da vent’anni vengono raccontati come strumenti didattici insostituibili, gli stessi che i ministeri europei hanno spinto a colpi di fondi PNRR, gli stessi che la Svezia ha smesso di comprare dopo aver visto crollare i suoi punteggi in lettura. Mulvaney li ha buttati fuori dall’aula come gli smartphone, ed è la mossa di cui nessuno parla mai quando si discute di scuola e dipendenza digitale.
Uno dei suoi studenti, Khalil Omar, lo ha detto senza pudore alla TV locale KARE 11: “sul Chromebook ero sempre tentato di andare a cercare una definizione, di aprire un’altra scheda, di chiedere a qualcuno qualcosa. Sulla carta scrivo per me“. Un altro ragazzo aggiunge: “Quando usiamo la carta non c’è la tentazione di usare l’AI. Devo costringermi a tirare fuori idee mie. E così lo faccio”. Confessione bella tonda di una generazione che forse può capire da sola che lo strumento la sta cannibalizzando, ma che da sola non riesce a farne a meno se non gliela tolgono di mano.
E intanto in Italia? Vediamo un po’
In Italia, dall’anno scolastico 2025/26, è in vigore la circolare MIM n. 3392/2025 che vieta gli smartphone in classe in ogni ordine e grado. Il monitoraggio ministeriale di aprile 2026 racconta che voti e socialità sono migliorati, le scuole hanno applicato le regole, i genitori si sono detti soddisfatti. Tutto buono, tutto giusto, tutto come a Washburn High, salvo un dettaglio: la stessa circolare che fa richiudere i telefoni negli zaini, lascia perfettamente aperti i dispositivi forniti dalla scuola. I tablet del PNRR, ad esempio, sono ancora benedetti come strumenti di educazione digitale consapevole.
L’argomento ministeriale è quello che si conosce a memoria, e tra l’altro è anche legittimo: il problema non è la tecnologia, è l’uso che se ne fa. Bisogna educare al digitale, non spegnerlo.
Un’affermazione che suona di buon senso finché non la confronti con quanto sta succedendo davvero nelle aule italiane, dove la didattica digitale molto spesso significa che il prof spiega da un lato della cattedra e venticinque ragazzi guardano altrove dall’altro, con la differenza che ora il dispositivo per guardare altrove e peggiorare nella lettura glielo abbiamo dato noi, gratis, con i fondi europei.
Il cervello e la penna, ma anche le aziende
Che la scrittura a mano attivi reti cerebrali diverse dalla digitazione lo sappiamo da almeno dieci anni: i neuroscienziati litigano ancora sull’entità dell’effetto, non certo sulla sua esistenza. Quello su cui nessuno litiga davvero, invece, è la pila di ricerche recenti che mostra come l’uso intensivo di AI generativa riduca l’attività cerebrale durante la scrittura di un testo e impoverisca il pensiero critico nel lungo periodo. Gli studenti che usano ChatGPT per scrivere il tema, entro un anno iniziano a scrivere strutturalmente peggio. Ed è una roba che, francamente, sarebbe ora di smettere di trovare sorprendente.
Mulvaney (come me) non è affatto una luddista: non è una nostalgica, e neanche una di quelle prof che si lamentano di Tik Tok davanti al caffè. È una insegnante di letteratura che ha avuto un’idea e l’ha portata in fondo con il sostegno dei genitori, ottenendo numeri che qualunque ministero sarebbe contento di sbandierare. Il fatto che siano i suoi e non quelli di una circolare ministeriale dovrebbe, semmai, far riflettere chi pensa che le riforme partano dall’alto.
I numeri di Washburn
Fonte: Frank Landymore, “Student Reading Ability Spikes After Removing Tech From Class”, Futurism, 15 giugno 2026; op-ed di Maureen Mulvaney sul Minnesota Star Tribune e servizio televisivo KARE 11.
Domanda scomoda per chi paga gli stipendi
C’è una domanda che nessun ministro italiano si sta ponendo, e che invece a Minneapolis la prof Mulvaney ha smontato in cinque mesi:
se il dispositivo distribuito dalla scuola gli toglie concentrazione, lo riempie di tentazioni di ricerca rapida e di chatbot pronti, perché continuiamo a metterglielo sul banco?
Domanda sgradita, perché significa dire ai contribuenti che i miliardi del PNRR per la scuola digitale potrebbero, in parte, essere stati buttati. Pardon, riformulo: spesi per peggiorare la situazione che dovevano risolvere. E qui mi fermo, sennò nei commenti finisce a sediate.
Quanto è replicabile, davvero
Orizzonte stimato: breve, 1-3 anni per esperimenti isolati per classe o per scuola, dove un dirigente coraggioso decide e un collegio docenti compatto applica. Lungo, 5-10 anni e forse mai, per una scelta di sistema che tuteli la lettura vietando anche i dispositivi forniti dallo Stato.
L’ostacolo vero ha poco a che fare con la pedagogia, e molto con la politica industriale. La filiera dell’EdTech fattura miliardi a livello globale, i fondi PNRR per la digitalizzazione scolastica sono stati promessi e in larga parte già spesi, e nessun ministro ha voglia di andare in Parlamento a dire che andavano spesi diversamente.
Mulvaney chiude il suo intervento sullo Star Tribune con una frase che è quasi una scrollata di spalle: i ragazzi non sono cambiati, è la scuola che è cambiata, e bisogna tornare a quello che funziona. La trovo asciutta al punto giusto.
C’è una generazione di adolescenti che chiede di essere tolta dalla corrente, e c’è un sistema che continua ad alimentargliela: per ora una prof ha staccato la spina a tutto, e ha fatto leggere due pagine al giorno, poi cinque, poi sei, e così via.
Vediamo chi se ne accorge per primo, da queste parti.