Il rover Curiosity ha compiuto 14 anni su Marte, e continua a salire con le sue sei ruote di alluminio lungo i fianchi del Mount Sharp, la montagna alta 5 km al centro del cratere Gale che gli hanno assegnato come casa e come palestra. Fa circa 100 metri nei giorni buoni, con il suo braccio robotico ha già perforato oltre 40 rocce raccogliendo campioni per il piccolo laboratorio chimico che porta a bordo grande quanto un forno a microonde. Il 19 e 20 giugno scorsi, dopo aver imboccato una valle che i tecnici del Jet Propulsion Laboratory hanno soprannominato Valle Grande, ha girato la testa a 360 gradi scattando 340 fotografie che rimontate insieme mostrano qualcosa che in 14 anni di missione non era mai apparso: un mare di poligoni.
Piccoli, regolari, da 4 a 8 centimetri di diametro l’uno, disposti a nido d’ape su tutta la valle fin dove l’obiettivo riesce a mettere a fuoco. Avvolgono anche i fianchi di una collinetta appuntita alta 6 metri con un cappello di sabbia scura in cima, che il team ha ribattezzato Miraflores. Ashwin Vasavada, che dirige le missioni da Pasadena da più di vent’anni, ha detto alla stampa una frase che di solito i project scientist della NASA si tengono per sé: “Questo mare di poligoni ci ha tolto il fiato”. E qui comincia il pezzo interessante, perché a togliergli il fiato non è stata la bellezza, ma la scala.
Poligoni su Marte, la NASA ne ha già visti (ma mai così tanti)
Non è la prima volta che il vecchio Curiosity incontra queste forme geometriche. A gennaio 2017, in un sito che i tecnici del JPL chiamarono Old Soaker, il rover documentò le prime crepe di fango mai identificate con certezza sul pianeta: piccole, isolate, un fazzoletto di terreno grande poco più di un tavolo da cucina. Ad agosto 2023, sulla zona di transizione fra strati argillosi e strati solfati, comparvero le prime trame esagonali: uno studio poi pubblicato su Nature le collegò a cicli alternati di umidità ed essiccazione durati milioni di anni. Anche in quel caso, tracce limitate a punti specifici lungo il percorso.
Valle Grande è un’altra cosa. È una valle intera, con la stessa trama che si ripete uguale a se stessa in ogni direzione, che si arrampica sulla collinetta di Miraflores e prosegue oltre.
Nei precedenti trovavi il poligono e ci giravi intorno; qui il poligono è tutto il paesaggio.
NASA/JPL-Caltech/MSSS
Tre meccanismi possibili, zero certezze
I comunicati NASA sono chiari su un punto e volutamente ambigui su un altro: chiari sul fatto che questi poligoni sono spettacolari, ambigui su come si siano formati. Le ipotesi sul tavolo sono tre. La prima è la desiccazione superficiale: fango che asciuga, si contrae e si crepa (è quello che vedete nel letto di un fiume che si è prosciugato d’estate). Sarebbe una prova diretta di acqua liquida ripetutamente presente in superficie, cioè la scoperta grossa. La seconda è la contrazione termica: escursioni di temperatura estreme che rompono la roccia fredda, come succede in certi permafrost terrestri. Interessante ma meno emozionante, perché non richiede acqua. La terza è la compressione da seppellimento: sedimenti schiacciati dal peso della roccia sopra che espellono acqua e si fratturano geometricamente. Anche qui, poco spettacolare per chi cerca segni di abitabilità.
Il team del JPL sta usando i tre strumenti principali del rover (ChemCam per analizzare la composizione da lontano col laser, APXS per la chimica di contatto, MAHLI per le foto ravvicinate) per capire quale dei tre meccanismi ha lasciato le sue tracce nei bordi dei poligoni. Ogni meccanismo lascia una firma chimica differente. La risposta non arriverà oggi, e nemmeno la prossima settimana.
Cosa ha trovato Curiosity in Valle Grande
Fonte primaria: comunicato ufficiale del Jet Propulsion Laboratory della NASA, 29 luglio 2026. Immagini via NASA/JPL-Caltech/MSSS.
Dati chiave: panorama a 360° composto da 340 immagini Mastcam scattate il 19 e 20 giugno 2026 (sol 4.930 e 4.931 della missione). Poligoni da 4 a 8 cm di diametro, distribuiti su un’intera valle senza soluzione di continuità. Miraflores, la collina al centro della scena, è alta 6 metri. Tre ipotesi in campo, nessuna ancora confermata.
Perché è importante (anche senza risposta)
Curiosity è stato mandato su Marte con un mandato semplice (sulla carta): capire se il cratere Gale abbia mai avuto le condizioni per ospitare vita microbica. In 14 anni ha già dato una risposta parziale positiva sull’acqua, sulla chimica organica, sui nutrienti. All’inizio di quest’anno ha rilevato oltre 20 molecole organiche complesse in arenarie argillose, alcune considerate possibili precursori di RNA e DNA, e Perseverance dall’altra parte del pianeta ha aggiunto pezzi allo stesso puzzle.
Il tassello mancante era capire per quanto tempo l’acqua liquida sia rimasta in superficie, e con che ritmi.
Se i poligoni di Valle Grande sono davvero crepe di fango su larga scala, allora l’ipotesi di cicli di fasi “liquide ed essiccazioni ripetute smette di essere teorica e diventa paesaggio. Un contesto in cui la vita, se mai è nata, avrebbe avuto tempo.
Se invece i bordi rivelano firme chimiche da compressione o da freddo, la NASA avrà perso un pezzo di narrazione e guadagnato una lezione: il pattern giusto può nascondere il meccanismo sbagliato. Vale su Marte, vale sui core update di Google, vale ovunque uno cerchi di leggere il mondo dalle sole forme.
Quanto manca prima di sapere
Orizzonte stimato: 1-3 anni per la risposta chimica sui poligoni di Valle Grande. Le analisi con ChemCam, APXS e MAHLI generano dati che vanno interpretati, correlati con i campioni precedenti, sottoposti a peer review. I comunicati arrivano subito; i paper impiegano più tempo.
Curiosity ha carburante per pochi anni ancora (il generatore a radioisotopi degrada di circa l’1% l’anno), quindi la finestra per raccogliere sul posto è aperta ma non infinita. La conferma vera, in ogni caso, non verrà da un rover: verrà dal ritorno dei campioni raccolti da Perseverance sul suo pezzo di Marte, che ora è previsto attorno al 2035 con una missione congiunta NASA-ESA il cui budget è già stato tagliato una volta. Ci s’infila di mezzo la geopolitica, prima ancora della geochimica.